Le sfide delle donne sud sudanesi rifugiate in Uganda

Donne sud sudanese che coltivano la terra in un insediamento di rifugiati nel distretto di Adjumani  Donne sud sudanese che coltivano la terra in un insediamento di rifugiati nel distretto di Adjumani © UNHCR/Jiro Ose

Questo articolo è una breve presentazione del rapporto di Saferworld su come le norme di genere vengono modellate dalle dinamiche dei conflitti

 A marzo 2020, Saferworld ha pubblicato un nuovo rapporto intitolato "Gender and displacement" che copre il periodo tra aprile e agosto 2019. L'obiettivo del progetto è descrivere l'impatto che ha lo sfollamento sui ruoli di genere e sulle dinamiche di potere tra le popolazioni di rifugiati. Il rapporto sottolinea come questi cambiamenti possano influenzare la sicurezza delle persone all'interno della sfera domestica e tra le comunità di accoglienza e di rifugiato.

Lo studio è stato condotto ad Adjumani, un distretto nel nord dell'Uganda, dove la comunità locale ospita 210.000 persone dislocate in 15 insediamenti di rifugiati. Il team ha condotto interviste coinvolgendo un totale di 177 persone (110 donne e 67 uomini), tra cui i leader delle comunità, i funzionari governativi locali, il personale delle agenzie umanitarie e i rifugiati che vivono negli insediamenti.

Sia l'Uganda che Sud Sudan hanno vissuto periodi di disordini politici, conflitti e sfollamenti. Dall'inizio degli anni '60, quando iniziò la prima guerra civile in Sudan, l'Uganda ha ospitato centinaia di migliaia di rifugiati. Il Sud Sudan ha ottenuto l'indipendenza nel 2011, ma nel 2013 hanno avuto inizio gli scontri tra le forze del presidente Kiir e quelle dell'ex vicepresidente Machar. Questi poi si sono trasformati in guerra civile, durante la quale non sono mancati degli scontri militari su base etnica tra Nuer e Dinka. Quando è scoppiata la guerra civile nel paese, circa 2 milioni di persone sono diventate sfollate interne e oltre due milioni di persone, principalmente donne e bambini, sono fuggite in Etiopia, Kenya e Uganda tra il 2013 e il 2016.

L'Uganda ospita il maggior numero di rifugiati -1.3 milioni- al mondo dopo il Pakistan e la Turchia e oltre 850.000 di questi provengono dal Sud Sudan. Proprio per l'elevato numero di rifugiati, l'Uganda è un caso di studio importante per comprendere i ruoli di genere e le dinamiche di potere in relazione allo sfollamento. L'Uganda ha una lunga storia di accoglienza di rifugiati e l'approccio del governo è quello di ospitarli in insediamenti che sono più piccoli dei campi profughi ma hanno una maggiore libertà di movimento. Questi insediamenti non hanno recinzioni, quindi significa che "può essere difficile distinguere dove finisce un villaggio della comunità locale e dove inizia un insediamento di rifugiati". Qui, i rifugiati vivono in condizioni sociali precarie e "potrebbero dover essere in grado di adattarsi a ruoli diversi a seconda delle opportunità di sostentamento". Inoltre, mentre la maggior parte dei rifugiati del Sud Sudan si è stabilita negli insediamenti nel nord del Paese, una minoranza si è "auto-stabilita" nei villaggi locali, dove l'accesso all’istruzione e all'assistenza sanitaria è più facile. Negli insediamenti, i rifugiati ricevono materiale di base per costruirsi una casa ma sono responsabili del loro approvvigionamento Inoltre, in alcuni casi i rifugiati sud sudanesi sono, in numero, uguali alla popolazione locale e questo ha avuto senz’altro un impatto significativo sulla vita degli ugandesi. Per esempio, l’accesso alle risorse (fieno per il tetto, pali per l'edilizia, legna da ardere, terra per la coltivazione) può portare le comunità ospitanti in conflitto con i rifugiati. Inoltre, sono sorte tensioni tra le donne ugandesi e quelle sud sudanesi che hanno iniziato delle relazioni con gli uomini della comunità locale. Le seconde sono accusate dalle prime di "prendere" gli uomini ugandesi, ma mentre alcune relazioni nascono da un sentimento, per altre donne questi rapporti sono uno strumento di sopravvivenza poiché costrette a provvedere alle loro famiglie. Per molti rifugiati, comprare o affittare un terreno è troppo costoso. Inoltre, secondo il rapporto, gli uomini della comunità ospitante preferiscono negoziare e raggiungere un accordo - spesso senza base legale - con le donne perché sono più facili da sfrattare e più vulnerabili allo sfruttamento sessuale.

Il rapporto delinea i cambiamenti dei ruoli di genere derivanti dallo sfollamento. I ricercatori si sono concentrati su "le norme e i ruoli di genere dei rifugiati del Sud Sudan e su come questi differiscono o sono simili a quelli delle comunità ospitanti". Il Sud Sudan ha una società patriarcale in cui le donne sono in gran parte escluse dai processi decisionali. Infatti, il Paese è stato classificato al 163esimo posto su 167 nell'Indice Donne, Pace e Sicurezza 2019/2020 che misura  il benessere delle donne in tutto il mondo utilizzando un'ampia gamma di indicatori in relazione alla sicurezza, inclusione e giustizia. Il Sud Sudan ha ricevuto un giudizio particolarmente mediocre, a causa delle leggi discriminatorie nei confronti delle donne, degli alti tassi di "violenza organizzata" e di "violenza domestica". Ad esempio, lo stupro non è considerato un crimine se la vittima è sposata con l'autore del reato. Tra le altre consuetudini patriarcali, il matrimonio richiede che gli uomini paghino il prezzo della sposa, simile ad una transazione economica in cui "le donne e le ragazze vengono scambiate come fossero denaro". I ricercatori affermano che nel Sud Sudan un gran numero di ragazze (46%) si sposano prima dei 18 anni. Inoltre, le norme sociali impediscono di stabilire statistiche accurate sia sulla violenza domestica e che su abusi fisici perché spesso non vengono fatte denunce.

