Burkina Faso: la crisi della violenza e i fallimenti del governo

Sfollati Burkinabè si radunano in un campo nella città di Pissila Sfollati Burkinabè si radunano in un campo nella città di Pissila © Marwa Awad

Il Burkina Faso è oggi nel mezzo di una terribile crisi a causa della violenza jihadista, dei conflitti inter-comunitari, e delle fallimentari risposte del governo nell’affrontare i problemi sociali e della sicurezza

Sin dal primo attacco rivendicato da un gruppo jihadista nella regione dell’ovest del Paese nell’Ottobre 2015, vari gruppi armati (sia jihadisti che non) sono stati responsabili di ulteriori 553 atti di violenza contro civili e gruppi di auto-difesa. Come risultato, l’autorità dello Stato Burkinabè è oggi sotto estrema pressione, in parte a causa della graduale disintegrazione del sistema politico messa in atto dall’ex-Presidente Blaise Compaoré (1987-2014). In seguito alle rivolte popolari che l’hanno rimosso dal potere nel 2014, una parte della popolazione sta ora sfidando - non per la prima volta - la legittimità delle élite e delle istituzioni del Paese.  Nonostante sia percepito come un fenomeno essenzialmente urbano, questa insorgenza ha anche messo allo scoperto divisioni interne alle aree rurali, aiutando i gruppi jihadisti a prendervi piede. Questi gruppi sembravano inizialmente porre una minaccia proveniente da vicino al confine in Mali, ma hanno trovato adesso un nuovo terreno fertile in Burkina Faso. La rivolta del 2014 rimane incompleta, secondo alcuni: essa potrebbe aver posto fine al dominio di Compaoré, ma la classe politica e i suoi metodi di governo rimangono largamente invariati; molti degli ufficiali di governo di oggi, infatti, già avevano le loro posizioni sotto Compaoré, la cui struttura di potere semi-autoritaria lasciava poco spazio all'opposizione. La rivolta ha ovviamente segnato un forte rifiuto delle élite politiche nel Burkina Faso, e quelli che sono attualmente al governo non sono riusciti ad allontanare questo sentimento. Secondo l’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), una ONG che raccoglie e analizza i dati sui conflitti armati, il Burkina Faso ha visto 442 proteste e strike dal Novembre 2015, rispetto ai 244 tra questi incidenti tra il 2000 e il 2013. Le associazioni di categoria del settore pubblico nelle aree urbane sono costantemente attive, mettendo il governo sotto continua pressione. Sebbene il Presidente Roch Marc Christian Kaborè è stato eletto con il 53 per cento dei voti alla fine del 2015, la sua luna di miele sembra essere ormai finita: i cittadini sono sempre più frustrati con il governo e le istituzioni ufficiali. Ma l'insorgenza dell’Ottobre 2014 ha avuto anche una componente generazionale: i giovani che hanno guidato il movimento si identificano ancora come i guardiani dello “spirito della ribellione”. Nonostante questi giovani faticano a mantenere unità, essi non accettano più di essere esclusi dalla presa di decisioni e dall’applicare una costante pressione sulla classe dominante. Il Presidente Compaoré controllava le campagne attraverso una rete di alleanze personali, la quale gli permetteva di neutralizzare le minacce alla sua autorità e di allontanare le sottostanti tensioni comunitarie. Differenti settori dell'élite locale -  ufficiali eletti e membri del partito dominante del tempo, il Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP), capi tradizionali, e attori economici - preservavano lo status-quo politico, reprimendo e co-optando alternativamente i dissidenti, in diretto contatto con le autorità centrali. Mentre tutto ciò era accompagnato da investimenti nelle infrastrutture rurali, questa strategia manteneva l’illusione di una coesione sociale e stabilità rurale. Nel Marzo del 2012, l’esclusione di figure chiave del governo (sospettate di oscurare il fratello più giovane del Presidente) hanno indebolito tali network e diminuito la capacità dello stato di allentare le tensioni nelle aree periferiche. La rivolta del 2014 ha minato questo sistema e frammentato ulteriormente la presenza dello stato nelle aree rurali. Nel Novembre 2014, delegazioni speciali hanno rimpiazzato i consigli municipali e regionali che erano strumentali nel gestire problemi legati alla terra. L’insorgenza ha portato alla superficie un purulento scontento rurale con lo stato e i suoi rappresentanti locali (il 71 per cento della popolazione del Paese vive in aree rurali). Le persone accusano apertamente questi rappresentanti del governo e anche alcune autorità tradizionali e municipali di sfruttare le loro posizioni, e colludere a volte nell’acquisto e nella vendita di terra. Sempre più emarginate, queste importanti figure che usavano controllare l’accesso alla terra e risolvevano dispute relative alla terra a livello locale e statale sono ora meno capaci di agire come arbitri. L’emergere dei gruppi di difesa Koglweogo allo stesso tempo ha ulteriormente eroso la loro influenza. L’autorità statale nelle campagne sta diminuendo, mentre le tensioni stanno diventando sempre più violente.

