Testimonianze

Il 52enne Alimi Abali è un rifugiato nel campo di Forkoloum, dove è scappato con le sue mogli e i suoi figli dopo che un attacco terroristica Islamico ha colpito il suo villaggio. Qui, l’uomo di mezza età è visto come il capo del villaggio, o “Boulama”, in Arabo Ciadiano, dato che, tra le altre cose, è responsabile del risolvere i problemi e le tensioni che sorgono all’interno della comunità. Contrariamente ad altre famiglie che sono arrivate al campo, Alimi e i suoi parenti hanno potuto costruire una vera casa usando solidi blocchi circolari costruiti con le canne del lago e tronchi di legno raccolti nella savana. La famiglia ha persino un pollaio e un cavallo che usano “come una bicicletta, per viaggiare giornalmente”, scherza Alimi. Ma quello che è probabilmente il loro “bene” più prezioso è la bancarella della spesa di proprietà della moglie di Alimi, Yaka Moussa. Lei l’ha aperta meno di due anni fa. “Abbiamo ricevuto alcuni fondi dall’UNHCR e con questi abbiamo comprato prodotti sfusi da rivendere”, dice, indicando i beni essenziali da loro venduti, come arachidi, olio, bevande e detersivi. 

Questa, tuttavia, è solo una delle tante storie di rifugiati in Ciad, un Paese complesso con un passato difficile, che oggi deve ancora affrontare profonde difficoltà. Subito dopo aver proclamato l’indipendenza dalla Francia nel 1960, il Paese fu devastato da quello che diventò un lungo conflitto tra gli Arabi del Nord, Musulmani e con un passato feudale, e la popolazione nera del Sud. Questo portò a un conflitto tra le due fazioni lungo circa vent’anni, ciascuna guidata da differenti gruppi ribelli, che erano tuttavia uniti nella volontà di sovvertire l’allora governo a partito unico e liberare il Paese dall’ancora pesante influenza Francese. Alla fine, nel Novembre 1961, le Forze Armate del Nord (FAN) di Hissène Habré, che si erano ritirate in Sudan nel Dicembre 1980, rioccuparono tutte le più importanti città nel Ciad orientale. I contingenti di pace dell’Organizzazione dell’Unità Africana (oggi l’Unione Africana) si ritirarono nel 1962, e Habré fu in grado di formare un nuovo governo nell’Ottobre dello stesso anno. 

Oltre a tutti queste problematiche, durante tali anni il Ciad dovette anche affrontare l’ondata di violenza del terrorismo Islamico, che stava affliggendo l’intera Africa Settentrionale e Centrale. Con uno dei più forti eserciti nell’Africa Centrale, il Ciad fu tuttavia in grado di porsi in testa alla lotta al terrorismo, anche inviando i propri soldati in altri Paesi vicini, come il Mali, nel 2013. Frattanto, tra i diversi gruppi militanti Islamici presenti nell’area, uno di questi, che è anche uno dei più potenti, Boko Haram, cominciò a spostarsi al di là della sua base in Nigeria, lanciando attacchi nello stesso Ciad e in altri Paesi vicini. Il Ciad, tuttavia, assunse un ruolo chiave nella lotta al gruppo, cosa che, in conseguenza, portò a un incremento negli attacchi terroristici di Boko Haram nel Paese. 

Nel frattempo, la corsa alle elezioni presidenziali del 2016 vide un insieme senza precedenti di proteste contro il regime di Déby e la sua repressione, incluse dimostrazioni e uno sciopero generale che portò a una sospensione dele attività commerciali in molte aree. Nonostante ciò, Déby, che si trovava ad affrontare altri 13 candidati, era il favorito alla vittoria nelle elezioni del 10 Aprile, cosa che effettivamente accadde, con gli ufficiali che dichiararono che aveva ricevuto circa il 62 per cento dei voti. Tuttavia, prima che i risultati fossero rilasciati, alcuni leader dell’opposizione sporsero accuse di frode elettorale, e vi furono molte critiche dell’interruzione delle comunicazioni durante e dopo le elezioni. Nel Maggio 2018 fu promulgata una nuova costituzione: tra i vari cambiamenti vi furono quelli che espandevano i poteri presidenziali. Il posto del primo ministro fu abolito, e il mandato presidenziale fu cambiato da cinque anni, con nessun limite per la ricandidatura, a sei anni, con un limite di due mandati. I cambiamenti nel mandato presidenziale, tuttavia, non sarebbero stati applicati retroattivamente, significando che Déby sarebbe potuto potenzialmente rimanere in carica fino al 2033. Le elezioni parlamentari che dovevano essere tenute nel 2015 ma venivano continuamente rimandate furono ancora una volta posposte, venendo orientativamente fissate per il 2021. Nelle elezioni presidenziali dell’Aprile 2021, tenute mentre i ribelli attaccavano dal nord, Déby è stato dichiarato vincitore, ma il 20 Aprile l’esercito ha annunciato che il presidente era stato ucciso durante gli scontri con i ribelli al confine, e piuttosto che seguire la costituzione, la quale prevede che il presidente dell’Assemblea Nazionale debba essere nominato capo del governo ad interim, ha invece dissolto il governo e l’Assemblea. I militari hanno istituito un Consiglio Nazionale di Transizione che governi il Paese per 18 mesi, con nuove elezioni da tenersi alla fine del periodo di transizione. Il figlio di Déby, Mahamat Idriss Déby Itno, è stato frattanto nominato presidente ad interim. 

