Donne e operazioni di peacekeeping: tabù e pregiudizi da eliminare

Unità femminile di peacekeepers delle Nazioni Unite inviata ad Haiti dopo il terremoto del 2010 Unità femminile di peacekeepers delle Nazioni Unite inviata ad Haiti dopo il terremoto del 2010 © SOC Films

Questo articolo è una breve presentazione del rapporto dell’International Peace Institute sulla partecipazione delle donne alle operazioni di peacekeeping  

Nel mese di giugno, l’International Peace Institute (IPI) ha pubblicato un nuovo rapporto sul ruolo delle donne nelle operazioni di mantenimento della pace. L’IPI, un think tank indipendente con sede a New York, mira a promuovere la pace, la sicurezza e lo sviluppo sostenibile attraverso ricerche e analisi strategiche. L’ultimo report dell’organizzazione è stato pubblicato nel quadro del progetto “Women in Peace Operations”, finanziato dal Governo canadese attraverso la Elsie Initiative for Women in Peace Operations. Questa iniziativa mira a mettere in discussione i principali preconcetti sulla partecipazione femminile alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, analizzando i tabù e i pregiudizi che le donne devono affrontare e suggerendo nuove strategie per incoraggiare il loro coinvolgimento in questo ambito. 

Il numero di peacekeeper donne impiegate nelle missioni delle Nazioni Unite è aumentato significativamente negli ultimi decenni, passando da 20 donne tra il 1957 e il 1989 a 5.284 nel gennaio 2020, circa il 6.4% del personale militare e di polizia dell’ONU. Le Nazioni Unite si sono impegnate a promuovere il coinvolgimento delle donne nel peacekeeping fissando delle quote da raggiungere: ad esempio, per quanto riguarda l’Ufficio per gli Affari Militari, il 25% del personale militare e il 15% delle truppe dovrà essere costituito da donne entro il 2028. Nonostante questi ambiziosi obiettivi siano indubbiamente positivi, il rapporto dell’IPI sottolinea che il coinvolgimento delle donne nel peacekeeping non dovrebbe essere misurato solo a livello quantitativo, ma anche qualitativo: pur considerando l’aumento percentuale di donne impiegate in missioni di pace, sono molti i tabù e i pregiudizi culturali che continuano a rappresentare un ostacolo alla loro piena partecipazione in questo ambito. Ad esempio, come riportato dall’IPI, le donne con figli vengono spesso considerate “cattive madri” se prendono parte ad una missione, mentre le donne single sono spesso percepite come una minaccia dalle mogli dei loro colleghi uomini. Inoltre, i capi missione tendono a considerare le loro subordinate prima come donne e solo secondariamente come soldati, subordinando le loro qualità professionali al genere. Un’altra supposizione molto frequente vede le donne come parte di un gruppo omogeneo, con le stesse caratteristiche e gli stessi bisogni: si tende a pensare alle donne come più delicate, deboli ed dotate di empatia delle loro controparti maschili e, di conseguenza, a circoscriverle a ruoli più sicuri, escludendole dalle missioni sul campo. 

Gli assunti sopra menzionati derivano, principalmente, da una generale mentalità patriarcale e sessista che è indispensabile mettere in discussione, se si vuole effettivamente migliorare l’integrazione delle donne nell’ambito del peacekeeping. Come sottolinea il rapporto dell’IPI, una svolta significativa deve necessariamente partire da un cambiamento nella mentalità collettiva, a partire dal linguaggio e da quelle espressioni - ormai parte dell’immaginario comune - che alimentano il pregiudizio. Ad esempio, il riferimento a “donne e bambini” come ad un unico insieme di individui bisognosi di protezione implica che queste due categorie condividono gli stessi bisogni, sottovalutando la complessità delle problematiche infantili e paragonando, al tempo stesso, le donne ai bambini. Un altro dato che emerge dalle ricerche dell’IPI è che le molestie sessuali rappresentano la seconda ragione più frequentemente menzionata dalle donne come causa della loro mancata partecipazione alle missioni di pace. A tal proposito, come evidenzia il rapporto, la mentalità patriarcale è deleteria anche per gli stessi uomini: l’identificazione delle donne come vittime e degli uomini come forti difensori esclude a priori l’idea che anche gli uomini possano essere vittime di violenza sessuale. 

Poiché molti degli ostacoli che le donne si trovano ad affrontare nell’ambito del peacekeeping sono un prodotto del pregiudizio e delle credenze sessiste, eradicare questa mentalità è fondamentale per assicurare un reale coinvolgimento delle donne in questo campo. Il rapporto dell’IPI suggerisce ai policy maker di promuovere un miglioramento sia quantitativo che qualitativo della partecipazione delle donne, adottando un approccio inclusivo e concentrandosi sull’abbattimento della mentalità che alimenta il pregiudizio di genere. Anche se l’ONU ha fatto progressi nell’ambito dell’uguaglianza di genere, è ancora lontana dal raggiungimento di molti degli obiettivi fissati. Alcune delle strategie impiegate includono, ad esempio, la creazione di Female Police Units (FPUs) o di Female Engagement Teams (FETs). Inoltre, il UN Women’s Elsie Initiative Fund offre un premio finanziario alle cosiddette “troop-and-police-contributing countries” (T/PCCs) come ricompensa per unità caratterizzate da una forte presenza femminile. Ciononostante, come sottolinea il rapporto, l’ONU non è dotata di una politica definita e standardizzata in materia e tende ad adottare un approccio ad-hoc. Pertanto, è necessaria una ricerca approfondita per supportare le testimonianze con dati misurabili e comprendere appieno il fenomeno. 

 

Per saperne di più:

https://www.ipinst.org/wp-content/uploads/2020/06/2006-Uniformed-Women-in-Peace-Operations.pdf 

 

Autore: Margherita Curti; Editor: Matteo Consiglio

 

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