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L’Osservatorio si occupa quotidianamente di monitorare il web e altre fonti di informazione per fornire notizie di approfondimento sull’impatto dei conflitti armati contemporanei sui civili.

Pubblicato in Palestina - Rassegna Web
Lunedì, 18 Agosto 2025

3 agosto 2025 - 

L’Onu denuncia nuovi attacchi armati a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, che hanno costretto alla fuga decine di migliaia di persone.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha riferito che una serie di attacchi da parte di gruppi armati, avvenuti nel mese di luglio, ha provocato lo sfollamento di decine di migliaia di persone nel nord del Mozambico. L’escalation di violenze si aggiunge a molteplici crisi, come il cambiamento climatico, i focolai di malattie, e la scarsità di finanziamenti, che dall’inizio dell’anno hanno già causato lo spostamento forzato di oltre 95.000 persone.

Questa nuova ondata di sfollamenti si inserisce in un contesto di instabilità che dura da anni. Dal 2017 infatti, anno in cui è esplosa la violenza, oltre un milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. La provincia di Cabo Delgado è la più colpita. Tra il 20 e il 28 luglio, gruppi armati hanno attaccato i distretti di Chiúre, Ancuabe e Muidumbe, costringendo almeno 46.600 persone alla fuga, tra cui un numero preoccupante di minori non accompagnati o separati dai genitori o tutori, secondo quanto riportato da organizzazioni umanitarie. Questi bambini sono esposti a rischi elevati di violenza, sfruttamento e abusi da parte di gruppi armati non statali.

Gli sfollamenti più recenti si aggiungono a movimenti precedenti legati all’insicurezza nei distretti di Macomia e Mocímboa da Praia. Le famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni hanno trovato rifugio in quartieri sovraffollati, esercitando una forte pressione su comunità e risorse già limitate. I bisogni più urgenti riguardano alimenti, beni di prima necessità, nonché infrastrutture idriche e igienico-sanitarie.

Anche la situazione di sicurezza nel distretto di Ancuabe è peggiorata bruscamente. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha segnalato che, in una sola settimana, il numero delle famiglie sfollate è quasi triplicato. Nel distretto di Muidumbe, miliziani armati hanno incendiato numerose abitazioni, costringendo circa 500 famiglie a fuggire verso aree vicine.

L’OCHA ha avvertito che la violenza diffusa e il ripetersi degli attacchi stanno rendendo sempre più difficili sia il ritorno che il reinsediamento degli sfollati. L’insicurezza, la mancanza di documenti civili e i trasferimenti forzati limitano gravemente la possibilità per queste persone di muoversi liberamente e accedere ai servizi essenziali.

Nel frattempo, la risposta umanitaria è ostacolata da una grave carenza di fondi. A luglio, meno del 20% del Piano di Risposta Umanitaria nazionale 2025 risultava finanziato, con soli 66 milioni di dollari ricevuti a fronte dei 352 milioni richiesti. Questo ha costretto le agenzie umanitarie a ridurre i propri obiettivi di oltre il 70%, prevedendo di assistere appena 317.000 persone, rispetto all’obiettivo iniziale di 1,1 milioni.

Ilaria Manunza, direttrice di Save the Children in Mozambico, ha sottolineato come i bisogni dei bambini stiano crescendo rapidamente, superando di gran lunga le risorse disponibili. L’OCHA ha ribadito l’urgente necessità di finanziamenti adeguati per evitare un ulteriore deterioramento della crisi e un possibile aggravamento dell’insicurezza. L’assistenza umanitaria resta fondamentale per garantire che migliaia di persone possano ricevere cibo, rifugio e protezione di cui hanno disperato bisogno.

 

Per saperne di più:

 

by Francesco Ghibaudo

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Domenica, 03 Agosto 2025

13 agosto 2025

Donne e ragazze afghane rientrate dall’Iran e Pakistan affrontano povertà, violenza e un futuro incerto in patria.

