Il futuro incerto dei "foreign fighters" canadesi e delle loro famiglie

Donne che guardano giocare i bambini nel campo di al-Hol Donne che guardano giocare i bambini nel campo di al-Hol © AFP Photo

Questo articolo è una breve presentazione del rapporto “Bring me back to Canada” di Human Rights Watch (HRW)

Nel suo ultimo rapporto “Bring me back to Canada”, l’organizzazione internazionale non governativa HRW approfondisce la questione dei cittadini canadesi trattenuti nel nord-est della Siria per presunti legami con lo Stato Islamico (IS). 

La ricerca che comprende il periodo tra febbraio 2019 e maggio 2020 si basa su interviste condotte in persona o telefonicamente con i cittadini canadesi nei campi di detenzione di al-Hol e Ain Issa e con le loro famiglie. La maggior parte degli intervistati ha richiesto a HRW di non rivelare le loro informazioni personali -come nomi e luoghi- per paura di ritorsioni.

Il rapporto vuole mettere in evidenza le condizioni disumane e potenzialmente letali in cui queste persone sono detenute nel nord-est della Siria e le difficoltà del rimpatrio dei foreign fighters e dei loro familiari. 

A marzo 2019, la coalizione guidata dagli Stati Uniti (USA) -di cui il Canada è parte- ha sconfitto l’IS nella citta di Baghouz, l’ultima roccaforte del cosiddetto Califfato. Oltre a catturare i combattenti siriani, le Syrian Democratic Forces (SDF) hanno preso anche migliaia di uomini, donne e bambini provenienti da 60 Paesi. Tra questi, 47 canadesi - inclusi 26 bambini e 13 donne- che non sono mai stati portati davanti ad un giudice per regolarizzare il loro stato di detenzione. L’Amministrazione Autonoma a guida curda, sotto la cui autorità sono detenuti i foreign fighters, ha più volte invitato i Paesi stranieri a rimpatriare i loro cittadini o ad inviare fondi per permetterle di avviare delle indagini sui crimini commessi dall’IS. L’Amministrazione Autonoma, sebbene abbia incontrato dei funzionari canadesi nel 2018, ha riferito che il governo di Ottawa deve ancora procedere al rimpatrio dei suoi cittadini, inclusa un’orfana di 5 anni che ha perso i suoi genitori durante un bombardamento aereo a Baghouz.

Secondo HRW nei campi che si trovano lungo i confini con la Turchia e l’Iraq sono detenute circa 1000,000 persone sospettate di avere legami con l’IS. Ad occuparsi della gestione dei campi di detenzione sono le SDF -sostenute dalla coalizione a guida USA- nonostante non abbiano alcuna esperienza in questo ambito. Attualmente si contano circa 14,000 cittadini stranieri provenienti da 60 Paesi, inclusi 8,000 minori e 4,000 donne. Come molti altri stranieri, anche i canadesi sono detenuti illegalmente in quanto il provvedimento di trattenimento deve essere ancora sottoposto ad un riesame giudiziario; perciò HRW afferma “le detenzioni senza controllo giudiziario si configurano come una forma di punizione collettiva, in particolare per i familiari dei sospetti membri dell’IS”.

La diffusione della pandemia di COVID-19  ha ulteriormente peggiorato le condizioni dei foreign fighters e dei loro familiari. Al momento della stesura del rapporto, si erano registrate soltanto sei infezioni da COVID-19 nella regione del nord-est della Siria e nessuna nei campi o nelle prigioni. Tuttavia, durante le tre visite effettuate nel campo di al-Hol in cui risiedono 65,000 persone, HRW ha constatato le scarse condizioni igieniche, le limitate forniture mediche e l’impossibilità di praticare il distanziamento sociale. Inoltre, spesso il campo non ha acqua corrente perché periodicamente la Turchia ne interrompe la fornitura dalla stazione di pompaggio da cui dipendono circa 460,000 persone che vivono nelle aree controllate dall’Amministrazione Autonoma, nonostante le numerose richieste dei curdi di maggiori risorse idriche per i detenuti. L’Amministrazione inoltre non ha fornito aggiornamenti a HRW sulla condizione dei campi e delle prigioni nel nord-est del Paese relativamente al mese di maggio e giugno.

