Birmania: la Missione Internazionale Indipendente sui fatti del Myanmar (la Missione) rilascia il suo ultimo Rapporto

Rifugiati Rohingya mentre attraversano un canale Rifugiati Rohingya mentre attraversano un canale © AFP

18 settembre 2018

Istituita mediante la Risoluzione del Consiglio sui Diritti Umani n. 34/22 nel 2017, la Missione ritiene gli alti generali militari del Myanmar responsabili di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.

Dal 1962, il Myanmar ha visto il susseguirsi di una lunga serie di regimi militari. L'esercito (noto come "Tatmadaw"), la cui autorità è stata ufficialmente stabilita e definita all'interno della Costituzione del 2008, detiene un ruolo dominante nella politica e nell’amministrazione. Per giustificare il suo potere, il Tatmadaw si presenta come il garante dell'unità nazionale, sotto una dominazione Bamar-Buddista. Esso ha individuato otto grandi gruppi etnici, ulteriormente suddivisi in 135 "razze nazionali" e ha definito chi "appartiene" al Myanmar. Tutte le altre minoranze non buddiste, indipendentemente da quante generazioni abbiano vissuto in Myanmar, sono considerate estranee o immigrate. Tra queste ultime compaiono i Rohingya.

A fronte di ciò, in particolare nello Stato di Rakhine, le ostilità tra buddisti e musulmani sono aumentate drammaticamente. A partire dal 2011, il Partito per lo Sviluppo delle Nazionalità Rakhine (RNDP), attraverso pubblicazioni e dichiarazioni ufficiali, ha messo in atto una campagna di odio e disumanizzazione contro i Rohingya (di religione musulmana), allo scopo di istigare alla violenza e amplificare le tensioni. Nel Novembre del 2012, il RNDP, citando Hitler, ha persino affermato che "atti disumani" sono talvolta necessari per mantenere una razza ed eliminare la "minaccia terroristica".

Nel corso del tempo, le gravi violazioni dei diritti umani sono poi progressivamente aumentate, con un regime militare che non solo non interviene per porre fine alla violenza, ma si rende addirittura responsabile di gravi violazioni di diritti umani, conducendo numerose "operazioni di pulizia etnica" che hanno raggiunto la soglia del conflitto armato non internazionale. Le violazioni, perpetrate su vasta scala, includono torture, violenze sessuali, maltrattamenti, deportazioni, restrizioni sulla libertà di movimento e di contrarre matrimonio, lavori forzati, privazioni arbitrarie della libertà, distruzioni di proprietà, nonché violazioni dei diritti alla vita, all’integrità fisica e mentale.

Oltre allo stato di Rakhine, simili episodi di violenza si sono verificati in altre zone del Myanmar, in particolare negli Stati di Kachin e Shan. La conseguenza è una situazione di oppressione continua, diffusa, grave, sistemica e istituzionalizzata ed uno stato di persecuzione delle minoranze che inizia con la nascita e prosegue sino alla morte.

In un simile scenario, la Missione, istituita mediante la Risoluzione del Consiglio sui Diritti Umani n. 34/22, con lo scopo di accertare i fatti e le circostanze delle presunte gravi violazioni dei diritti umani commesse in Myanmar, ha identificato quattro caratteristiche comuni nel modus operandi di Tatmadaw: i) l’attacco ai civili; ii) la violenza sessuale e gli stupri di gruppo; iii) la discriminazione delle minoranze etniche e religiose; iv) l’impunità dei suoi autori. Alla luce di un simile quadro, la conclusione cui perviene la Missione è che gravi violazioni di diritto internazionale siano state commesse, necessitando indagini ed adeguati procedimenti penali.

Degna di nota, a questo proposito, è la recente decisione emessa dalla Camera Preliminare della Corte Penale Internazionale (CPI), a seguito di una richiesta senza precedenti presentata dal Procuratore della CPI ai sensi dell'articolo 19 (3) dello Statuto di Roma. La Camera ha infatti deciso che la Corte potrà esercitare giurisdizione territoriale sulla presunta espulsione del popolo Rohingya dal Myanmar (uno Stato non parte dello Statuto di Roma), in Bangladesh (Stato parte dello Statuto). Sulla base di tale decisione, in data 18 Settembre 2018, il Procuratore della CPI ha ufficialmente dichiarato di voler proseguire con un esame preliminare della situazione in oggetto. L’esame preliminare non costituisce ancora un’investigazione; si tratta piuttosto di una fase procedurale in cui tutte le informazioni in possesso vengono vagliate dall’ufficio della Procura, allo scopo di stabilire se sussistono tutti i presupposti per procedere con l’apertura di un’investigazione vera e propria. Giurisdizione, ammissibilità ed interessi di giustizia sono i criteri che dovranno essere scrutinati.

 

Per maggiori informazioni, visitare:

https://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/FFM-Myanmar/A_HRC_39_64.pdf

https://www.icc-cpi.int/CourtRecords/CR2018_04203.PDF

https://www.icc-cpi.int/Pages/item.aspx?name=180918-otp-stat-Rohingya

 

di Federica Pira

 

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