Report: evitare una nuova guerra nel Rakhine

Proteste antigovernative nello stato di Rakhine Proteste antigovernative nello stato di Rakhine © Saw Wunna su Unsplash

Questo articolo è un breve riassunto del più recente report sul Myanmar dell’International Crisis Group riguardante la situazione attuale nello stato del Rakhine

Il report qui è stato diffuso dall’International Crisis Group, ONG internazionale di ricerca e studi sui conflitti con sede a Bruxelles, e pubblicato l’uno giugno 2022. L’obiettivo del report è analizzare i recenti sviluppi nello Stato Rakhine del Myanmar, regione nell’ovest del paese al confine con il Bangladesh, e le relazioni tra l’Esercito Arakan e la giunta militare che governa il paese in seguito al colpo di stato del febbraio 2021. Inoltre, il report propone anche una serie di raccomandazioni che le parti coinvolte dovrebbero seguire al fine di evitare un possibile ritorno della guerra nel Rakhine. 

La metodologia implementata è basata su testimonianze in loco di abitanti della regione di riferimento, non essendo stato possibile per l’International Crisis Group recarsi nel paese a causa delle restrizioni implementate dalla giunta militare dopo la presa del potere e quelle relative alla pandemia di COVID-19. Tra le fonti locali consultate vi sono individui di etnia Rakhine e Rohingya residenti nello Stato Rakhine, nonché membri di organizzazioni della società civile birmana e di ONG internazionali operanti nell’area, diplomatici e operatori umanitari. 

La prima parte del report è sostanzialmente una disamina della governance de facto dell’Esercito Arakan nelle aree rurali e settentrionali di Rakhine, che costituiscono tra il 50 e il 75% del territorio dello Stato. In seguito alla tregua del 2020 con le forze armate del paese, l’Esercito Arakan ha iniziato a smantellare buona parte dell’amministrazione del governo centrale e a sostituirlo tramite la nomina di amministratori locali fedeli agli insorti. Gli Arakan hanno infatti nominato funzionari politici, giudiziari, e delle forze dell’ordine come punto di partenza per eventualmente arrivare a controllare il resto della vita politica, sociale, ed economica dello Stato. 

In contrapposizione agli Arakan, l’esercito del Myanmar (Tatmadaw) controlla ancora i maggiori centri urbani e il sud del paese, nonché la formale gestione di una buona parte dei servizi sociali nazionali come la sanità e l’istruzione. Ad ogni modo, allo stato attuale le due fazioni si trovano in stato di tregua. Non solo gli Arakan non hanno reagito violentemente al colpo di stato militare del generale Min Aung Hlaing, di fatto riconoscendolo non ufficialmente, ma si sono anche rifiutati di cooperare con il Governo di Unità Nazionale (NUG) che attualmente rappresenta la prima forza anti-golpe a livello nazionale in Myanmar. 

L’agenda etno-nazionalista degli Arakan prevede la creazione di una confederazione per lo stato di Rakhine completamente autonoma dalla capitale Naypyitaw, ma allo stato attuale le circostanze richiedono che le due fazioni continuino a coesistere in un regime di coabitazione. Il motivo per il quale questa situazione è stata fino ad ora tollerata da entrambe le parti risiede principalmente nel fatto che una ripresa delle ostilità non è sostenibile nel lungo periodo. Questo vale soprattutto per il Tatmadaw, che gode di una limitata presenza territoriale e di una praticamente inesistente legittimità a livello popolare a Rakhine, nonché per il fatto che questi è ancora troppo impegnato nel consolidare il proprio potere a livello governativo nazionale. 

Di conseguenza, negli ultimi mesi l’esercito nazionale del Myanmar ha spinto per una sempre maggiore formalizzazione dei rapporti con l’amministrazione de facto dello Stato Rakhine. Questo percorso è stato caratterizzato da una serie di iniziative come la rimozione dell’Esercito Arakan dalla lista delle organizzazioni terroristiche ufficialmente riconosciute dalla giunta, la scarcerazione di individui legati all’organizzazione, e la collaborazione nella distribuzione dei vaccini anti-COVID nella regione. Come precedentemente riportato, l’amministrazione Arakan ha sfruttato questa situazione per consolidarsi sempre di più nelle dinamiche di governance dello Stato. La legittimità degli Arakan non è solamente limitata all’etnia Rakhine, ma è molto solida anche presso la consistente etnia Rohingya. La questione dei Rohingya rappresenta infatti una delle maggiori controversie tra le due fazioni e coinvolge largamente anche i paesi confinanti, soprattutto il Bangladesh. 