Il rapporto evidenzia poi l’inerzia delle autorità canadesi relativamente al rimpatrio dei loro cittadini e l’assenza di assistenza consolare. Infatti, nonostante la presenza di obblighi internazionali nei confronti dei propri cittadini, le autorità canadesi non hanno provveduto a fornire la dovuta assistenza consolare. A tal proposito l’Alto Commissario delle Nazioni Unite Michelle Bachelet ha invitato tutti i Paesi ad assumersi le loro responsabilità nei confronti dei loro cittadini detenuti in Siria perchè “se è legittimo che gli Stati invochino considerazioni relative alla sicurezza nazionale, questo però non può essere fatto a spese dei diritti umani”. Il governo canadese ha replicato che i motivi del suo mancato intervento sono di natura diplomatica, pratica e giuridica, tuttavia HRW ha ricordato che ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani nessun individuo può essere privato del suo diritto di fare ingresso nel proprio Paese. Di conseguenza il Canada non può porre ostacoli agli sforzi dei suoi cittadini di esercitare tale diritto rifiutandosi di rilasciare passaporti di emergenza o altri documenti di viaggio. Il rapporto prosegue poi citando anche la Canadian Charter of Rights and Freedoms la quale prevede il diritto di ogni cittadino canadese ad entrare in Canada.  Tuttavia “il governo sembra riconoscere tale diritto soltanto a quei cittadini che si presentano presso un punto di ingresso per il Canada, o quelli che richiedono un passaporto o un altro documento di viaggio in una delle sue ambasciate”. Ma i canadesi detenuti nel nord-est della Siria possono raggiungere i consolati più vicini -che si trovano a centinaia di km da loro in Turchia o nella regione irachena curda- soltanto dopo essere scappati dai campi di prigionia, aver attraversato le zone di guerra e oltrepassato i confini senza documenti di identificazione. Il rapporto denuncia inoltre che la detenzione illegale e in condizioni degradanti di queste persone mette a rischio anche la capacità della Global Coalition di distruggere l’IS che “è presente nei campi ove riesce a portare approvvigionamenti ai detenuti e a far spostare dentro e fuori le famiglie grazie ad una rete di contrabbando”. Tutto questo potrebbe generare nuove reclute e ulteriore violenza perché le violazioni dei diritti umani non sono soltanto illegali, ma anche fattori che incoraggiano il terrorismo.

Nelle sue conclusioni, HRW raccomanda al governo canadese di rimpatriare urgentemente tutti i suoi cittadini detenuti nel nord-est della Siria dando priorità ai minori e lo incoraggia a collaborare con le agenzie umanitarie e le autorità locali per migliorare le condizioni di vita nei luoghi di privazione della libertà. Si rivolge poi all’Amministrazione Autonomia affinché la detenzione dei cittadini stranieri sia convalidata da un tribunale invitandola anche a rilasciare coloro la cui reclusione non è stata confermata da un giudice. Inoltre HRW incoraggia fortemente l’Amministrazione ad adoperarsi per trovare una soluzione al sovraffollamento, all’insufficiente tempo di permanenza all’aria aperta e alla limitata assistenza sanitaria al fine di rendere le condizioni di vita detentive conformi alle United Nations Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners (note anche come “Mandela Rules”). Relativamente ai minori,il rapporto raccomanda di "separarli dagli adulti e di considerare la loro detenzione come una misura eccezionale ed estrema”. 

 

Per saperne di più:

https://www.hrw.org/sites/default/files/media_2020/06/canada0620_web_1.pdf

https://www.ohchr.org/Documents/Issues/Terrorism/UNSRsPublicJurisdictionAnalysis2020.pdf

https://www.hrw.org/news/2019/07/23/syria-dire-conditions-isis-suspects-families

https://www.hrw.org/news/2019/06/21/western-europe-must-repatriate-its-isis-fighters-and-families

 

Autore: Silvia Luminati

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