Lo Stato Islamico in Niger: una minaccia difficile da contrastare

Mujahidin appartenenti a ISWAP in Niger Mujahidin appartenenti a ISWAP in Niger © Sahara Reporters

Questo articolo è una breve presentazione del rapporto dell’International Crisis Group sulla minaccia jihadista che incombe sul Niger

Dopo il fallimento dell’offensiva militare contro il gruppo terroristico affiliato allo Stato Islamico (IS)  e operante in Niger -noto come Islamic State West Africa Province (ISWAP)– condotta dalle milizie governative dal 2017 alla metà del 2018, la violenza jihadista è tornata a manifestarsi brutalmente nella zona di confine tra il Mali e il Niger, la regione sud-occidentale Tillabéri. 

Come sottolinea il report redatto dall’International Crisis Group (ICG) il 3 giugno, dall’aprile del 2019 gli attacchi dell’ISWAP hanno ucciso leader locali, funzionari statali e più di 200 forze di sicurezza. Tale strategia ricalca quella a cui si ispirava il “Califfato”, che individuava come target le istituzioni dello Stato, gli uomini politici e i militari, così da creare un vacuum di potere e sicurezza di cui poter approfittare per rafforzare la sua presenza nel territorio. La fazione jihadista, infatti, ha evitato di colpire i civili, poiché il suo obiettivo è quello di conquistarne il cuore e le menti, ricorrendo non soltanto alla cooptazione, ma anche al terrore e alla violenza indiscriminata per intimorire i potenziali disertori e traditori. L’espansionismo del gruppo terroristico sembra essere stato favorito dal fallimento degli sforzi sostenuti dal governo di Niamey per contrastarlo: se, da un lato, le operazioni militari hanno fatto indietreggiare l’ISWAP, dall’altro hanno provocato la morte di vite innocenti. Tra febbraio e maggio 2018, le milizie governative nigerine e maliane – integrate nell’Opération Barkhane a guida francese - hanno ucciso oltre 200 presunti militanti e causato decine di morti civili nella zona di confine. Inoltre, l’intervento armato dell’asse Niamey-Parigi non ha fatto altro che esacerbare le tensioni etniche tra le diverse comunità – Peul, Tuareg, Fulani, Dogon, Bombara – dovute alla competizione per le limitate risorse naturali tra pastori semi-nomadi e agricoltori stanziali, contribuendo a rafforzare il radicamento territoriale del gruppo affiliato allo “Stato Islamico”.

Secondo l’ICG, nel corso del 2019 «l’escalation era in qualche modo prevedibile» in seguito ad un allentamento della pressione militare esercitata sui jihadisti, che hanno avuto il tempo e il modo di raggrupparsi e riorganizzarsi. A maggio, i guerrieri neri, i mujahiddin, hanno organizzato un'imboscata che ha ucciso 28 soldati nigerini nel distretto di Ouallam; a giugno, hanno condotto un attacco terroristico contro un veicolo americano e abbattuto un elicottero francese; il 1° luglio hanno preso di mira una base militare vicino a In-Atès, causando la morte di 18 soldati. Dal novembre dello scorso anno, altri attentati hanno mietuto numerose vittime: 53 miliziani maliani e un civile hanno perso la vita durante l’attacco contro la base militare di Indelimane e il 12 dicembre un attentato atroce alla base di In-Atès «ha coronato mesi di violenza», uccidendo 71 soldati. Le stime effettuate fino a gennaio 2020, che riportano la morte di 160 soldati, sono una prova della gravità della situazione e della crisi di sicurezza che sta vivendo il Niger, aggravata ulteriormente dallo scoppio del COVID-19, che ha reso e continua a rendere più ostile il contesto operativo per Niamey e i suoi alleati.

Come ha già suggerito l’ICG in un rapporto del 2018, «il Niger e i suoi partner dovrebbero adottare un approccio che includa operazioni militari -chiaramente ancora una componente critica della risposta- subordinate a una strategia politica che includa sforzi per calmare i conflitti intracomunitari e impegnare i militanti», ovvero una politica definita dalle stesse società saheliane e più in sintonia con i loro bisogni. Nello specifico, sono tre i principali strumenti a cui il governo nigerino dovrebbe ricorrere: 1) dialogo politico, sia con la popolazione autoctona, in quanto indispensabile per ricostruire la presenza dello Stato nelle aree rurali e agricole, sia con gli insorti che appartengono alle comunità locali di confine al fine di individuare e rispondere efficacemente alle loro reali preoccupazioni e ai loro bisogni; 2) disposizioni in materia di sicurezza, creando una forza di sicurezza più rappresentativa che recluti i giovani appartenenti alle comunità frontaliere e presentandosi come protettore della popolazione civile; 3) programmi per lo sviluppo economico, quali un allentamento delle misure restrittive imposte per salvaguardare la sicurezza nazionale, la realizzazione di progetti a beneficio del popolo nigerino, in particolare degli abitanti di Tillabéri, la ricerca di una soluzione alle tensioni interetniche.

 

Per saperne di più:

https://www.crisisgroup.org/africa/sahel/niger/289-sidelining-islamic-state-nigers-tillabery

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/niger-cosa-ce-dietro-lattacco-dello-stato-islamico-24719

https://www.aljazeera.com/news/2019/12/niger-fighting-asymmetric-war-armed-groups-analysts-191213144638831.html

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-francia-sahel-operation-barkhane-compie-cinque-anni-23760

https://ilmanifesto.it/stato-islamico-scatenato-in-niger-g5-sahel-e-francesi-in-panne/

https://www.aljazeera.com/news/2019/11/mali-dozens-troops-killed-military-outpost-attack-191102052705177.html

 

Autore: Antonella Palmiotti

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