Ma cosa c’è alla radice di tutti questi problemi? Tale crisi, come sostenuto da Crisis Group, è una crisi domestica, e la sua origine va trovata nelle zone rurali del Burkina Faso, dove tutto è cominciato. Le tensioni erano già latenti in queste aree quando le rivolte hanno avuto inizio nel 2014, e da allora, le dispute per la terra si sono trasformate in conflitti ad ampia scala che possono sfociare in violenza comunitaria; nel frattempo, i Koglweogo e altri gruppi di autodifesa civili hanno progressivamente sostituito il ruolo del sistema della legge statale al di fuori delle città, sconvolgendo gli equilibri locali e creando nuovi problemi. La competizione per la terra e le risorse naturali in Burkina Faso è aumentata a livelli mai visti prima a causa di diversi fattori: la crescita della popolazione che sta causando la migrazione interna degli agricoltori; un cambiamento climatico che sta degradando i terreni in alcune parti del Paese; in determinate zone, un poco pianificato sviluppo della terra attraverso l’uso dell’irrigazione; e la speculazione sui terreni. Nelle regioni del Sahel, Occidentale e del Centro-Nord del Burkina, e in maniera minore nella parte orientale del Paese, la crescente migrazione di agricoltori ha intensificato le pressioni per i terreni, soprattutto tra i Mossi (il principale gruppo etnico del Burkina Faso) dalla provincia di Yatenga (regione del Nord) e dalla regione del Plateau Central. Agli inizi del ventesimo secolo, le comunità indigene avevano bisogno di manodopera ed erano disponibili a che i migranti lavorassero le loro terre, ma nelle ultime decadi questa migrazione ha causato un aumento vertiginoso delle tensioni. Le popolazioni indigene mettono in discussione i precedenti accordi quando vedono il valore delle terre crescere. La Legge Rurale sulla Terra del 2009 ha peggiorato questa situazione, compromettendo i diritti di proprietà di tali popolazioni e incoraggiando la vendita di terre private. Ancor più, sia nelle aree rurali che in quelle urbane, le autorità municipali commettono abusi quando gestiscono le suddivisioni delle terre, portando ad espropriazioni che quindi alimentano le tensioni. Le dispute relative alla terra stanno in tal modo creando tensioni inter-comunitarie: i gruppi indigeni lamentano il potere finanziario e politico dei nuovi arrivati, e in effetti, altre comunità danno spesso ai Mossi accesso privilegiato al governo e dunque importante peso politico. Il crescente peso demografico delle comunità migranti Mossi offre loro una speciale influenza sull’elezione dei sindaci, dei consiglieri municipali e dei capi villaggio, particolarmente in molti distretti del Centro Nord e dell’Ovest, dove questi sono relativamente dei nuovi arrivati. In aree dove gli uffici elettivi sono strumentali nell’accesso alla terra, la crescente influenza dei non-indigeni sta creando tensioni inter-comunitarie , che in ogni modo sono rimaste locali per il momento. I pastori Burkinabè, intanto, stanno affrontando grandi difficoltà. Le forze di sicurezza stanno cacciando gli allevatori, che faticano ad affermare i loro diritti sulle terre pastorali. Essi sono particolarmente affetti dalla diminuzione di queste terre a causa degli sviluppi dell'agricoltura e della speculazione sulla terra; della diminuzione del foraggio e delle forniture d’acqua; dell'ostruzione delle rotte migratorie stagionali; e della non applicazione della legislazione, in particolare della Legge Pastorale 2020. Prima della crisi del 2014, il 49 per cento dei conflitti riportati in Burkina Faso erano tra agricoltori e allevatori. Tale situazione ha provocato la diffusione di un certo numero di gruppi di autodifesa: nel 2012, i Rouga hanno formato un sindacato di “rappresentanti dei pastori” per proteggere gli allevatori nell’est del Burkina. Come dato di fatto, in alcune zone pastorali questi conflitti hanno subito un’escalation a livello comunitario dal 2015, vedendo i pastori Fulani contro i gruppi sedentari. Come risultato di queste tensioni, nel 2015, le autorità locali di Kounkounfouanou (comunità di Kabonga) hanno cacciato gli agricoltori Gourmantché e Mossi dalle terre pastorali. Il loro progressivo ritorno ha alimentato risentimento tra i pastori Fulani. Simili dispute sono nate attorno a Fada N’Gourma nell’est Burkina, e a Barani, nella regione di Boucle du Mouhoun. Queste tensioni stanno alimentando le spaccature sociali, in particolare nelle regioni del Sahel, dell’Est e di Boucle du Mouhoun. Ancor più, le aree rurali nel Burkina Faso sono diventate sempre più pericolose nel corso degli anni 2000, in particolare nelle regioni dell’Est e del Centro Nord, dove molte gang di ladri di bestiame e predoni sono attive. Il banditismo è ora così diffuso che alcune strade principali, soprattutto nella regione orientale, non sono più usate: alcuni locali affermano che possono badare da sé alla propria sicurezza. Riguardo questo punto, la sfida del banditismo rurale ha colto di sorpresa lo Stato. Le forze di sicurezza (l’esercito e la gendarmeria) sono mal equipaggiate per affrontare il problema, e la rampante corruzione nei settori della sicurezza e giudiziario ha anche ridotto l'efficacia delle operazioni di polizia che erano precedentemente guidate dal Reggimento di Sicurezza Presidenziale. Le rivolte del 2011 hanno anche indebolito la capacità dello Stato di combattere il crimine. Conscie di queste limitazioni, dal 2003 le autorità hanno incoraggiato l’implementazione di strategie di sorveglianza