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/7/60dec77f4/displacement-leaves-families-struggling-adapt-lake-chad-region.html

https://www.britannica.com/place/Chad/History

https://en.wikipedia.org/wiki/Chadian_Civil_War_(2005%E2%80%932010)

 

Autore: Pasquale Candela; Editor: Valentina Cova

Brice Kouewon, 34 anni, della Costa d’Avorio, ha speso un terzo della sua vita come rifugiato nella vicina Liberia, dopo aver lasciato il suo Paese natale per oltre 10 anni. La sua storia è solo una tra tante per un gran numero di Ivoriani. 

Infatti, per poco più di una decade, lo stato dell’Africa Occidentale, primo produttore di cacao al mondo, ha vissuto una profonda e sanguinosa guerra civile che ha portato allo sfollamento di circa 34000 Ivoriani. Subito dopo la morte dell’a lungo in carica Presidente Houphouёt-Boigny nel 1993, il paese fu devastato da una perdurante serie di proteste civili e boicottaggio elettorale da parte delle opposizioni. Le tensioni etniche e religiose da lungo tempo presenti erano una realtà ulteriormente esemplificata dal tentativo del governo del tempo di riscrivere la costituzione per impedire agli oppositori di correre per la presidenza. Con il crescere delle tensioni, il 23 Dicembre 1999 l’esercito si ammutinó e il Brigadiere Generale Robert Gueї, un ex-membro del governo di Houphouёt-Boigny, prese il controllo del Paese. A dispetto della sua rassicurazione che le elezioni legislative e presidenziali sarebbero state tenute entro l’Ottobre del 2000 e che non si sarebbe presentato come candidato, il Generale cambiò poi idea e corse, invece, per la presidenza. Dopo un’elezione controversa in cui Gueї tentò di manipolare l’esito del voto, Laurent Gbagbo dell’FPI (fronte Popolare Ivoriano) riuscì a vincere le elezioni. Ma il governo di Gbagbo non fu senza discordie, e culminò in un fallito colpo di Stato il 19 Settembre 2002. Gueї, che il governo riteneva essere dietro al colpo, fu ucciso durante i combattimenti. Il fallito colpo di Stato alimentò i disordini e scatenò una guerra civile, lasciando il Paese diviso tra il nord controllato dai ribelli e il sud controllato dai ribelli. I corpi di pace Francesi e della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), e in seguito le Nazioni Unite (UN), crearono una zona cuscinetto tra i ribelli, noti come le Nuove Forze, e le truppe del Governo ivoriano. Tre accordi di pace furono raggiunti negli anni, rispettivamente nel 2003, 2005 e 2007. I primi due non trovarono il successo sperato. Nell’Aprile 2005, dopo il raggiungimento di un nuovo accordo per cessate il fuoco tra il governo Ivoriano e i ribelli, i termini del trattato non furono immediatamente implementati, i combattimenti ripresero, e le elezioni fissate per l’Ottobre 2005 furono annullate, portando a un’ulteriore estensione del mandato di Gbagbo come presidente. Nel 2007, nuovi colloqui di pace in Burkina Faso sarebbero risultati in un nuovo accordo di condivisione dei poteri firmato da entrambe le parti, e un nuovo governo di transizione fu inaugurato. Questa volta, Gbagbo rimase presidente, mentre Guillaume Soro, un leader ribelle, fu nominato alla carica di Primo Ministro. Il nascente governo di transizione aveva davanti a sè numerosi compiti difficili a cui adempiere, inclusi lo smantellamento della zona cuscinetto, il disarmo delle milizie ribelli e filo-governative, la ristrutturazione delle forze di difesa e di sicurezza, e i preparativi per tenere delle nuove elezioni presidenziali e legislative entro dieci mesi. 