I Rohingya sono una delle minoranze etniche più perseguitate al mondo: di religione musulmana, ufficialmente discriminati dal governo centrale del Myanmar (che non li include tra le 135 etnie riconosciute del paese) e costantemente soggetti ai soprusi del Tatmadaw. Dopo i massacri compiuti ai loro danni dall’esercito nel 2012 e dopo le susseguenti repressioni del 2016/2017, più di 700,000 Rohingya hanno dovuto rifugiarsi in Bangladesh, dove tutt’oggi molti di questi profughi risiedono. Queste azioni violente sono state considerate alla stregua di pulizia etnica, che secondo la Corte Internazionale di Giustizia ammontano a una violazione delle obbligazioni del Myanmar sotto la Convenzione sul Genocidio del 1948.

I membri dell’etnia Rakhine hanno spesso preso parte alle persecuzioni nei confronti dei Rohingya, ma dopo l’inizio delle ostilità tra l’Esercito Arakan e il governo centrale nel 2018 i primi hanno iniziato a rafforzare la narrativa secondo la quale i veri nemici dei Rakhine fossero i funzionari civili e militari di Naypyitaw, portando a una sempre maggiore integrazione della minoranza musulmana nella regione. Probabilmente uno dei motivi per cui gli Arakan hanno iniziato ad essere più tolleranti nei confronti dei Rohingya risiede nella necessità di doversi differenziare dalle politiche del governo centrale, al fine di ottenere un maggiore riconoscimento e legittimità soprattutto agli occhi della comunità internazionale. Diversi membri della comunità Rohingya sono stati inclusi nell’assetto amministrativo locale dello Stato Rakhine, e in generale questi hanno visto la propria libertà di movimento e l’accesso ai servizi sociali migliorare considerevolmente. Nonostante ciò, lo status dei Rohingya sotto gli Arakan è ancora lontano dall’avere ottenuto pieno riconoscimento e tolleranza. Secondo fonti locali, i membri della suddetta comunità soffrono ancora di trattamenti impari rispetto ai Rakhine, soprattutto in ambito giudiziario. 

Nonostante il generale stato di tregua iniziato nel novembre 2020, un ritorno al conflitto aperto è un’opzione plausibile. Questo a causa delle ambizioni espansionistiche dell’Esercito Arakan, che realisticamente non possono essere accettate in toto dal Tatmadaw. L’esercito nazionale ha infatti recentemente espresso perplessità sulla portata di queste ambizioni, soprattutto riguardo la volontà da parte degli insorti di ottenere il controllo su aree che la giunta considera militarmente strategiche. Per il Tatmadaw un rinnovato conflitto con gli Arakan potrebbe richiedere ancora più sforzi e perdite di quello del 2018, dato che nel frattempo gli ultimi possono contare su quasi 2500 effettivi e su oltre 30.000 riserve sottoposte ad addestramento. 

Ad ogni modo, le conseguenze umanitarie di una ripresa delle ostilità rischiano di essere devastanti per la popolazione locale, soprattutto per i Rohingya. Una soluzione tangibile per entrambe le parti sarebbe quella di muoversi dall’attuale informale cessate il fuoco ad un armistizio consolidato e ufficiale. Dato che ormai la presenza degli Arakan è stata già effettivamente riconosciuta dal governo centrale, il Tatmadaw è apparentemente più aperto ad ufficializzare una tregua sostenibile sul lungo periodo, cosa ritenuta impensabile prima del golpe. Inoltre, è possibile che la giunta possa sfruttare questo processo di pacificazione con le milizie etniche presenti in tutto il paese al fine di indebolire la legittimità delle forze anti-golpiste del NUG. Dal punto di vista degli Arakan, un armistizio formale potrebbe essere un’opportunità per consolidare ancora di più la loro presenza nella regione, oltre al fatto che un riconoscimento ufficiale da parte del governo centrale costituirebbe una decisiva vittoria politica, anche a livello internazionale. 