comunitaria, che si sono poi evolute in iniziative di sicurezza locali nel 2010, con il compito di fornire informazioni alla polizia e alla gendarmeria. Lungaggini burocratiche, limitazioni di budget, e la rivolta popolare del 2014, tuttavia, si sono combinate nel fermare questo progetto. Le comunità hanno risposto alle debolezze dello Stato assumendo su di sé il compito di combattere il crimine, formando nel 2014 un gruppo di autodifesa chiamato Koglweogo. Nei villaggi, questi gruppi di vigilantes non costituiscono un movimento unificato, ma esistono accanto a strutture locali. Rapporti stretti esistono tra queste strutture, che si stanno espandendo attraverso un sistema di patronato tra villaggi vicini. Queste si sono ora diffuse nelle regioni del Centro, del Plateau Central, del Centro-Nord, del Centro-Est e dell’Est, con il supporto delle autorità tradizionali locali. Secondo alcune stime, nel 2014, il Burkina Faso aveva 4500 gruppi Koglweogo, con una membership totale di circa 45000 persone. I Koglweogo, che sono generalmente armati con fucili da caccia, hanno guadagnato il supporto di molti locali riportando la sicurezza. Il loro brutale punimento di sospetti criminali spesso è accolto da indifferenza o persino approvazione da parte di una popolazione incline a trovare effettive forme di giustizia popolare. Rinforzati da questa legittimità popolare, i Koglweogo stanno progressivamente assumendo nuove prerogative, persino interferendo nel tradizionale controllo da parte dello Stato della tassazione, della giustizia, delle operazioni di polizia e dell’esercito, e mentre alcune autorità tradizionali sono felici di sostenerli e trarre profitto da essi, altre sono costrette ad avere a che fare con loro. A seconda della località, la relazione dei vigilantes con lo Stato fluttua tra collaborazione e autonomia. La collaborazione è stata stretta in diverse regioni, in particolare nell’est del Burkina, per sostenere la transizione del 2014-2015, anche da una prospettiva elettorale. Le autorità statali si sono affidate ai Koglweogo anche per confrontare i Dozo - una fratellanza di circa 5000 cacciatori che svolgono un ruolo simile di autodifesa, soprattutto nell’ovest del Burkina - sospettati di mantenere rapporti con l’ex presidente, Compaoré. Indebitandosi con i Koglweogo, lo stato sta effettivamente dando libero spazio a questi gruppi. Le autorità non hanno approvato un decreto del 2016 disegnato per regolare le loro attività, a causa della mancanza di risorse e volontà politica. Il governo fatica ad effettuare un'opposizione diretta a questi gruppi, dato che essi godono di un ampio supporto nelle roccaforti elettorali del partito. I Koglweogo, con il supporto popolare, stanno usando la violenza nelle rare occasioni in cui gli arresti hanno colpito i loro interessi. L’aspetto “comunitario” dei gruppi Koglweogo crea anche tensioni tra le comunità che soffrono della crisi rurale. I Koglweogo reclutano principalmente membri tra i Mossi, la comunità che rappresenta circa il 50 per cento della popolazione. Nella regione dell’Est, i loro ranghi sono solitamente riempiti con Gourmantché, il gruppo maggioritario in quell’area del Burkina Faso. Alcune comunità, soprattutto nella regione Occidentale, vedono questo sviluppo come il fronte armato di quello che chiamano “espansionismo Mossi”. Nella regione di Hauts-Bassins, per esempio, i tentativi dei Mossi dal 2015 di formare gruppi Koglweogo ha provocato una forte resistenza da parte dei Dozo, e scontri occasionali come quelli a Solenzo e Karankasso-Viguè. Anche nelle regioni del Sahel e del Centro-Nord, l’arrivo del fenomeno Koglweogo ha esacerbato la violenza comunitaria. Banditi e gruppi di autodifesa sono due facce della stessa crisi di sicurezza in molte parti rurali del Paese. Nonostante i Koglweogo possano effettivamente combattere il crimine, essi sono anche sintomatici di una fondamentale assenza della legge nel Burkina Faso rurale. Alcuni membri dei Koglweogo sono persino banditi riconvertitisi. Tuttavia, recentemente, i gruppi jihadisti sono emersi come i nuovi “re della savana”. 

In effetti, il Burkina Faso è diventato il teatro principale delle operazioni jihadiste nel Sahel. Alcuni membri del governo rimangono convinti che la precedente élite al potere ha avuto un ruolo nel creare questa situazione: ma anche laddove questa affermazione contenesse qualche verità, la causa principale della crisi dev’essere trovata altrove. I gruppi jihadisti hanno sfruttato la sfaccettata crisi del Burkina rurale per espandere la loro presenza. Una campagna fratturata ha permesso loro di reclutare combattenti tra le vittime delle dispute per la terra e tra i briganti. A lungo risparmiato da attacchi jihadisti, il Burkina Faso si trova ora nel mirino, soprattutto dall’Ottobre 2015. Nonostante molte attività si siano concentrate a Soum dall’attacco di Nassoumbou, che ha ucciso dodici soldati nel Dicembre 2016, anche altre aree sono state colpite: le regioni dell'Est, della Boucle du Mouhoun, del Nord e del Centro-Nord, e la capitale Ouagadougou, sono state tutte colpite. I jihadisti sembrano allargare il loro network, e il crescente numero di insorgenze si è aggiunto alla percezione che la capitale del Burkina sia sotto assedio. Tre gruppi jihadisti sono stati attivi nel territorio Burkinabè dal 2015-2016: il gruppo locale, Ansarul Islam, e due gruppi dal Mali, lo Stato Islamico nella Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), e Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (il Gruppo per il Supporto dell’Islam e dei Musulmani, o JNIM). Originariamente fondato come un movemento autonomo Burkinabè nel tardo 2016, Ansarul Islam si è poi fuso con JNIM, un gruppo legato ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e principalmente operante nel Mali centrale e settentrionale. Ansarul Islam è attivo a Soum e nella parte occidentale della regione del Centro-Nord (la provincia di Bam e la parte occidentale della provincia di Sanmatenga). Nel 2017, il movimento è stato indebolito dalla scomparsa del suo leader, Malam Dicko. In seguito a ciò, è sembrato diventare un’“unità” (Markaz) delle brigate (Katiba) che operano nel Mali centrale: la Katiba Serma dal 2017 al 2018, e soprattutto la Katiba Macina guidata da Hamadoun Kouffa. JNIM reclama ora responsabilità per gli attacchi di Ansarul Islam. JNIM non ha solo reclutato i combattenti di Ansarul Islam attivi nella regione di Soum, ma ha anche operato nell’ovest del Burkina dal 2016. Nel 2018, i jihadisti hanno aperto un secondo fronte nell’est del Burkina, dove il gruppo ha reclamato responsabilità per diversi attacchi, e fino a poco tempo fa è sembrato essere più attivo di ISWAP in questa area. È confermato o altamente probabile che i gruppi attualmente comprendenti JNIM - Ansar Eddine, Al-Mourabitoun e AQIM - siano stati responsabili per gli attacchi di Samoroguan (Ottobre 2015), Ouagadougou (Gennaio 2016) e Nassoumbou (Dicembre 2016). JNIM ha influenza in quest’area a causa della presenza di un gruppo di combattenti Burkinabè dal Movimento per l’Unità e la Jihad nell’Africa Occidentale (MUJWA) e da Ansar Eddine in unità di AQIM in Mali sin dal 2012: assieme alle unità di Ansarul Islam basate a Soum, essi sono stati la forza principale dell'espansione del gruppo nell’est Burkina. Nella nazione e nella più ampia regione del Sahel, JNIM e ISWAP stanno unendo le loro forze contro la Francia (i cui soldati additano come “crociati”) e i suoi alleati. In alcune aree dove entrambi i gruppi hanno una presenza, come nell’est Soum e nella regione dell’Est Burkina,  essi lavorano assieme strettamente. Si pensa, ad esempio, che Ansarul Islam abbia fornito supporto logistico per l’attacco di Koutougou del 19 Agosto 2019, che è stato rivendicato da ISWAP. Le due organizzazioni differiscono anche in alcuni ambiti, in particolare con rispetto ai civili e alle minoranze religiose. Tutti gli attacchi contro luoghi di culto Cristiani hanno avuto luogo in aree sotto il controllo di ISWAP; Hamadoun Kouffa, per contrasto, non ha mai autorizzato tali attacchi. Con alcune eccezioni, la branca locale di ISWAP è stata anche ritenuta responsabile degli attacchi jihadisti sulla popolazione civile del Burkina Faso, che hanno cominciato a intensificarsi alla fine del 2019. JNIM rimane contrario al colpire i civili, escludendo prominenti figure che parlano contro di loro e informatori dell’esercito. Esistono anche rivalità nonostante questa cooperazione, come mostrato dalla defezione di combattenti da un gruppo all'altro. Agli inizi del 2019, una banda di circa venti combattenti di Ansarul Islam hanno proclamato la loro appartenenza allo Stato islamico. 

In ogni caso, il fervore religioso non è la motivazione per molti combattenti e comandanti di unità, che sono solitamente Burkinabè e hanno altre priorità. I gruppi jihadisti hanno usato la debolezza dello Stato a loro vantaggio e sfruttato le tensioni rurali per stabilirsi in Burkina Faso. Molti combattenti jihadisti e comandanti sono Burkinabè, con un set di interessi principalmente locali. Alcuni ideologi locali sono influenti; predicatori dalle aree in questione (come Malam e Jafar Dicko a Soum) pronunciano spesso sermoni che lanciano nuove attività jihadiste, ma i combattenti jihadisti e i comandanti in Burkina sono locali, e generalmente non hanno un'istruzione religiosa. Per le loro linee di reclutamento, i jihadisti sfruttano le ingiustizie frequentemente legate alle dispute per la terra e associate a problematiche politiche e comunitarie. Alcune situazioni sono favorevoli all’arruolamento di individui o di interi gruppi; le nuove reclute non hanno un profilo “tipico”, ma possono essere civili che faticano a ad asserire i loro diritti sulla terra, minatori d’oro che affrontano ristretto accesso alle miniere, o banditi che cercano alleati più potenti. Già dal 2016, i gruppi jihadisti hanno tratto vantaggio dalle problematiche finanziarie e socio-politiche dei Fulani per cominciare a reclutare tra le loro comunità e particolarmente, approcciando individui espropriati. I jihadisti reclutano anche altrove: la supposta predominanza dei jihadisti Fulani è meno un riflesso del supporto di questa comunità per la jihad globale che della particolare esposizione dei pastori e proprietari terrieri Fulani alle ingiustizie e alla loro relativa sotto-rappresentanza nelle istituzioni dello Stato, a partire dalla loro presenza nell'educazione pubblica. Nell’est Burkina, i predicatori jihadisti hanno indirizzato i loro sermoni a diverse comunità (soprattutto i Gourmantché e i Fulani) deprivate di accesso all’acqua, ai depositi di oro, ai pascoli, e ai terreni di caccia e pesca. I jihadisti reclutano anche dai gruppi familiari con l’uso delle armi. Nel Burkina Faso, un Paese che non ha visto ribellioni, queste persone includono ex soldati, sia in congedo che disertori, e predoni. I banditi si stanno sempre maggiormente arruolando come jihadisti in Burkina e, a vari livelli, in tutto il Sahel. Alcuni