Ancora una volta, tuttavia, diversi problemi causarono ancora un altro rinvio nella convocazione delle elezioni, ma finalmente, il 31 Ottobre 2010, i seggi furono aperti. Ancora una volta, la corsa per la presidenza vedeva la candidatura di Gbagbo, dell’ex-Primo Ministro Alassane Ouattara, e dell’ex presidente Henry Konan Bédié. Gbagbo e Ouattara ottennero la maggioranza dei voti, ma, dato che nessun candidato aveva ricevuto una maggioranza, fu previsto il ballottaggio. Tuttavia, il secondo turno di votazioni, tenuto il 28 Novembre 2010, non andò bene come il primo. Prima del rilascio dei risultati, infatti, Gbagbo annunciò il suo intento di contestare il risultato delle elezioni, riportando presunte pratiche fraudolente e istanze di intimidazione dei votanti nella parte settentrionale del Paese, dove Ouattara era popolare. Alla fine, nonostante gli osservatori internazionali non rilevarono che la presunta intimidazione dei votanti fosse così diffusa e ritenevano invece che l’elezione fosse largamente democratica, il Consiglio Costituzionale, su richiesta di Gbagbo, citò l’evidenza di numerose irregolarità, annullò una parte dei risultati, e dichiarò l’ex-presidente il vincitore. In ogni modo, mentre Gbagbo era proclamato presidente per un secondo mandato, anche Ouattara, che aveva alle sue spalle un consistente supporto internazionale, come anche il supporto delle truppe ribelli delle New Forces, che controllavano la parte settentrionale del paese, fu proclamato capo dello Stato, formando così un governo parallelo. La pressione internazionale su Gbagbo perché questi si ritirasse aumentò, e sia l’ECOWAS che l’Unione Africana sospesero la membership del Paese nelle proprie rispettive organizzazioni, in protesta contro il suo rifiuto di cedere il potere a Ouattara. Mentre lo stallo continuava a prolungarsi, il popolo Ivoriano e l’economia soffrivano: decine di migliaia di persone furono sfollate dalla crisi, e numerose denunce di violazioni dei diritti umani vennero fatte. A partire dalla fine di Febbraio 2011, vi fu un’escalation delle violenze. I combattimenti tra le forze di Gbagbo e i ribelli si intensificò, come pure gli attacchi delle forze di Gbagbo ai sostenitori di Ouattara, che erano riuniti in dimostrazioni di massa. La crisi umanitaria in corso fu esacerbata quando la fornitura di acqua e di elettricità fu tagliata nelle zone note per essere roccaforti ribelli o sostenitrici di Ouattara, ovvero la parte settentrionale del Paese e alcune aree in quella centrale e occidentale. Le forze ribelli cominciarono ad avanzare, prendendo il controllo di città situate nella parte sud dello Stato, controllata dal governo. Entro la fine di Marzo, i ribelli controllavano più di due terzi del Paese, inclusa la capitale designata Yamoussoukro. La battaglia for la capitale de-facto Abidjan, dove Gbagbo si era rifugiato, ebbe luogo durante il corso delle successive due settimane. Alla fine, dopo che le forze delle Nazioni Unite e Francesi cominciarono a bombardare obiettivi specifici appartenenti alle forze di Gbagbo, assieme alla sua residenza, il 4 aprile i leader militari del presidente chiesero un cessate il fuoco. Gbagbo venne poi arrestato dai ribelli e Ouattara fu finalmente libero di cominciare a servire le proprie funzioni come Capo dello Stato effettivo. 

Ouattara cercò di mantenere le sue promesse elettorali, e concentrò la propria attenzione sulla ricostruzione della decadente economia del Paese, tentando allo stesso tempo di riunificare la sua popolazione e superare le ancora profondamente presenti divisioni etniche e politiche esistenti. Il Presidente riuscì in tutte queste azioni, in particolar modo nella prima, portando così il Paese a sperimentare una delle maggiori crescite economiche in tutta la regione dell’Africa Occidentale. 

Per queste ragioni, le Nazioni Unite e l’UNHCR, sulla base di un’analisi della situazione in Costa d’Avorio e dell consultazioni con il governo Ivoriano e quelli dei Paesi ospitanti, ha infine determinato che le circostanze che hanno portato gli Ivoriani a fuggire dal proprio Paese non sono più presenti, consigliando così una cessazione dello status di rifugiati per la maggior parte di essi. Tuttavia, coloro che ritengono di essere ancora a rischio se tornassero, nonostante siano una stretta minoranza, possono sempre richiedere un’esenzione dalla procedura di cessazione dello status di rifugiati. 

 

Fonti:  

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/10/615ef8624/ivorians-return-home-ahead-refugee-status-coming-end.html

https://www.britannica.com/place/Cote-dIvoire/Cote-dIvoire-since-independence

https://pmnewsnigeria.com/2021/10/18/ex-cote-divoire-president-gbagbo-floats-new-party/

 

Autore: Pasquale Candela; Editor: Valentina Cova

Oggi Saleema Rehman è una nota ginecologa in Pakistan, il suo Paese, ma la sua storia non è cominciata in un modo facile. Al contrario, la sua nascita è stata difficile e ci si aspettava che morisse, dato che sua madre, una rifugiata, faticava ad ottenere assistenza medica. 