L’ondata di donne e ragazze afghane che rientrano dall’Iran e dal Pakistan sta mettendo in luce una crisi umanitaria sempre più profonda in Afghanistan, aggravata dalle restrizioni imposte dal regime dei talebani e da tagli nel supporto internazionale.

Secondo un rapporto congiunto di UN Women e CARE International, oltre 2,43 milioni di afghani sono tornati nel Paese tra settembre 2023 e oggi, con donne e ragazze che rappresentano circa un terzo dei rientri dall’Iran e metà di quelli dal Pakistan. Molte non hanno mai vissuto in Afghanistan e ritornano senza casa, reddito, istruzione o accesso alla sanità.

Tra le difficoltà che devono affrontare ci sono: povertà estrema, rischio di matrimoni precoci, violenza, sfruttamento e severe limitazioni nei diritti e nella libertà di movimento. Spesso vivono in abitazioni temporanee o precarie: solo il 10 % delle famiglie guidate da donne ha un alloggio stabile, mentre quasi il 40 % teme lo sfratto. Inoltre, tutte le ragazze sono escluse dalla scuola secondaria.

Le operatrici umanitarie donne giocano un ruolo cruciale nell’assistere le donne rientrate nel paese, poiché spesso sono le uniche interlocutrici accettate dalle donne afghane. Tuttavia, il loro lavoro è ostacolato da vincoli di mobilità: devono essere accompagnate da un “mahram” (guardiano maschile), ma i fondi per garantire questo accompagnamento sono stati drasticamente ridotti nelle province di Kandahar e Nangarhar, rendendo il supporto irregolare o del tutto assente.

Oltre alle difficoltà logistiche, i talebani hanno torturato e minacciato alcuni rientrati dall’Iran e dal Pakistan, prendendoli di mira anche in base al loro genere, orientamento o connessioni politiche. Inoltre, le Nazioni Unite hanno sottolineato come il rientro di oltre 2,2 milioni di rifugiati rappresenti un nodo cruciale per la coesione sociale e la pace in Afghanistan, ma anche una fonte crescente di tensioni se non accompagnato da misure efficaci.

In sintesi, il ritorno massiccio delle donne afghane richiede una risposta urgente e mirata: serve un sostegno internazionale consistente volto a garantire alloggi sicuri, opportunità di sostentamento, istruzione per le ragazze, e rafforzare il ruolo delle operatrici donne nelle comunità più vulnerabili.

Di Sara Maggetto

 

Per saperne di più:

https://news.un.org/en/story/2025/08/1165594

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Mercoledì, 13 Agosto 2025

12 agosto 2025

Una delle voci più coraggiose di Gaza, il giornalista di Al Jazeera Anas Al Sharif, è stato ucciso domenica in un attacco aereo, insieme ad altri cinque colleghi.

Anas Al Sharif, noto reporter di Al Jazeera che ha raccontato la dura realtà dell’occupazione israeliana a Gaza e che aveva precedentemente ricevuto minacce da Israele, è stato ucciso domenica in un attacco aereo che ha colpito la tenda dei giornalisti nei pressi dell’ospedale Al Shifa. Nell’attacco sono rimaste uccise sette persone, tra cui un altro corrispondente di Al Jazeera, Mohammed Qreiqeh, gli operatori video Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, e un sesto giornalista freelance, Mohammad Al-Khaldi.

L’esercito israeliano ha colpito e ucciso Al Sharif sostenendo che avesse guidato una cellula terroristica di Hamas e che fosse responsabile di lanci di razzi contro civili israeliani. Al Jazeera e lo stesso Al Sharif avevano respinto tali accuse: “Al Jazeera respinge categoricamente la rappresentazione dei nostri giornalisti come terroristi da parte delle forze di occupazione israeliane e denuncia l’uso di prove fabbricate” ha dichiarato all’epoca la rete in un comunicato. Al Jazeera ha inoltre affermato che Anas Al Sharif e i suoi colleghi erano “tra le ultime voci rimaste a Gaza a riportare al mondo la tragica realtà dei fatti”. In particolare, Al Sharif è stato una delle figure giornalistiche più di rilievo durante il conflitto a Gaza e, con oltre 500.000 follower sulla piattaforma social X, era in grado di raggiungere un pubblico vastissimo. Secondo Al Jazeera, l’attacco è stato “un tentativo disperato di mettere a tacere voci in vista dell’occupazione di Gaza”.