lo fanno per convinzione, ma molti cercano semplicemente vendetta contro lo Stato e i gruppi di auto-difesa. I jihadisti sono inclini ad attingere al know-how di questi gruppi che sono stati sconfitti dai Koglweogo nel 2015 e nel 2016. Nella regione dell’est del Burkina Faso, molti ladri da Bogandè - un rifugio del banditismo - sono stati identificati tra i combattenti jihadisti, e uno di loro, un Gourmantché, era un comandante di unità. Ma la cooperazione tra questi due tipi di combattenti non è sempre facile; essi non hanno la stessa agenda o lo stesso senso di disciplina. Nel 2016, i jihadisti Maliani hanno fatto un’incursione nel territorio Burkinabè per sfidare l’esercito Francese e cercare nuovi luoghi di ripiego. Le loro ambizioni sono da allora cresciute. Il Burkina Faso è diventato un teatro di combattimento dove l'obiettivo è quello di espellere le forze governative dalle aree rurali e imporre la legge Islamica. Questa ambizione, comunque, non è necessariamente condivisa dai combattenti e dai loro sostenitori, molti dei quali sono più interessati in problematiche locali. I leader jihadisti in Burkina Faso cercano di articolare le sofferenze locali con riferimento all’agenda globale del loro movimento - l’imposizione della loro versione dell’Islam come la sola fonte della legge e dell’autorità governativa. I sermoni jihadisti connettono le proteste contro le ingiustizie locali ai precetti religiosi. I leader religiosi di un determinato gruppo mantengono legami tra le cellule locali e i leader, assicurandosi che queste obbediscano alle regole del movimento (in particolare con rispetto alla loro applicazione della legge Islamica e alla loro attitudine verso la popolazione civile). Ciò detto, essi sono disponibili a rischiare di rilassare la loro disciplina per accomodare quelli che si uniscono ai loro ranghi per ragioni più banali. L’autonomia di cui godono i gruppi jihadisti del Burkina Faso dà spazio ai combattenti di soddisfare i loro interessi locali (o persino personali). Questi gruppi sono liberi di scegliere le loro lotte, assunto che non contravvengano direttamente ai principi globali della jihad. In ultimo, essi rimangono sotto il comando di leader basati principalmente in Mali quando sono richiesti per operazioni su più larga scala. Questa autonomia sembra più fermamente radicata in ISWAP che in JNIM. I comandanti di unità di ISWAP a volte lanciano attacchi per motivi personali di vendetta o profitto, anche se queste ragioni si sovrappongono con la volontà dei leader jihadisti di espandere il proprio territorio. Questa stessa autonomia può anche rivelarsi problematica per alcuni gruppi jihadisti, dato che può provocare violenti scontri tra le comunità. Da un lato, permettendo ai loro combattenti di di essere coinvolti in questi conflitti, i jihadisti (di ISWAP in particolare) soddisfano le ambizioni di una parte dei loro membri - in questo caso soprattutto consistenti di Fulani - che sono inclini a proteggere e/o a cercare vendetta per conto della loro comunità. Dall’altro lato, supportando un gruppo locale, i jihadisti incoraggiano fitna (divisioni tribali) e compromettono il loro progetto di unificare la comunità dei credenti Musulmani. Disaccordi interni esistono riguardo al giusto percorso da seguire. Il jihadismo potrebbe continuare a diffondersi nel Burkina e creare nuove aree di crisi nel Paese, aprendo forse persino un corridoio verso le nazioni costiere dell’Africa Occidentale. L’abilità dei jihadisti di stabilire una presenza in Burkina può essere spiegata da diversi fattori che sono comuni a varie parti della nazione: dispute sulla terra, competizione riguardo l’attività mineraria, banditismo rurale, e persino la crescente stigmatizzazione delle comunità con supposti stretti contatti con i jihadisti, come i pastori Fulani. I gruppi armati sono altamente mobili  e possono, quando necessario, ritirarsi in aree oltre il controllo dell’esercito. I conflitti relativi alla terra e comunitari nella regione Ovest del Paese sono particolarmente preoccupanti. Gli scontri tra i Fulani e i Dozo minacciano di intensificarsi ed esporre parti della regione della Boucle du Mouhoun a esplosioni di violenza comunitaria. Incidenti più isolati che scoppiano ovunque, in particolare nella regione del Sud-Ovest, indicano la volontà dei jihadisti di espandere la propria presenza oltre le aree settentrionali del Paese. Ben lontani dal rappresentare una jihad globale guidata da un’agenda religiosa, i gruppi jihadisti in Burkina consistono soprattutto di insorti Burkinabè, e la ragione per il passaggio alla violenza ha origini locali. Vista in questo contesto, una risposta primariamente militare fallisce nel rispondere alle cause alla radice del problema. Le autorità Burkinabè sono state fino ad ora incapaci di limitare la diffusione dei gruppi jihadisti, nonostante alcuni notevoli successi registrati sin dalla fine del 2019, inclusi gli attacchi respinti ad Arbinda il 24 Dicembre e a Inata il 3 Gennaio 2020. Mentre le risposte sono largamente militari, le forze armate sono mal-preparate per una minaccia asimmetrica senza precedenti. La mancanza di risorse umane e materiali delle forze dell’esercito e di sicurezza è un ostacolo nella lotta all’insorgenza. I gruppi jihadisti sono stati capaci di stabilirsi velocemente nell’est del paese in particolare, dato che questa scarsamente popolata regione ha avuto il più basso tasso di copertura da parte delle forze dell’esercito e di sicurezza fino al 2018. 