La ragazza lottò contro una lunga serie di difficoltà e ostacoli, soprattutto a causa del suo status di nascita di rifugiata, ma ciò non la preoccupò mai troppo poiché lei era, come racconta, una delle poche donne a sedere nei banchi di scuola, nonostante le critiche da parte del suo villaggio e dell’intera comunità. Saleema rimase fedele ai suoi principi e, dopo aver fatto richiesta per l’università per due anni consecutivi, ha finalmente ottenuto l’unico posto annualmente riservato a un rifugiato per studiare medicina nella provincia pakistana del Punjab. Successivamente, si è specializzata in ginecologia dopo essere stata nuovamente scelta per risiedere al Rawalpindi Holy Family Hospital, anch’esso situato nel Punjab.

Tuttavia, il sogno di Saleema non era semplicemente quello di lavorare in ospedale, nonostante il complesso dell’Holy Family sia stato successivamente dichiarato un centro di prima risposta COVID-19. Infatti, lei ha sempre desiderato aprire una sua clinica per assistere molte famiglie di rifugiati che non potrebbero altrimenti permettersi i costi della sanità. Finalmente, anche questo sogno si è avverato nel gennaio di quest’anno, quando Saleema ha ottenuto la licenza per aprire una clinica ad Attock. 

“L’apertura di questa clinica è stato davvero un grande evento per noi”, dice Anila, uno dei pazienti rifugiati afghani di Saleema che non avrebbe altrimenti potuto permettersi il costo delle esose cliniche nel suo Paese. Nella sua struttura, Saleema sta anche promuovendo pratiche di igiene e sfatando falsi miti riguardo ai vaccini antI-COVID-19. 

Alla fine, tutto il suo lavoro ha spinto l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a premiarla con il prestigioso Riconoscimento regionale per i rifugiati per l’Asia, un premio annuale che onora tutti coloro in prima linea nella lotta per aiutare i rifugiati e le persone sfollate o apolidi.

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/9/614c7fe04/afghan-refugee-doctor-dares-women-girls-dream.html

 

Autore: Pasquale Candela; Editor: Valentina Cova

 

Suabo, 40 anni, è dovuta fuggire dal Mozambico settentrionale a seguito di attacchi di gruppi armati non statali avvenuti vicino alla sua casa a Palma. Questi attacchi l'hanno portata freneticamente ad unirsi ad altri abitanti del villaggio in fuga e, nel panico e nel caos che ne sono seguiti, è saltata su un traghetto che trasportava molte altre persone insieme a sua figlia e sua nipote. Ricorda quei minuti di puro terrore affermando “Dalla barca, ho potuto vedere uomini armati che sparavano alle persone. Siamo riusciti a scappare, ma molte altre barche sono rimaste prigioniere”. La situazione nel nord del Mozambico non potrebbe essere più critica.

L'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) riferisce che il conflitto armato nel Mozambico settentrionale ha continuato a intensificarsi nella prima metà del 2021, provocando sfollamenti diffusi e una crisi umanitaria in rapida crescita. Il numero di sfollati interni a causa della violenza è aumentato da 172.000 nell'aprile 2020 a oltre 732.000 entro la fine di aprile 2021. Inoltre, l'attacco a Palma del 24 marzo 2021 e i successivi scontri in tutto il distretto hanno costretto quasi 68.000 persone a fuggire dal loro case e trasferirsi in zone più sicure.

Almeno il 30% degli sfollati nel nord del Mozambico ha dovuto fuggire più volte e la nuova ondata di sfollamenti da Palma da marzo ha sradicato migliaia di persone che hanno cercato rifugio nel distretto dopo essere state sfollate da altre parti di Cabo Delgado.

La maggior parte delle famiglie sfollate sta presso parenti e amici, ma per persone come Suabo che non hanno parenti, ci sono centri di transito istituiti dal governo, dove le persone ricevono assistenza alimentare, materassini e coperte. Tuttavia, questo non risolve la preoccupazione principale di Suabo: parte della sua famiglia è rimasta indietro nella corsa verso la salvezza e il loro stato attuale è sconosciuto.

 

Fonti: 

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/4/606d8e7d4/took-biggest-gift-life-family.html  

https://reports.unocha.org/en/country/mozambique/  

https://reporting.unhcr.org/sites/default/files/Mozambique%20IDP%20Response%20update-23%20August%202021.pdf  

 

Autore: Benedetta Spizzichino

A causa dei continui combattimenti tra le forze governative e i gruppi ribelli nella Repubblica Centrafricana, Zara e i suoi quattro figli hanno camminato per un giorno per arrivare vicino al confine con il Ciad.