Secondo lo studio, lo spostamento dei rifugiati sud sudanesi in Uganda ha avuto un forte impatto sulla vita delle donne. Negli insediamenti si sono create molte "dinamiche di genere" dalle possono nascere opportunità per le donne. In Uganda, gli stipendi spesso non vengono pagati per mesi e gli uomini hanno difficoltà a dare soldi alle loro mogli per pagare le rette scolastiche e altri beni di prima necessità. Per questo motivo, alcuni uomini, "non sentendosi all'altezza delle aspettative sociali” (ruolo di genere), hanno deciso di tornare in Sud Sudan. Secondo le norme di genere, gli uomini sono i capi-famiglia, coloro che sostengono economicamente le famiglie e se non riescono a trovare un lavoro, sentono che la loro mascolinità è compromessa. Le donne, che sono spesso registrate come capi-famiglia negli insediamenti, ricevono un sostegno finanziario e diventano così fonte di reddito. Anche se questa è un'opportunità per le donne, i ricercatori hanno sottolineato come ciò costituisca un'inversione dei ruoli di genere tradizionali con un impatto significativo sulla vita sia degli uomini che delle donne. Molti uomini avvertono la frustrazione per non riuscire ad adempiere al loro "ruolo maschile" e "questo senso di frustrazione aumenta la possibilità di violenza di genere (GBV) che colpisce prevalentemente le donne, poiché gli uomini usano la violenza per affermare quel potere che temono di star perdendo nella sfera pubblica […]”. Tra le comunità di rifugiati vengono segnalati molti casi di GBV, tra i quali le vittime sono generalmente donne. Il problema principale è che questi casi sono segnalati alle famiglie o ai leader della comunità ma non alla polizia. E se le vittime decidono di denunciare, viene organizzato un incontro tra i membri della famiglia, i leader degli insediamenti e il Refugee Welfare Committee. La maggior parte degli intervistati ha riferito che molti casi riguardano marito e moglie e questi incontri mirano semplicemente a far riconciliare la coppia. Di conseguenza, la violenza verbale o fisica persiste. Pertanto, lo studio sottolinea la necessità di un sistema di protezione e di giustizia che consenta di garantire la giustizia per ogni forma di violenza e di prevenirla. Secondo il rapporto, la GBV non dovrebbe essere uno strumento che "afferma il potere degli uomini e perpetua la disuguaglianza di genere", perciò si dovrebbe garantire una maggiore partecipazione delle donne nei processi decisionali a livello pubblico.

La questione è urgente: le responsabilità delle donne rifugiate in Uganda si sono moltiplicate e le pressioni su di loro sono aumentate. Si prendono cura dei bambini, sostengono economicamente la famiglia, pagano le tasse scolastiche, si occupano delle case etc ... Ma i rifugiati vivono in situazioni temporanee perciò è difficile dire se i cambiamenti dureranno, soprattutto se la situazione si evolverà e gli uomini avranno un maggiore accesso ai posti di lavoro. Ad ogni modo, è noto che questi processi sono lenti. Nonostante l’assetto degli insediamenti consenta alle donne di essere maggiormente coinvolte nella sfera pubblica e nei processi di risoluzione dei conflitti, queste devono ancora affrontare molte sfide per poter ottenere ruoli che vanno al di là del tradizionale assetto sociale. Sono già coinvolte in un gruppo informale, il Comitato di pace, che lavora per risolvere le controversie negli insediamenti, ma la loro presenza nei consigli locali è ancora limitata. Secondo gli intervistati, gli uomini occupano la maggior parte delle posizioni di leadership e decisionali, mentre le donne sono una minoranza.

In definitiva, il rapporto rivolge diverse raccomandazioni alle agenzie umanitarie e a quelle di sviluppo, alle organizzazioni non governative (ONG) e alle organizzazioni non governative internazionali (INGO). Le agenzie umanitarie e di sviluppo che lavorano ad Adjumani dovrebbero pianificare politiche e programmi basati su un'analisi dei conflitti “gender-sensitive”. Questo approccio garantirà di comprendere le norme di genere, le disuguaglianze di genere e la GBV nei contesti dei rifugiati. Le ONG dovrebbero sostenere lo sviluppo di un approccio “gender-sensitive” incentrato sulla non violenza e sulla parità di genere. "Assicurare una partecipazione significativa delle donne è fondamentale per la progettazione e l'implementazione di tutti i programmi e le politiche", così come è importante aumentare il numero di specialisti di genere, formare le persone e coinvolgere le donne in tutte le fasi dell'elaborazione di politiche mirate ai rifugiati. Uomini e donne dovrebbero essere aiutati dalle organizzazioni locali e internazionali a “sfidare” la nozione di mascolinità violenta. Questo contribuirebbe a prevenire i rischi di GBV e l’insicurezza per le donne.

 

Per saperne di più:

https://www.saferworld.org.uk/resources/publications/1248-gender-and-displacement-south-sudanese-refugees-in-northern-uganda

 

Autore: Silvia Luminati; Editor: Aleksandra Krol

 

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