Ma quali sono state le risposte dello Stato a questi problemi? Le autorità Burkinabè hanno largamente adottato una risposta eccessivamente militare alle emergenze presentate dal jihadismo e dai gruppi armati. Tuttavia, per ciò che concerne il primo problema, diverse difficoltà strutturali limitano ancora l’efficacia di tale approccio. Come dato di fatto, in effetti, le forze armate mancano di unità speciali addestrate nei conflitti asimmetrici, e hanno degli asset aerei davvero deboli. Il network della sicurezza è fragile: le forze Burkinabè sono completamente assenti dal 30 per cento del territorio e distribuite in modo diseguale su un altro terzo (con solo l’esercito o la gendarmeria presenti); solo il 18 per cento delle forze di combattimento sono sulle “linee del fronte”. In ogni modo, le forze Burkinabè stanno anche vivendo fratture interne e debolezze con profondamente radicate origini: Compaoré, infatti, ha confinato l’esercito e la gendarmeria a ruoli secondari, limitando il loro equipaggiamento a beneficio del Reggimento di Sicurezza Presidenziale (RSP), una guardia pretoriana che riferiva alla presidenza. Questo trend è stato accentuato dopo le rivolte nell’esercito e nella polizia del 2011. Armi pesanti e sofisticate sono state trasportate ai quartier generali dell’RSP, i magazzini di esplosivi sono stati svuotati, e una larga parte dell’esercito è stata privata di munizioni e allenamento dalla seconda metà del 2011. Gli ammutinamenti hanno segnato una profonda frattura tra gli alti ufficiali e le truppe, tra accuse di corruzione e favoritismo. L’insorgenza del 2014 e ciò che ne è seguito hanno aumentato la mancanza di fiducia tra i politici e gli uomini in uniforme, indebolendo ulteriormente l’apparato di sicurezza. Dopo la caduta di Compaoré e il colpo di Stato nel Settembre 2015, il governo ha dissolto l’RSP, atto che ha grandemente ridotto le capacità militari del Paese. Come risultato, oggi l’esercito Burkinabè manca sia di soldati esperti, sia di ufficiali che possano occupare posizioni intermedie. Dalla fine del 2018, un aumento nell’insicurezza  ha portato le autorità a intensificare la loro risposta militare. Questo impeto si è potuto osservare nella nomina nel Gennaio 2019 del nuovo ministro della difesa, Chérif Sy, una figura nota per la sua intransigenza. Unità speciali della gendarmeria e forze militari convenzionali hanno condotto operazioni militari più estese rispetto al passato. In parallelo, l’esercito ha condotto due operazioni su larga scala nelle regioni dell’Est e del Sahel (Operazione Otapuanu e Operazione Ndofu rispettivamente) tra Marzo e Maggio 2019. Altrove, in particolare nella regione del Sahel, le operazioni militari non hanno ridotto la minaccia e potrebbero addirittura aver aggravato la situazione. Nei primi otto mesi del 2019 sono stati riportati 416 incidenti violenti nella regione, che hanno causato 927 morti, confrontati con i 330 episodi violenti in cui 287 sono stati uccisi dal 2016 al 2018. È stato riportato che sin dagli inizi del 2019, le forze armate Burkinabè abbiano eseguito esecuzioni sommarie di individui sospettati di cooperare con jihadisti in diverse località, notevolmente a Kain e a Banh, a Titao e a Barani. Le organizzazioni per i diritti umani stimano che almeno 200 persone siano state vittime di tali esecuzioni, e mettono in discussione i loro legami con i gruppi jihadisti. È stato riportato che a Marzo e Aprile 2019, altre due operazioni militari in siti artigianali auriferi a Tchiembolo e Filio, vicino a Inata, siano risultate in dozzine di morti. Sembra che altre esecuzioni sommarie abbiano avuto luogo nella regione dell’Est, della Boucle du Mouhoun o nel Nord, e, alla fine del 2019, in diverse località a Soum. Le autorità riconoscono che civili possano essere stati vittime collaterali delle operazioni militari, ma formalmente contestano l’estensione degli abusi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani. Dietro le quinte, gli ufficiali indicano come il governo, che è “in guerra contro il terrorismo”, non abbia opzioni se non usare la forza per deterrere i civili dal collaborare con il nemico e rassicurare l’opinione pubblica con risultati quantificabili. Anche una significante parte dell’opinione pubblica nella capitale sembra convinta che le morti di civili siano inevitabili. Le esecuzioni extragiudiziali sono doppiamente controproduttive. Le autorità perdono sul fronte dell’intelligence condannando all’esecuzione i sospetti piuttosto che interrogarli, cosa che nutre anche il risentimento dei loro parenti, alcuni dei quali sono poi tentati di unirsi ai jihadisti. Le forze Burkinabè spesso stabiliscono il grado di militanza di un individuo sulla base delle sue reali o supposte connessioni con i jihadisti. Tuttavia, molti villaggi sotto la minaccia jihadista non hanno altra opzione che sottomettersi alla loro autorità. Questo insieme di cose funziona come una profezia che si autoavvera: coloro che sono vicini agli individui identificati finiscono per rivolgersi ai jihadisti per protezione o vendetta. Sin dall’inizio del 2019, la scala della violenza perpetrata dall’esercito contro i civili (spesso Fulani) ha spinto interi villaggi a schierarsi con i jihadisti. Gli abusi dell’esercito sembrano essere sostenuti da problemi nel sistema giudiziario, soprattutto la congestione delle prigioni e lavoro arretrato nelle corti responsabili di giudicare i sospetti. Lo scorso Marzo, oltre 700 individui sospettati di appartenere a un’organizzazione terroristica sono stati detenuti in prigioni del Paese. Le corti non hanno sottoposto a processo nessuno di questi detenuti dal 2015, mentre la divisione anti-terrorismo, creata nel 2017 e incaricata di molti di questi casi, è solo ora operativa. In questo contesto, parte dell’apparato di sicurezza sembra considerare illusorio affidarsi alla legge. Questo modo di pensare apre la strada ad esecuzioni sommarie, che le autorità considerano essere atti di guerra, in violazione delle Convenzioni di Ginevra. Per ciò che concerne i gruppi armati, invece, il governo sta sempre più facendo affidamento su di loro per contenere la minaccia jihadista, incrementando ulteriormente, tuttavia, le tensioni già esistenti e le frizioni tra le comunità. Il 7 Novembre 2019, il Presidente Kaborè ha chiamato alla mobilitazione dei “volontari per la difesa del Faso” per combattere