Una volta lì, Zara, 30 anni, ha attraversato il confine con il Ciad ed è arrivata al campo profughi di Doholo, nella città di Choda: "Avevo dei risparmi che ho portato con me grazie ai dolci che vendevo nel mio paese", ha detto Zara: “Avevo bisogno di fare qualcosa per coprire i bisogni dei miei figli, dar loro da mangiare, vestirli. Devo dare loro un futuro migliore, anche se siamo in esilio […] Ora preparo delle ciambelle da vendere, così da poter badare ai miei figli”

I combattimenti sono scoppiati nella Repubblica Centrafricana nel 2013, dopo che i ribelli hanno cacciato il presidente Francois Bozize. Da allora, il paese ha subito violenze devastanti che hanno costretto quasi 1.5 milioni di persone a fuggire e a cercare rifugio nei paesi vicini come il Ciad, il Camerun e la Repubblica Democratica del Congo.

Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), 221.694 rifugiati centrafricani vivono attualmente nella Repubblica Democratica del Congo. Tuttavia, solo il 26% di questi rifugiati vive nei quattro campi profughi gestiti dall'UNHCR nella provincia settentrionale e meridionale di Ubangi; infatti la maggioranza vive sulle rive dei fiumi in zone di confine difficilmente raggiungibili, spesso all'interno di comunità ospitanti con risorse limitate. Le loro condizioni di vita sono molto precarie: spesso hanno poco o nessun accesso all'acqua pulita, alle strutture igienico-sanitarie o al cibo.

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/4/60633e4d4/chad-central-african-refugee-keeps-hope-alive.html

Immaginate di ricevere una chiamata dal vostro coniuge e di sentirvi dire di prendere le vostre tre figlie e scappare dal vostro villaggio a causa di un attacco, senza una destinazione chiara in mente, camminando per due giorni per raggiungere la prossima città. Questa situazione rappresenta la vita ordinaria della maggior parte degli sfollati interni (IDP) e dei rifugiati mozambicani, le cui vite vengono stravolte da un giorno all'altro a causa dei ricorrenti attacchi e delle violenze dei gruppi armati non statali dall'ottobre 2017.

Questo episodio di "Voices" si concentra sulla storia di Maria, 31enne mozambicana, madre di tre figli, che è stata costretta a fuggire dal suo villaggio di Mocimboa la Praia, nel nord del Mozambico, nel marzo 2020. Il suo viaggio ha incluso il nuotare con i suoi tre figli, l'essere testimone di altri che non ce l'hanno fatta, il camminare per due giorni per raggiungere la città di Quitunga, 15 chilometri a sud di Palma. Maria è stata più fortunata di altri sfollati: è stata accolta da parenti e ha avuto un tetto sopra la testa e del cibo. Solo tre giorni dopo il suo arrivo, nuove sparatorie hanno costretta lei e le figlie a partire in barca per raggiungere Pemba, capitale della provincia di Cabo Delgado, dove quasi 700.000 persone sono sfollate.

Il sostegno dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è stato essenziale per fornire servizi di protezione e generi di soccorso (stuoie per dormire, coperte, screening e identificazione dei più vulnerabili). Tuttavia, l'UNHCR lavora per le comunità, ma anche con le comunità. A questo proposito, Maria si è offerta di aiutare l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati a spiegare l'importanza del COVID-19 e delle misure di prevenzione del colera ai nuovi arrivati. Fa ciò preparando secchi d'acqua per lavarsi le mani e organizzando focus group e sessioni di formazione con gli sfollati interni, il che ha un impatto concreto sulle pratiche igieniche, "poco a poco", come sostiene lei. Parallelamente, il suo ruolo comprende anche l'identificazione dei sopravvissuti alla violenza di genere e il loro riferimento all'UNHCR per l'assistenza.

Ad oggi, Maria non ha ancora notizie di suo marito, poiché tutte le comunicazioni da Palma sono state completamente interrotte da marzo 2020. La sua più grande speranza è che le sue figlie possano un giorno tornare a scuola e avere la possibilità di scegliere il loro futuro.

 

Fonte:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/4/607d473a4/helping-others-brings-solace-displaced-mother-cabo-delgado.html

 

Autore: Barbara Caltabiano

Elodie Kavugho, 41 anni, è una madre single di otto figli che è fuggita con i suoi bambini dopo che il suo villaggio nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo è stato attaccato da uno dei gruppi armati più pericolosi del Territorio di Beni. Rammenta una camminata di due giorni per raggiungere luoghi più sicuri, come Mangina Town, pur non avendo un posto dove stare all'arrivo: "abbiamo camminato per due giorni [...] i nostri piedi sono rimasti irritati per una settimana e li massaggiavamo tutti i giorni". Inoltre, ha aspettato nove mesi per accedere a un alloggio sicuro fornito dall'l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

Quasi due milioni di persone sono state sradicate dall'insicurezza e dalla violenza nella sola provincia del Nord Kivu negli ultimi due anni. Nonostante il presidente della RDC Felix Tshisekedi abbia lanciato lo stato di emergenza il 6 maggio nel Nord Kivu e nella vicina provincia di Ituri, i gruppi armati continuano a devastare le vite dei civili.