Quali sono le implicazioni per gli aiuti umanitari e per l’attività delle organizzazioni umanitarie nella regione? Negli ultimi anni le ONG e le organizzazioni operanti in questo settore sono state impedite dall’operare efficientemente a causa delle ostilità e della pandemia. Alcune restrizioni sono state rimosse dal regime militare dopo il golpe, tendenzialmente al fine di migliorare la propria immagine a livello internazionale. Nonostante ciò, la maggior parte delle operazioni umanitarie nello stato Rakhine sono ostacolate da alti livelli di insicurezza per gli operatori umanitari, divieti di accesso, ritardi e negligenze nel rilascio di visti per l’accesso al paese, ed eccessivi controlli da parte delle autorità. 

L’esercito Arakan si è dimostrato essere abbastanza tollerante nei confronti degli operatori umanitari, riconoscendo loro documenti e visti rilasciati dalle autorità centrali e garantendo loro una relativamente ampia libertà di movimento. Tuttavia, la milizia locale ha recentemente iniziato ad esercitare un sempre maggiore controllo delle attività umanitarie nella regione, dato che questa pretende di essere riconosciuta come entità statale a sé stante. Questa situazione si è rivelata essere molto limitante per le ONG, che adesso devono rispondere a due amministrazioni parallele, comportando ritardi burocratici e a tutti gli effetti limitando la loro capacità di operare efficientemente. 

L’International Crisis Group raccomanda alle autorità dell’esercito Arakan di cambiare rotta e permettere alle ONG di lavorare con le autorità centrali senza essere sottomesse a un regime parallelo, dato che queste organizzazioni lavorano anche in altre aree del paese. Il perseguire su questo attuale percorso rischia di danneggiare gli interessi degli Arakan, dato che potrebbe compromettere la loro stessa legittimità presso la popolazione locale, che rimarrebbe privata degli aiuti di cui necessita. 

Per le organizzazioni internazionali sarebbe opportuno sviluppare un framework di azione comune e comprensivo per ciò che concerne le relazioni con l’esercito Arakan. Questo approccio deve essere sviluppato da zero, ma potrebbe risultare essere un'opportunità per influenzare positivamente le politiche e le pratiche della fazione locale. 

Infine, una tregua ufficiale tra Arakan e Tatmadaw avrebbe conseguenze importanti sulle prospettive di rimpatrio per i profughi Rohingya. Nonostante i governi di Bangladesh e Myanmar abbiano firmato un’intesa sul rimpatrio, nessun rifugiato Rohingya è mai ritornato attraverso canali ufficiali. Dopo il colpo di stato, la situazione per i rifugiati è ancora più difficile, dato che molti non sono disposti a tornare in Myanmar in questo contesto (nonostante le condizioni di vita disumane riportate nei campi profughi bengalesi). Una tregua formale e sostenibile tra Arakan e governo centrale potrebbe potenzialmente persuadere i membri dell’etnia Rohingya a ritornare nello Stato Rakhine, visto il maggiore grado di tolleranza di cui godono sotto l’amministrazione Arakan. Tuttavia, il leader dell’Esercito Arakan Twan Mrat Naing ha recentemente espresso un leggero scetticismo sulle effettive possibilità materiali di rimpatriare un così grande numero di profughi, una dinamica che rischia di causare disordini e violenze nello stato. 

In definitiva, entrambe le parti coinvolte dovrebbero perseguire la via di una pacificazione sostenibile attraverso l’implementazione di un trattato di pace vincolante e duraturo. Un tale accordo non solo sarebbe capace di ridurre il rischio di ulteriori disastri umanitari nel Rakhine, ma potrebbe anche rafforzare le prospettive di ritorno per le centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya attualmente presenti nei campi profughi oltre confine.

 

Per saperne di più, segue il rapporto completo in lingua originale:
https://d2071andvip0wj.cloudfront.net/325-myanmar-rakhine-state.pdf

 

di Ignazio Alcamo

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