L’attacco è stato condannato a livello internazionale. L’Unione Europea, la Cina e la Germania hanno condannato l’uccisione dei giornalisti, mentre le Nazioni Unite hanno descritto l’attacco come “una grave violazione del Diritto Internazionale umanitario”. Il primo ministro del Qatar ha dichiarato: “La deliberata volontà di Israele di prendere di mira i giornalisti nella Striscia di Gaza dimostra quanto questi crimini superino ogni immaginazione”. Il portavoce del primo ministro britannico ha riferito che il premier Starmer è profondamente preoccupato per i ripetuti attacchi contro i giornalisti a Gaza. Inoltre, manifestazioni e commemorazioni si sono tenute a Berlino, nei Paesi Bassi, a Washington, Londra, Oslo e Stoccolma.

L’uccisione di giornalisti da parte di Israele è stata continua e allarmante. Al Jazeera ha dichiarato che almeno 270 tra giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi a Gaza, in Cisgiordania, in Israele e in Libano dall’inizio della guerra, nell’ottobre del 2023, rendendo questa guerra la più mortale per i giornalisti.

Di Sonia Iovine

 

Per saperne di più:

https://www.theguardian.com/world/2025/aug/11/i-risked-everything-remembering-six-media-workers-killed-by-israel-in-gaza 

https://www.tasnimnews.com/en/news/2025/08/12/3374482/protests-erupt-in-world-over-israel-s-deliberate-attack-on-journalists 

https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-strike-kills-al-jazeera-journalists-gaza-2025-08-11/ 

https://cpj.org/data/killed/all/?status=Killed&motiveConfirmed%5B%5D=Confirmed&motiveUnconfirmed%5B%5D=Unconfirmed&type%5B%5D=Journalist&type%5B%5D=Media%20Worker&cc_fips%5B%5D=IS&cc_fips%5B%5D=LE&start_year=2023&end_year=2025&group_by=year 

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Martedì, 12 Agosto 2025

11 agosto 2025

Oltre 150 giorni senza aiuto umanitario, malnutrizione infantile in aumento e decine di vittime ogni giorno per fame.

La Striscia di Gaza affronta una crisi umanitaria definita “catastrofica” dall’UNRWA, con nessun accesso ai propri convogli umanitari da oltre 150 giorni. Dal marzo 2025, nessun camion dell’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi ha potuto consegnare cibo, medicine o beni essenziali.”Questa negazione di accesso sta costando vite ogni singolo giorno”, ha dichiarato l’agenzia.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 61.158 palestinesi sono stati uccisi e oltre 151.000 feriti dall’ottobre 2023, a seguito dei bombardamenti e delle operazioni di terra israeliane in risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Tra le vittime si contano quasi 350 membri dello staff UNRWA.

La situazione alimentare è ormai critica: dal 1° agosto, 193 persone, di cui 96 bambini, sono morte per malnutrizione, con luglio che ha registrato il tasso mensile più alto di malnutrizione acuta nei bambini sotto i cinque anni. L’OMS stima quasi 12.000 casi di malnutrizione acuta infantile, di cui 2.500 gravi.

I prezzi del cibo sono aumentati in maniera esponenziale: il costo della farina di grano è aumentato fino al 15.000% rispetto ai livelli prebellici. UNRWA avverte che solo forniture massicce e continuative possono stabilizzare i prezzi e ridurre la fame.