L'UNHCR riferisce che dal 22 giugno le Forze Democratiche Alleate (ADF) avrebbero brutalmente ucciso almeno 14 persone e ferito molte altre dentro e intorno alla città di Beni. Diverse proprietà sono state saccheggiate e altre rase al suolo. Questo è stato il primo attacco in due anni da parte dell'ADF alla città, e la rinascita del gruppo sta terrorizzando la vita degli abitanti, così come quella di Elodie.

Per quanto brutalmente ingiusto, il caso di Elodie non fa eccezione. Continua infatti a salire il numero delle famiglie fuggite dal Congo. A chi riesce ad avere un tetto sicuro sopra la testa capita spesso di ospitare nelle proprie case un gran numero di sfollati. È il caso di Kahambu Mwavuli, 57 anni, che nella sua casa di Oicha, nel Territorio di Beni, non ha quasi più spazio, con più di 25 persone, tra cui la sua stessa famiglia di sette persone e gli sfollati che ha accolto, attualmente stipati dentro la piccola casa. 

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/7/60f1311f4/forced-homes-displaced-congolese-dire-need-shelter.html 

UNHCR - Attacks by armed group displace 20,000 civilians in eastern DRC

Congolese PM assesses the situation in North Kivu and Ituri | Africanews

 

Autore: Benedetta Spizzichino

Maryam è un'altra vittima tra i circa 270.000 afghani che sono stati recentemente sfollati all'interno del Paese dall'inizio di quest'anno a causa di un'ondata di violenza. Ora ha trovato rifugio nel campo di Nawabad Farabi-ha nella periferia della città di Mazar-e Sharif, insieme ai suoi quattro figli.

Mentre è seduta all'interno della sua tenda, ricorda quegli infiniti momenti di paura e panico della sua fuga. Costretti a muoversi per ben quattro volte nell'arco di pochi anni a causa di scontri interni, i suoi figli non possono frequentare la scuola e sono vestiti con abiti logori ricoperti di sporcizia e polvere.

Le Nazioni Unite riferiscono che all'inizio del 2021, metà della popolazione dell'Afghanistan, tra cui più di 4 milioni di donne e quasi 10 milioni di bambini, aveva già bisogno di assistenza umanitaria. Un terzo della popolazione stava affrontando crisi e livelli di emergenza di insicurezza alimentare acuta e più della metà dei bambini sotto i 5 anni erano malnutriti. Tali bisogni sono aumentati notevolmente a causa delle violenze, della siccità e del COVID-19. Dalla fine di maggio il numero degli sfollati interni a causa di conflitti e bisognosi di aiuti umanitari immediati è più che raddoppiato, raggiungendo quota 550.000.

Di recente, i Talebani hanno ripreso la capitale dell'Afghanistan, quasi due decenni dopo essere stati cacciati da Kabul dalle truppe statunitensi. Sebbene le forze di sicurezza afghane fossero equipaggiate, hanno opposto poca resistenza e i Talebani hanno così conquistato gran parte del Paese in seguito al ritiro delle truppe statunitensi all'inizio di luglio. Persone come il presidente afghano Ashraf Ghani hanno avuto la fortuna di fuggire dal Paese, abbandonando il palazzo presidenziale ai combattenti Talebani, ma rappresentano un piccolo numero rispetto a quelle che non sono riuscite a fuggire e sono state lasciate indietro, proprio come Maryam. 

 

Sources:

https://edition.cnn.com/2021/08/16/middleeast/taliban-control-afghanistan-explained-intl-hnk/index.html  

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/7/60f008f54/displaced-afghan-family-struggles-cope-amid-latest-violence.html  

UNHCR - UNHCR warns that humanitarian needs in Afghanistan cannot be forgotten

 

Autore: Benedetta Spizzichino

Brukti è stata costretta a fuggire dalla regione etiope del Tigray travolta dal conflitto, insieme a migliaia di altri. Ha lavorato come infermiera per quattro anni prima che le violenze la costringessero a fuggire dal suo villaggio vicino ad Adwa. “Quando ho saputo che delle persone venivano uccise, sono fuggita insieme a mio figlio. Abbiamo visto cadaveri in alcuni dei villaggi che abbiamo attraversato”, racconta. Non appena hanno raggiunto Mekelle, ha immediatamente iniziato a fare volontariato nel luogo in cui hanno trovato rifugio, fornendo assistenza sanitaria vitale agli altri sfollati.

