I danni che l’uso delle munizioni cluster causa ai civili

Tecnico di Explosive Ordnance Disposal mentre scava per verificare la presenza di munizioni cluster Tecnico di Explosive Ordnance Disposal mentre scava per verificare la presenza di munizioni cluster © Project RENEW

Questo articolo è una breve presentazione del report “Cluster Munition Monitor” sull’uso delle munizioni cluster e il loro impatto sui civili

I dati contenuti nell’undicesima edizione del report annuale “Cluster Munition Monitor”, pubblicato a novembre 2020, mostrano che, negli ultimi 70 anni, quasi l’intero globo è stato colpito dalle munizioni cluster, poiché queste sono state usate nel sud-est asiatico, nel sud-est Europa, nel Caucaso, in Medio Oriente e in Nord Africa, in Africa subsahariana, in America Latina e nei Caraibi.

Le munizioni cluster sono munizioni convenzionali costituite in “contenitori” che, dopo essere state lanciati, rilasciano sotto-munizioni esplosive dotate di una potenza tale da uccidere l’obiettivo. Data l’impossibilità di distinguere tra combattenti e civili durante il loro utilizzo e la dispersione di ordigni inesplosi nell’ambiente circostante, nel 2010 è entrata in vigore la “Convenzione sulle munizioni cluster”, che – ad oggi – conta 110 Stati parte e 13 firmatari, con lo scopo di vietarne l’uso, la produzione, il trasferimento e lo stoccaggio.

Negli Stati non firmatari dell’area MENA, tuttavia, si continua a registrare l’utilizzo delle munizioni cluster, soprattutto in Libia e in Siria. Invero, in Libia, le milizie del generale Haftar sono state responsabili della detonazione di munizioni cluster durante diversi attacchi alla città di Tripoli nel 2019; mentre in Siria ci sono stati almeno 686 attacchi condotti con questo tipo di arma dal luglio del 2012, di cui almeno 11 effettuati tra il 1 ° agosto 2019 e il 31 luglio 2020. Sembra che siano state proprio le forze governative a farvi maggiormente ricorso, dal momento che il complesso meccanismo da cui sono caratterizzate ne aumenta la difficoltà di utilizzo per gli attori non-statali (ribelli e jihadisti). Non stupisce, dunque, che l’83% delle vittime registrate tra il 2010 e il 2019 sia stato localizzato in Siria, dove 3.575 civili sono stati colpiti direttamente dalla denotazione delle munizioni cluster o contaminati dal materiale esplosivo rilasciato. 

A livello globale, le diverse stime effettuate nei Paesi colpiti dalle munizioni cluster riportano l’esistenza di almeno 56.000 vittime dalla metà degli anni ’60 ad oggi, di cui il 59% all’interno degli Stati che attualmente sono parti della “Convenzione sulle munizioni cluster”. Nello specifico, i Paesi con il più alto numero di vittime sono la Repubblica democratica popolare del Laos, con 7.755, la Siria, dove si contano 3.580 e l’Iraq, con 3.07). Tali dati, però, sarebbero – probabilmente – molto più elevati se fossero state registrate tutte le vittime dei conflitti passati caratterizzati dall’uso estensivo delle munizioni cluster nel sud-est asiatico, in Afghanistan e nel Medio Oriente (in particolare in Iraq, dove le stime contano tra le 5.500 e le 8.000 vittime a partire dalla Prima Guerra del Golfo). 

Tra le vittime delle munizioni cluster vi sono soprattutto i bambini, che spesso crescono in zone altamente contaminate e, per loro natura, sono inclini a raccogliere e a giocare con gli oggetti trovati per terra, inconsapevoli di cosa siano. Infatti, il 40% del numero di vittime totali registrate dal 2010 è rappresentato proprio dai bambini, seguiti dagli uomini, i quali, svolgendo attività lavorative come la coltivazione dei campi e la pastorizia, sono costantemente a rischio.   

Nel 2019 si è, inoltre, registrato un aumento delle vittime (286) - di cui il 99% sono civili – rispetto al 2018, anno che, contando 149 vittime, ha riportato la cifra più bassa degli ultimi 8 anni, periodo in cui il picco si è raggiunto nel 2016 con 971 vittime. 

Per invertire una simile tendenza, gli Stati parte e i firmatari della Convenzione hanno attuato delle opere di bonifica e predisposto programmi di educazione al rischio, cosicché i civili siano preparati in caso di pericolo. Tuttavia, queste misure sembrano non essere sufficienti ed efficaci se non sono accompagnate da senza meccanismi coordinati di prevenzione ed assistenza alle vittime delle munizioni cluster e alle loro famiglie. Al riguardo il report suggerisce agli Stati di migliorare lo svolgimento del processo di post-conflict reconstruction building e finanziare dei fondi per la riabilitazione fisica a livello nazionale e internazionale, continuando ad impegnarsi affinché questo tipo di armi esplosive non siano più utilizzate nei conflitti armati.

 

Per saperne di più: 

http://www.the-monitor.org/media/3168672/cmm2020.pdf

 

Autore: Antonella Palmiotti; Editor: Aleksandra Krol

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