Il sistema sanitario è sull’orlo del collasso: oltre metà delle forniture mediche essenziali è esaurita e gli ospedali sono costretti a razionare il carburante per i generatori. Nonostante ciò, le squadre UNRWA hanno garantito oltre 1,5 milioni di consultazioni mediche da marzo, ma senza nuovi rifornimenti la loro capacità di salvare vite diminuisce ogni giorno.

La dislocazione forzata tocca il 90% della popolazione: 1,9 milioni di persone sono state sfollate, molte più volte, e quasi 100.000 vivono stipate in 60 rifugi UNRWA. Nel contempo, in Cisgiordania settentrionale, circa 30.000 persone non possono rientrare nelle proprie case a causa dell’operazione militare “Iron Wall” in corso da gennaio.

L’UNRWA e altre agenzie umanitarie chiedono accesso immediato e senza restrizioni per gli aiuti, in linea con i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario. Il Consiglio di Sicurezza ONU si riunirà d’urgenza a New York per discutere la recente decisione del governo israeliano di avallare una presa di controllo militare di Gaza, abitata da circa un milione di palestinesi.

Di Sara Maggetto

 

Per saperne di più:

https://news.un.org/en/story/2025/08/1165618 

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Martedì, 12 Agosto 2025

8 Agosto 2025

Oltre 640.000 bambini nel Nord del Darfur sono minacciati dal colera. La situazione è aggravata dalla carestia e dal collasso del sistema sanitario.

Sheldon Yett, rappresentante dell’UNICEF in Sudan, ha mostrato profonda preoccupazione affermando: “Nonostante sia prevenibile e facilmente curabile, il colera si sta diffondendo rapidamente a Tawila e in altre zone del Darfur, mettendo in pericolo la vita dei bambini, soprattutto dei più piccoli e vulnerabili”. A Tawila sono stati registrati oltre 1.180 casi di colera, di cui circa 300 tra i bambini, e almeno 20 decessi. In questa città, situata nel Darfur settentrionale, più di mezzo milione di persone è in cerca di rifugio dopo essere fuggita dalle violenze.

La guerra civile scoppiata nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate da Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces (RSF), una milizia paramilitare al comando di Mohamed Hamdan Dagalo (“Hemedti”), non ha solo provocato instabilità politica e crisi economica, ma ha anche innescato una gravissima emergenza umanitaria. Il conflitto ha distrutto infrastrutture essenziali e costretto migliaia di persone alla fuga. A Tawila, molte strutture sanitarie, inclusi gli ospedali, sono state bombardate o chiuse, rendendo difficile l’assistenza ai pazienti colpiti dalla malattia. I bambini, già indeboliti dalla malnutrizione, sono ancora più propensi a contrarre il colera e a morire a causa delle sue complicazioni.

Inoltre, l’accesso limitato ad acqua potabile, i servizi igienici inadeguati e i rifugi sovraffollati hanno creato le condizioni ideali per la diffusione del colera. Il Sudan è estremamente vulnerabile agli shock climatici, che spesso provocano siccità e conseguentemente inondazioni catastrofiche. Queste condizioni hanno inasprito ulteriormente la crisi, costringendo le famiglie ad affrontare fame, malattie, crisi ambientale e collasso delle infrastrutture.

L’UNICEF chiede con urgenza un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli, poiché la distribuzione degli aiuti - tra cui vaccini, alimenti terapeutici e kit medici - è stata compromessa da ritardi burocratici, saccheggi ai convogli umanitari e scontri armati. Per contenere l’epidemia nel lungo termine, l’UNICEF ha previsto di distribuire oltre 1,4 milioni di dosi di vaccino contro il colera e di rafforzare i centri di trattamento.

Di Sonia Iovine

 

Per saperne di più:

https://www.unicef.org/press-releases/over-640000-children-under-five-risk-cholera-spreads-sudans-north-darfur-state 

https://news.un.org/en/story/2025/08/1165562 

https://www.ispionline.it/en/publication/sudan-and-the-danger-of-a-trans-regional-conflict-207351

Pubblicato in Sudan - Rassegna Web
Domenica, 10 Agosto 2025