Brukti sta facendo volontariato in un piccolo edificio in pietra a Mekelle, dove vivono oltre 1.800 sfollati, secondo quanto riportato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Proprio a Mekelle e a Shire, l'UNHCR ha anche istituito "sportelli di protezione" in 38 siti, dove gli sfollati possono accedere a servizi essenziali e informazioni per ricevere consulenza psicosociale da parte del personale dell'UNHCR. Brukti e altre 15 infermiere qualificate fanno volontariato presso un piccolo centro sanitario, e lavorano insieme ad un medico dell'Ufficio sanitario regionale di Mekelle: "Sono felice di aiutare la mia comunità in questo momento critico, ma la mia speranza è che la pace venga ripristinata in modo da poter vedere di nuovo il resto della mia famiglia ", dice Brutki.

In tutta la regione del Tigray, il conflitto ha avuto gravi ripercussioni sulla vita dei rifugiati, degli sfollati interni (IDP) e dei civili. In effetti, la situazione umanitaria nella regione del Tigray sta peggiorando drammaticamente a causa della difficoltà nel fornire assistenza umanitaria. Sia i rifugiati che gli sfollati interni stanno soffrendo la mancanza di cibo, di acqua e di un riparo adeguato. Nonostante le sfide e le ostilità in corso, i partner umanitari continuano a rispondere alle emergenze, ma secondo l'Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) almeno 5,2 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria.

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/7/60daa5954/displaced-nurses-provide-vital-health-care-others-displaced-ethiopias-tigray.html  
https://data2.unhcr.org/en/working-group/284 
https://news.un.org/en/story/2021/09/1099022 

Un microfono, una cuffia e una storia potente da raccontare. Questo è quello che serve per trasformare le paure in opportunità, e questo è anche l'obiettivo del programma radiofonico "Buongiorno, Yaoundé", gestito da rifugiati che cercano di raccontare le loro vite. Emmanuel Ambei, 30 anni, studente rifugiato ciadiano che ora vive nella capitale camerunese di Yaoundé, è tra gli studenti che lo rendono possibile. Grazie a una piccola sovvenzione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Emmanuel e altri studenti rifugiati si sono impegnati a condurre un programma radiofonico per diffondere consapevolezza sulle condizioni dei rifugiati. "I nostri obiettivi sono i riuscire a far parlare i rifugiati e farli conoscere agli altri e al mondo", dice Ambei.

Il programma comprende reportage sul campo e interviste in studio. Da un lato, Emmanuel e i suoi compagni registrano la vita dei rifugiati nei campi e nelle aree urbane, testimoniando la scarsità di lavoro, ma anche il sentimento di accoglienza della comunità di rifugiati verso il gruppo di giornalisti praticanti. Dall'altro, vengono registrate le voci timide dei rifugiati. Emmanuel sostiene che sono tutte collegate: non solo ogni storia è ugualmente toccante, ma gli insegna anche qualcosa di nuovo sulla vita dei rifugiati in Camerun, specialmente di quelli che vivono in aree non urbane, che sono note per avere meno opportunità in termini di istruzione, lavoro e assistenza sanitaria. 

Andato in onda sulla principale stazione radiofonica pubblica del Camerun a giugno, il progetto dovrebbe espandersi presto ad altri paesi africani francofoni. Oltre all'obiettivo primario del progetto, i giovani rifugiati stanno sfidando sé stessi creando nuove opportunità: vengono formati nel campo del giornalismo e della comunicazione dai professionisti del Consiglio internazionale della radio e della televisione francofona (CIRTEF). Questo è il caso di Mabel, che vede i bisogni dei suoi fratelli rifugiati e ora nutre l'idea di lavorare nel campo umanitario.

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/8/6114ed884/good-morning-yaounde-refugees-mic.html

https://www.africanews.com/2021/06/20/refugees-in-cameroon-use-the-power-of-media-to-highlight-their-plights/

https://reliefweb.int/report/cameroon/good-morning-yaound-refugees-take-mic

 

Autore: Barbara Caltabiano

Linda, 22 anni, e Xolie, 19 anni, entrambe rifugiate, lo sanno molto bene. Sono alcuni dei fortunati studenti rifugiati ad avere opportunità di borse di studio per continuare la loro istruzione superiore. Nel 2008 Xolie è fuggita dai disordini sociali in Zimbabwe con sua madre e sua sorella mentre Linda ha lasciato il Burundi per il Sudafrica con sua madre nel 1998 per fuggire nuovamente in Botswana 10 anni dopo.

"È difficile essere una bambina in un campo profughi", afferma Xolile. Tuttavia, è fortunata perché alcuni dei suoi amici sono stati reinsediati in un terzo paese o sono tornati in Zimbabwe. "La vita sembra più sicura rispetto a  prima di venire all'università... possiamo fare progetti per il futuro", afferma Linda.

