L’eredità della violenza esplosiva in Siria

Un uomo raccoglie della verdura da un orto tra le rovine di Baedeen, Aleppo, 2014 Un uomo raccoglie della verdura da un orto tra le rovine di Baedeen, Aleppo, 2014 © AFP PHOTO/ZEIN Al-RIFAI/AMC

Questo articolo è una breve presentazione del rapporto di AOAV sull’eredità mortale della violenza esplosiva in Siria

Action on Armed Violence (AOAV) monitora su scala globale la violenza esplosiva concentrandosi in particolare sulle sue conseguenze e sugli effetti delle armi esplosive nelle aree popolate. Nell’ultimo rapporto “Syria in 2020: the deadly legacy of explosive violence and its impact on infrastructure and health” AOAV affronta le conseguenze dell'ampio uso di armi esplosive nelle aree urbane densamente popolate della Siria tra il 2017 e il 2019 sulla base dei dati raccolti da Amnesty International, dalla Banca Mondiale e da REACH.

Dall'inizio della guerra civile, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati sono oltre 5.5 milioni le persone fuggite dalla Siria che hanno trovato rifugio nei Paesi vicini, mentre altri 6.6 milioni di persone sono sfollate all'interno del Paese ove la guerra continua. Il conflitto, ormai entrato nel suo decimo anno, ha creato la più grande crisi di rifugiati dalla seconda guerra mondiale e una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Il rapporto si concentra sull'impatto che il massiccio utilizzo di armi esplosive ha avuto sulla salute della popolazione siriana. Gli attacchi indiscriminati nelle aree popolate hanno distrutto molte infrastrutture civili -soprattutto le strutture sanitarie e le reti idriche- ma hanno anche creato montagne di macerie (ad Aleppo, quasi 15 milioni di tonnellate di macerie nel 2017) che sono fonte di preoccupazione per la salute dell'ambiente. 

Come riporta AOAV, i tre quarti degli attacchi si sono verificati nelle aree urbane con conseguenze devastanti per la popolazione visto che l'uso di esplosivi ha gravemente danneggiato e distrutto migliaia di infrastrutture civili tra cui case, scuole e strutture sanitarie. Ad Aleppo sono stati danneggiati quasi 36 000 edifici, a Raqqa oltre 13 000 e sia Ghouta che Homs hanno subito un simile livello di distruzione. Il danno alle "infrastrutture [civili] è una questione trasversale che incide su tutti gli elementi della vita", tra cui la salute; infatti, al 2017 gli attacchi hanno provocato la distruzione o il danneggiamento di quasi la metà delle strutture sanitari, la carenza di forniture mediche e di operatori. Il rapporto prosegue descrivendo gli attacchi indiscriminati -e illegali- ai poliambulatori, agli ospedali e ai centri medici di Aleppo, Damasco e Homs, i quali sono stati oggetto di attacchi mirati e utilizzati per scopi militari in violazione del diritto internazionale umanitario e della risoluzione 2286 del Consiglio di sicurezza.   Dall’inizio della guerra in Siria, Physicians for Human Rights ha documentato quasi 400 attacchi a 269 ospedali stimando che "il 16 percento delle strutture sanitarie è stato completamente distrutto, mentre il 42 percento è stato danneggiato". Il risultato è stato un rapido deterioramento delle condizioni di salute dei migliaia di civili intrappolati nelle aree urbane ed un impatto devastante sulle ferite provocate dalle armi esplosive. Tuttavia, il collasso del sistema sanitario non ha inciso soltanto sul numero delle vittime provocate dal conflitto, ma anche sui pazienti bisognosi di cure mediche di base come quelle relative alla maternità, alla pediatria, alla salute mentale, etc..

Il rapporto affronta anche la questione dei rischi per la salute legati all’utilizzo di armi esplosivi nelle aree urbane. La polvere generata dall’esplosione degli edifici è una miscela di diversi materiali tra cui metalli, cemento e silice, perciò l’esposizione a grandi volumi di questa polvere "può avere un impatto sia fisico che chimico sulla salute": irritazione della pelle e della gola, gravi minacce a lungo termine per la salute respiratoria, ecc. Ma anni di guerra si sono lasciati alle spalle città devastate e ridotte in macerie tanto che per rimuovere tutti i detriti ad Aleppo occorrerebbero circa 26 milioni di "chilometri di camion" mentre a Homs sarebbero necessari circa 2 anni di lavoro e 2.3 milioni di "chilometri-camion". Tuttavia, AOAV scrive che si tratta di "calcoli accademici" perché la rimozione delle macerie è un’operazione costosa, richiede molto tempo e i fondi e le attrezzature necessarie non sono ancora disponibili. Inoltre comporta dei rischi ambientali, come le emissioni di biossido di carbonio e l'inquinamento delle risorse idriche. E proprio per questo, secondo AOAV la tutela dell’ambiente deve essere necessariamente inclusa nei cosiddetti recovery plans. 

Nella sezione del rapporto dedicata agli esplosivi tra i detriti, AOAV esprime preoccupazione per la presenza massiccia di ordigni inesplosi (UXO) in Siria.  Sebbene sia difficile reperire dei dati precisi sui livelli reali di contaminazione, si è calcolato il numero di UXO sulla base delle informazioni della coalizione guidata dagli USA: tra giugno e ottobre 2017 sono stati sparati circa 30.000 colpi d’artiglieria durante le operazioni per la riconquista di Raqqa e, applicando il tasso di fallimento del 10% delle armi moderne, ciò significa che vi sono circa 3000 UXO in una sola città. Purtroppo però né le organizzazioni né gli esperti riescono a trovare i finanziamenti necessari per le operazioni di bonifica e per questo molto probabilmente saranno i civili a rimuovere i detriti nel 2020. AOAV avverte poi del pericolo mortale degli UXO perché a differenza degli “IEDs che provocano per lo più lesioni”, questi contengono una maggiore quantità di esplosivo. Gli ordigni inesplosi lanciati dalle forze della coalizione su Raqqa continuano dunque a contaminare la città e a costituire una minaccia mortale per i civili: basti pensare che tra ottobre 2017 e aprile 2018, gli UXO hanno ucciso circa 1000 persone, ma il numero delle vittime potrebbe essere più elevato perché “molti civili sono morti prima di raggiungere gli ospedali e perciò i decessi non sono stati registrati”. Il Responsabile del Programma e dell’Unità di coordinamento presso l'UNMAS ha dichiarato a AOAV che le operazioni di bonifica in Siria potrebbero richiedere decenni - almeno 50 anni - a causa del maggiore contenuto di esplosivo rispetto al passato e della presenza di bombe inesplose a diversi metri di profondità nella terra.

AOAV conclude che se non si interviene, le tonnellate di detriti presenti in Siria continueranno a contaminare l'aria, l'acqua, la terra e così il numero delle vittime causate dalle armi esplosive nelle aree urbane densamente popolate aumenterà.  Inoltre raccomanda alle agenzie umanitarie di dare la massima priorità ai processi di bonifica e ricostruzione perché altrimenti i civili inizieranno a rimuovere le macerie da soli. Le agenzie sono chiamate anche a minimizzare l'esposizione dei civili alle polveri tossiche e a ridurre la contaminazione del suolo e delle risorse idriche, altrimenti "il conflitto siriano continuerà mietere vittime".

 

Per saperne di più:

https://aoav.org.uk/2019/syria-in-2020-the-deadly-legacy-of-explosive-violence-and-its-impact-on-infrastructure-and-health/

https://www.unhcr.org/syria-emergency.html

 

Autore: Silvia Luminati

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