i “terroristi”. Questo progetto è suonato come un riconoscimento da parte delle forze militari e di sicurezza della loro incapacità di rendere sicuro il territorio con i propri mezzi. La legge adottata il 21 Gennaio 2020 stabilisce che tutti i volontari arruolati come “riserva per la difesa del proprio villaggio o settore di residenza” ricevano un addestramento che duri quattordici giorni, senza specificare la natura delle armi a cui essi avranno accesso. Essa stipula anche che questi debbano “obbedire all’autorità militare”. Questa strategia è volta a rafforzare rapidamente la capacità delle forze armate, ma potrebbe rivelarsi controproducente se i volontari non sono totalmente supervisionati in accordo con la nuova legge. Lo Stato Burkinabè è sino ad ora stato incapace di gestire i Koglweogo. È quindi legittimo mettere in dubbio  la capacità del suo già sottodimensionato esercito di supervisionare effettivamente i volontari, soprattutto dato che molti di loro proverranno probabilmente dai Koglweogo. L’esperienza dei vicini del Burkina Faso dovrebbe indurre alla cautela: in Mali come in Niger, l’uso di gruppi armati non statali contro i jihadisti non è mai stato uno strumento efficace nella lotta contro l’insorgenza; ciò che c’è di più, esso è risultato in violenza contro i civili. Nella regione del Centro-Nord del Burkina Faso, l’impegno dei Koglweogo a combattere il terrorismo è stata paradossalmente una delle fonti principali delle insorgenze jihadiste sin dall’inizio del 2019. I Koglweogo, che reclutano principalmente tra i Fulse e i Mossi, hanno sconvolto l’equilibrio tra le comunità nel Centro-Nord. Sostituendosi alle prerogative delle forze di polizia e di sicurezza, essi sono volontariamente o involontariamente diventati complici nel regolare i conti in questioni spesso concernenti dispute relative alla terra, e a detrimento della comunità Fulani. Nel 2017, i Koglweogo di Bulsa (Centro-Nord) hanno preso parte alla lotta al terrorismo, nell’aperta indifferenza delle autorità. La comunità Fulani è poi diventata il loro obiettivo primario e ha cercato la protezione dei Rouga, gruppi di Fulani con il compito di proteggere i pastori, che sono stati a loro volta percepiti come “jihadisti sotto mentite spoglie”. Quindi, il progetto di anti-terrorismo si è fuso con la regolazione di conti personale e, per estensione, comunitaria. Questo clima di sfiducia comune e forte stigmatizzazione dei Fulani ha posto i presupposti per due massacri. Tra la notte del 31 Dicembre 2018 e il primo Gennaio 2019, sicari non identificati hanno ucciso sei persone a Yirgou, incluso il capo del villaggio Mossi e suo figlio. Per vendetta, e supportati dalla popolazione per la gran parte Mossi, i Koglweogo hanno ucciso tra cento e duecento civili Fulani. A Marzo, un secondo massacro è stato perpetrato da individui Fulsi contro i Fulani ad Arbinda (Soum), al confine con il Centro-Nord. I massacri compiuti dai Koglweogo con il supporto di alcune comunità locali producono lo stesso effetto delle atrocità commesse dalle forze di sicurezza e dell’esercito: i Fulani approcciano i jihadisti per vendicarsi o cercare protezione. In alcuni casi, le atrocità che i Fulani hanno sofferto li hanno alla fine portati sulla stessa linea di pensiero dei jihadisti. Questi ultimi hanno largamente approfittato della situazione in deterioramento nel Centro-Nord per espandere la propria influenza. Diverse dozzine di Koglweogo sono stati anch'essi uccisi, e molti altri hanno abbandonato i combattimenti o il sistema giudiziario. La chiamata per i “volontari” solleva paure che simili scenari possano verificarsi in altre zone del Burkina Faso. Questa chiamata sta risuonando tra le iniziative di sicurezza locali esistenti, in particolare quella dei Koglweogo, che sono per la maggior parte Mossi. Prendendo parte ad operazioni di anti-terrorismo per cui non sono addestrati, i Koglweogo rischiano di colpire semplici civili che confondono con i jihadisti, in particolare quelli dalla comunità Fulani. Essi sono anche a rischio di diventare le vittime della crescente violenza contro i civili perpetrata dalla branca locale dell’ISIS. Il leader dell’opposizione ha persino invocato il rischio di “guerra civile”. Questa prospettiva non può essere sottovalutata quando la comunità Fulani è la seconda più grande nel paese (8.4 per cento della popolazione) e la violenza che colpisce i civili è in aumento. Nel 2019, 934 civili sono stati uccisi da gruppi armati, confrontati con i 157 dal 2015 al 2018. Secondo molti osservatori, il rafforzare i gruppi di sicurezza locali riflette obiettivi elettorali, oltre ad obiettivi di sicurezza. In realtà, la chiamata del presidente sembra aver validato ciò che è stato presente impercettibilmente sin dall’estate del 2019: l’armamento, l’equipaggiamento e il finanziamento dei Koglweogo. Alcuni temono che i Koglweogo e/o i nuovi “volontari” saranno usati dall’ala dura del partito al potere, il Movimento Popolare per il Progresso, nella corsa alle elezioni 2020. In questo contesto, l’arresto, che è durato alcune settimane all’inizio del 2020, del leader Koglweogo Bulsa Boureima Nadbanka, per il suo supposto ruolo nel massacro di Yirgou, potrebbe essere stato in parte motivato dal fatto che questi non era allineato con gli obiettivi politici delle autorità in diverse occasioni. Se i sostenitori della linea dura dovessero infatti assoldare i vigilantes per i loro obiettivi, ciò incoraggerebbe a sua volta l’opposizione a cercare il supporto di altri gruppi locali, in particolare dei Dozo, rivali dei Koglweogo nell’Ovest. Con le perduranti tensioni tra il governo e i supporter dell’ex-Presidente Compaoré, le milizie al servizio delle agende dei politici potrebbero cominciare a diffondersi in tutta la nazione. L’annuncio del presidente - probabilmente precipitato dall’attacco a Boungou, che ha sconvolto il Paese - ha annullato gli sforzi necessari a definire i metodi per supervisionare i volontari. Nei giorni seguenti, sono stati cominciati ad essere riportati abusi sui civili Fulani nelle regioni del Nord, del Centro-Nord e dell’Est. Il 15 Ottobre, l’ex segretario generale dei CDR (Gruppi per la Difesa della Rivoluzione) ha avvertito del pericolo di gruppi di autodifesa mancanti di un controllo. Vi è un urgente bisogno di fermare una potenziale escalation della violenza da cui nessuno ha da guadagnare. 