Molti rifugiati in Botswana eccellono nei loro studi. Sfortunatamente, le loro opzioni dopo la scuola secondaria sono limitate poiché il governo del Botswana offre borse di studio complete o parziali solo ai propri studenti e non ai rifugiati. Quindi i rifugiati devono tornare nei loro campi dove le opportunità di lavoro sono limitate.

Allo stesso modo, come molte altre nazioni, anche il Botswana sta soffrendo per la pandemia di COVID 19 e, come accade in tempi difficili, le donne stanno pagando il prezzo più alto. Rischiano di essere costrette a sposarsi presto o di dedicarsi al lavoro minorile per alleviare la precaria situazione economica delle loro famiglie.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e Skillshare stanno lavorando insieme per fornire opportunità di borse di studio per studenti rifugiati ad alto rendimento. Queste organizzazioni internazionali stanno collaborando con istituti di istruzione superiore e settori privati ​​in Botswana per offrire tali opportunità. Questo progresso è un risultato recente e si prevede che si moltiplicherà negli anni a venire.

 

Per saperne di più:

https://www.unhcr.org/news/stories/2021/6/60b7abab4/hope-opportunity-refugee-students-botswana.html 

 

Author: Giulia Francescon; Editor Shrabya Ghimire

 

Le pareti arrugginite e bianche della stanza di Solomon Alema sono piene di immagini. Cinque grandi poster e un dipinto riempiono lo spazio. Lui è seduto sul pavimento mentre con le mani dipinge la sua nuova opera d’arte. E’ circondato da quaderni che contengono i suoi schizzi e dal materiale che usa per dipingere, i cui colori contrastano con la sua stanza buia. Per Solomon, l’arte -in cui ha trovato un rufugio- ha la priorità e non la sua condizione di rifugiato.

Il 29enne Solomon è un rifugiato eritreo che si trova a Tripoli insieme ad altri 49,000 richiedenti asilo che risiedono in Libia, ma per lui Tripoli non è la sua meta finale. Si immaginava uno studente volenteroso e un artista professionista lontano dal suo Paese natale e per questo ha spinto la madre a vendere i suoi gioielli e a farsi aiutare economicamente dai suoi familiari. Così ha pagato 5,500 dollari i trafficanti per portarlo in Europa via mare ma a metà del viaggio la sua imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia costiera libica che l’ha riportata indietro, ponendo così fine ai suoi sogni.  

Dopo il periodo di detenzione, Solomon si è ammalato di tubercolosi a causa delle precarie condizioni igieniche del luogo in cui era stato imprigionato e per avere accesso a delle cure mediche è dovuto nuovamente entrare in un centro di detenzione. Ora risiede in una comunità che lo sostiene e lo incoraggia nonostante le difficili condizioni. 

L’accesso ai beni di prima necessità è quasi impossibile per molti rifugiati e richiedenti asilo. Solomon, i suoi compagni di stanza ed amici sono molto preoccupati per la mancanza di cibo e le poche risorse economiche che li costringono a dividere tra di loro i pasti. “Preferisco spendere tutto quello che ho per comprare il materiale per disegnare, ma la vita qui è veramente dura e non è facile concentrarsi sui disegni quando ci sono altre cose importanti, altre priorità”, ha riferito in un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). 

L’UNHCR provvedere ad assicurare ai richiedenti asilo e ai rifugiati un supporto finanziario, l’assistenza medica e psicologica, e un rifugio; inoltre, insieme al World Food Programme, si occuperà di fornire aiuti alimentari a 10,000 rifugiati e richiedenti asilo -in particolare a chi ha perso il lavoro a causa della pandemia e si trova in uno stato di grave difficoltà economica- fino alla fine dell’anno.

Nell’attesa di ricevere un sostegno finanziario, Solomon continua ad immergersi nell’arte. Nei suoi disegni c’è un tema ricorrente perché ogni sua creazione è ricca di motivi e riferimenti: “Non abbiamo un posto in cui pregare in Libia, quindi usiamo le immagini. Quando le persone pregano, hanno speranza. Usare questi dipinti li aiuta e li fa sentire protetti dal pericolo”, ha detto Solomon.

L’arte è stata una strada per Solomon -che non ha una formazione artistica- per trovare la forza per svegliarsi ogni giorno. Invece che tenere per sé le sue opere, le mostra alla sua comunità per dare speranza e portare luce, invitando tutti ad utilizzare la fede come “arma” contro il difficile contesto in cui vivono.

 

Fonti:

https://www.unhcr.org/news/stories/2020/6/5ef1e85f4/art-provides-comfort-hope-eritrean-refugee-libya.html

https://reporting.unhcr.org/node/12003#_ga=2.137798389.412294645.1593941709-892549232.1593359228

https://www.wfp.org/countries/libya

 

Autore: Matthew Burgos; Traduzione: Silvia Luminati