Fallimenti di (re)integrazione: Lezioni da Afghanistan, Somalia e Siria

Nel campo di Za'atari, Alaa' insegna l’arte del mosaico, una tradizione portata con sé dalla Siria Nel campo di Za'atari, Alaa' insegna l’arte del mosaico, una tradizione portata con sé dalla Siria © UN Women/Christopher Herwig

Questo articolo è una breve presentazione del rapporto del Danish Refugee Council, in collaborazione con altre organizzazioni ECRE, sulla reintegrazione

Dai tempi della Convenzione sui rifugiati del 1951, le discussioni sul rimpatrio e sulla reintegrazione si sono intensificate, culminandosi nell'accordo del Global Compact on Refugees (GCR), un quadro globale per la condivisione delle responsabilità tra gli Stati. Ma le condizioni per il rimpatrio rimangono, nella maggior parte dei casi, discutibili e poca enfasi viene posta su ciò che accade dopo il rimpatrio. La risposta europea ai flussi migratori del 2016 ha innescato un cambiamento nella risposta su scala globale ai bisogni dei rifugiati e ha intensificato la propaganda negativa su rifugiati e migranti causando un aumento del numero di rimpatri involontari, spesso verso paesi ancora instabili e pericolosi.

Questo rapporto, commissionato dal Danish Refugee Council (DRC), in collaborazione con l'International Rescue Committee (IRC) e il Norwegian Refugee Council (NRC), ha come scopo quello di fornire una roadmap per colmare il divario che rimane tra i processi che collegano le fasi di ritorno e reintegrazione sostenibile. A tal fine, il team di ricerca ha intervistato oltre 100 informatori sui rimpatri e sulle dinamiche di integrazione, con particolare attenzione ai movimenti dei rifugiati e all'integrazione delle popolazioni rimpatriate nelle aree urbane in Afghanistan, Somalia e Siria.

Le decisioni relative all’applicazione della definizione di rifugiato e la tempistica dei rimpatri sono spesso strumentalizzate da interessi politici e legate alle situazioni economiche nei paesi ospitanti. Tuttavia, i dati dimostrano che i ritorni indotti prematuramente comportano maggiori rischi per le popolazioni rimpatriate, in forma di cicli di sfollamento ed esilio, creando la necessità di ulteriore assistenza umanitaria. Inoltre, in alcuni paesi, come Iran, Libano e Pakistan, debolezze nei sistemi di registrazione e determinazione di stato di ‘rifugiato’ o ‘richiedente asilo’ hanno causato la non-documentazione di migliaia di sfollati non idonei a ricevere assistenza. Ciò evidenzia la criticità dei sistemi di definizione nel determinare che i processi di rimpatrio siano condotti in modo volontario, informato, sicuro e dignitoso.

La ricerca mostra anche che un'operazione di reinserimento sostenibile tende a cominciare nel paese ospitante, con ovvie implicazioni per la tempistica degli sforzi di reinserimento e per la responsabilità dei paesi ospitanti. I rifugiati nei paesi di asilo citano situazioni di accoglienza negativa e poco dignitosa come motori per il ritorno, bloccando molti tra una vita nel campo in un paese ospitante con deboli speranze di reinsediamento, e il ritorno al paese di origine ancora assediato dal conflitto. Una migliore accoglienza, con particolare enfasi sull'offerta di opportunità per i rifugiati di acquisire competenze rilevanti una volta di ritorno nel paese di origine, sembra dunque essere la chiave ad una (re)integrazione duratura. I programmi di formazione tecnica e professionale (TVET) offerti in Afghanistan e Somalia, sono alcuni esempi di come i paesi ospitanti possono consentire alle popolazioni sfollate di lavorare, accedere all'istruzione e sviluppare competenze per facilitare il loro reinserimento nel mondo del lavoro nel loro paese di origine.

I rifugiati tornano spesso in città fragili incapaci di ospitarli, specialmente in contesti di rimpatrio protagonisti di pesanti combattimenti e di una governance indebolita, con danni subiti alle infrastrutture e servizi essenziali. A Kabul, in Afghanistan, le operazioni di rimpatrio su vasta scala del 2005 in aree con accesso inadeguato ai servizi di base hanno cagionato l'accampamento di un gran numero di rimpatriati ai margini della vita urbana. Si teme lo stesso in Siria. E gli insediamenti informali dove alloggiano comunità di sfollati interni sono raramente integrati nelle decisioni di ricostruzione urbana. Per superare queste debolezze, un approccio utilizzato a Kismayo, terza città più grande della Somalia, mira a rafforzare la responsabilità sociale attraverso l'istituzione di piani d'azione per la comunità (CAP) formulati da una sezione trasversale di residenti, comprendente rimpatriati e sfollati interni, per articolare le loro priorità e dirigere i governi durante le attività di ricostruzione.

Il rapporto indica una grave mancanza di impegno nel processo decisionale e nella regolamentazione sulla (re)integrazione. Alloggi di fortuna, a vita. Ritorni involontari. Debolezze nei sistemi di determinazione dello stato che lasciano migliaia di rimpatriati privi di documenti e non idonei a ricevere assistenza dopo il rimpatrio. Mancanza di informazioni affidabili e imparziali per garantire che qualsiasi decisione di rimpatrio sia presa in modo informato. Queste sono solo alcune conseguenze della politicizzazione delle attività e delle decisioni riguardanti l'accoglienza ed il rimpatrio dei rifugiati, con poca o nessuna attenzione su ciò che accade dopo il ritorno. Ciò ha portato a una visione a breve termine di (re)integrazione, in cui è accettabile ospitare comunità di sfollati in alloggi di fortuna a vita. Le lezioni apprese dagli approcci che hanno avuto i migliori risultati, anche grazie ai resoconti di rifugiati e migranti rimpatriati, dimostrano che la (re)integrazione sostenibile e sicura è realizzabile con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, a cominciare dall’integrazione delle attività e politiche migratorie nell'agenda nazionale per una gestione della migrazione a lungo termine.

 

Per saperne di più:

https://www.theguardian.com/world/2020/may/31/wars-without-end-why-is-there-no-peaceful-solution-to-so-much-global-conflict

 

Autore: Giulia Ferrara

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