Il 30 settembre 2025, le Nazioni Unite hanno convocato la Conferenza di Alto Livello sulla situazione dei musulmani Rohingya e di altre minoranze in Myanmar, tenutasi a New York. L’evento ha riunito agenzie Onu, organizzazioni della società civile, governi e rappresentanti delle comunità colpite per riportare l’attenzione globale sulla crisi.
Nel suo intervento inaugurale, la Presidente dell’Assemblea Generale Annalena Baerbock ha sottolineato l’allarmante portata delle sofferenze vissute da centinaia di migliaia di Rohingya nella regione. Milioni di persone sono state costrette a fuggire e vivono attualmente come rifugiati in Bangladesh, mentre molti rimangono sfollati all’interno del Myanmar in condizioni insostenibili. La conferenza ha discusso le difficoltà affrontate dai Rohingya, evidenziando la necessità di una soluzione duratura che garantisca un ritorno volontario, sicuro e sostenibile. Baerbock ha avvertito che l’inazione compromette la credibilità della comunità internazionale, sottolineando che le dichiarazioni di solidarietà devono essere accompagnate da azioni concrete.
Inoltre, gli attivisti Rohingya presenti hanno chiarito che la conferenza non doveva essere intesa come un semplice momento di sensibilizzazione, ma come una richiesta concreta di giustizia. Diverse agenzie umanitarie e ONG internazionali, tra cui Amnesty International, hanno segnalato che, a otto anni dalle espulsioni di massa nello Stato di Rakhine, la comunità continua a subire oppressione, privazioni e violenze. Allo stesso tempo, i Paesi ospitanti, come il Bangladesh, faticano a gestire i nuovi arrivi in un contesto di instabilità regionale e tagli agli aiuti. Wai Wai Nu, fondatrice del Myanmar Women’s Peace Network, ha denunciato il peggioramento delle condizioni umanitarie, le restrizioni nella distribuzione di beni essenziali, gli omicidi mirati e le violenze. I campi profughi risultano sovraffollati e le comunità locali faticano a far fronte a risorse scarse, con il rischio di interruzione dei servizi fondamentali quali la distribuzione di cibo, assistenza sanitaria ed educazione.
Dallo scorso 2023, la violenza si è intensificata a seguito di nuovi scontri tra l’esercito e l’Arakan Army. I bombardamenti contro aree residenziali e i blocchi hanno acuito le sofferenze della popolazione civile, costringendo oltre un quarto dei Rohingya ancora residenti in Myanmar a lasciare il Paese.
La crisi umanitaria resta drammatica. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha riportato che oltre la metà delle famiglie presenti nell’area non ha accesso ai beni alimentari di base. Secondo le testimonianze, numerosi bambini sono a rischio a causa di malattie non trattate e le famiglie sono costrette a sopravvivere con riso e acqua contaminata.
Nonostante l’incertezza, continuano le discussioni sul possibile rimpatrio. Joe Freeman, ricercatore per Amnesty International in Myanmar, ha avvertito che ogni tentativo di ritorno senza affrontare prima i pericoli a cui sono esposte le comunità sfollate potrebbe rivelarsi prematuro o addirittura catastrofico.
Come ribadito durante la conferenza, le comunità Rohingya chiedono che venga loro garantita protezione dalla persecuzione, la possibilità di tornare a casa in sicurezza, e che i responsabili delle atrocità siano chiamati a rispondere delle proprie azioni. Le loro testimonianze confermano che dichiarazioni e promesse non bastano: ciò che serve è un impegno concreto per una pace duratura.
Per saperne di più:
https://news.un.org/en/story/2025/09/1166004




