L'epidemia di malattia da virus Ebola causata dal virus Bundibugyo, dichiarata nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) il 15 maggio 2026, continua a diffondersi in un contesto caratterizzato da conflitto armato, spostamenti di popolazione e insicurezza alimentare. Secondo l'aggiornamento dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dell'8 ottobre 2026, al 6 ottobre la RDC aveva registrato 8.728 casi confermati e 4.205 decessi, con un tasso di letalità di circa il 48,2%. L'epidemia interessava 64 zone sanitarie in sette province. L'Ituri rimane l'epicentro, mentre anche il Kivu del Nord registra una significativa progressione dei contagi.
La crisi ha ormai assunto una dimensione regionale. Secondo Reuters, Il 6 ottobre il Kenya ha confermato un caso di importazione riguardante un paziente arrivato dalla RDC via Uganda, deceduto il 5 ottobre. Le autorità sanitarie hanno avviato le operazioni di tracciamento dei contatti e rafforzato le misure di sorveglianza. Tale evoluzione sottolinea la necessità di un coordinamento transfrontaliero, in linea con le raccomandazioni dell'OMS.
Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ricorda che la fame rappresenta un ostacolo importante alla risposta sanitaria. Nel suo rapporto del 2 settembre 2026, l’organizzazione indicava di sostenere oltre 68.000 sfollati nelle aree interessate e di aver assistito quasi 480.000 persone in condizioni di insicurezza alimentare nella parte orientale della RDC dall’inizio dell’anno. Il PAM stimava inoltre in 50 milioni di dollari il fabbisogno finanziario necessario per mantenere la fornitura di pasti preparati, sostenere le misure di quarantena ed estendere l’assistenza alle nuove zone colpite.
Tale situazione deve essere esaminata anche alla luce del diritto internazionale. Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali riconosce il diritto a un’alimentazione adeguata e alla salute. La RDC è inoltre parte dei Protocolli aggiuntivi I e II alle Convenzioni di Ginevra. L’articolo 18 del Protocollo II prevede, in particolare, che possano essere intraprese azioni di soccorso umanitario imparziali qualora la popolazione civile soffra di privazioni eccessive, nel rispetto delle condizioni giuridiche applicabili.
Del resto, il diritto internazionale umanitario vieta di utilizzare la fame tra i civili come metodo di guerra e tutela i beni indispensabili alla loro sopravvivenza. In tale contesto, le autorità congolesi e i gruppi armati sono tenuti a rispettare le norme vigenti, a proteggere i civili e a facilitare l’accesso umanitario. Anche le imprese e gli altri attori privati devono rispettare i diritti umani, in conformità con i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, e prevenire o mitigare gli impatti negativi connessi alle loro attività.
In conclusione, l’evoluzione dell’epidemia rafforza la necessità di una risposta integrata che combini assistenza medica, nutrizione, protezione dei civili, logistica e accesso umanitario. Le autorità congolesi, le parti in conflitto, le agenzie delle Nazioni Unite e i donatori dovrebbero potenziare l’approvvigionamento alimentare e sanitario, in particolare nelle aree isolate e presso le comunità di sfollati. Il PAM sottolinea che l’assistenza alimentare contribuisce direttamente al contenimento dell’epidemia, consentendo alle persone in quarantena e alle famiglie colpite di soddisfare i propri bisogni essenziali senza doversi spostare per procurarsi cibo. A fronte dell’aumento dei casi, dell’estensione geografica dell’epidemia e della comparsa di casi transfrontalieri, un finanziamento sostenibile per gli aiuti alimentari e sanitari rimane indispensabile per proteggere le popolazioni civili e limitare la diffusione del virus.
Di Gael MOUTELI