Per ciò che concerne la risposta del governo alle necessità sociali, invece, un’appropriata strategia è stata chiaramente mancante, essenzialmente per ciò che riguarda la risoluzione dei problemi rurali (rivalità per la terra, siccità causanti migrazioni, ecc.). Sia le autorità che i loro partner internazionali presentano il “nesso sicurezza-sviluppo” come la pietra miliare della loro risposta alla crisi del Burkina Faso. Fino ad ora, questo approccio ha faticato a produrre risultati concreti, ed è basato su una visione che riduce la sicurezza a una risposta militare, negando la dimensione politica della crisi.  Il Piano di Emergenza del Sahel (Plan d’urgence pour le Sahel, PUS), adottato a Luglio 2017, è la principale risposta non-militare delle autorità. Il governo ha disegnato tale piano come una risorsa d’emergenza, basandolo su un pilastro socio-economico e su un pilastro governativo che include problemi di sicurezza. Questo piano incorpora essenzialmente le linee guida del programma Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (Plan national de développement économique et social, PNDES), creato in tempo di pace, applicandole solo alle regioni del Nord e del Sahel. Un’unità di coordinamento che riferisce al Ministero delle Finanze assicura la coordinazione dei progetti e dei programmi PUS (che spesso sono precedenti al PUS stesso), ma con procedure di gara semplificate per accelerare la loro implementazione. Il PUS rimane poco adattato a un ambiente di sicurezza instabile che richiede invece flessibilità e responsività. La sua implementazione è ostacolata da un’eccessiva burocrazia, data la necessità di coordinare le azioni di nove ministeri. Questo programma ha anche sofferto di una situazione della sicurezza in deterioramento: solo il 51 per cento delle attività programmate sono state portate a termine nel 2018, e il 49 per cento nel 2017. Inoltre, i jihadisti hanno distrutto infrastrutture (scuole e pozzi) costruite nell’ambito del PUS, dato che queste simboleggiano il ritorno dello Stato, che essi ritengono inaccettabile. Il suo lancio affrettato ha portato a problemi di comunicazione con le autorità locali e i beneficiari. Le autorità riconoscono che questa azione non basta, ma senza sapere come renderla migliore. Secondo i sostenitori del PUS, povertà e sottosviluppo sono le cause alla radice della violenza. Questa assunzione spiega perché sia data priorità allo sviluppo di infrastrutture essenziali. In realtà, tuttavia, la violenza è parte di una più complessa crisi di governabilità nelle aree rurali, dove i conflitti locali per l’accesso alle risorse stanno peggiorando. La costruzione di infrastrutture non è solo insufficiente al fronte di queste sfide, ma potrebbe addirittura rivelarsi controproduttiva in alcuni casi. Realizzare un pozzo in un’area contesa tra agricoltori e pastori può quindi portare a scontri per il suo uso, se nessuno consulta prima la popolazione. Le autorità hanno anche un ristretto concetto della sicurezza, essenzialmente basato sui mezzi militari. L’Operazione Otapuanu, lanciata a Marzo 2019, è un buon esempio. Come parti della sua componente civile-militare, i medici militari hanno trattato i civili, e i servizi statali hanno emanato diverse migliaia di documenti d’identità per coloro che ne mancavano. Ma l’operazione non ha dato vita a un dialogo tra l’esercito e le popolazioni. Né ha avviato progetti a lavoro intensivo o generatori di reddito, cosa che avrebbe potuto aiutare a ricreare fiducia nelle comunità locali. Le autorità militari riconoscono che l’operazione era pianificata come una questione d’urgenza, senza coinvolgere i ministeri competenti o partner che potessero capitalizzare sul suo successo. Sembra che alcuni ufficiali governativi stiano diventando consapevoli dei limiti di un approccio militare, ma le autorità stanno mandando segnali misti. La strategia di sicurezza nazionale che sta venendo disegnata sotto la leadership del Ministero dell’Interno deve presentare un approccio che sia centrato sul mettere in sicurezza la popolazione piuttosto che solo lo Stato. Un tale approccio alla sicurezza comprende come priorità il prevenire i conflitti e il risolvere le debolezze che alimentano la violenza. Ma le autorità sembrano divise su come raggiungere questo atto di bilanciamento, ancor più dato che l’agenda elettorale del 2020 e la situazione instabile stanno spingendo la linea dura dell’MPP verso un’escalation militare. Le rivalità tra i Ministeri della Difesa e dell’Interno stanno anche complicando la creazione e l’implementazione di un approccio così integrato. Questo nuovo approccio potrebbe aprire la strada a soluzioni complementari all’uso della forza, con opzioni che includono la mediazione comunitaria, l’inclusione socio-politica di popolazioni sistematicamente escluse, e persino il dialogo politico con alcuni jihadisti. Le autorità Burkinabè stanno informalmente esplorando questa via - molto similmente al Mali e soprattutto al Niger - ma sono esitanti a intraprenderla. Nel 2017, esse hanno autorizzato le ONG specializzate nella mediazione a stabilire dei contatti con i jihadisti, ma nessun progresso concreto è stato ancora registrato. Con una situazione della sicurezza che si sta deteriorando, lo Stato sta faticando a identificare potenziali intermediari: molti sembrano non voler essere più coinvolti o si sono addirittura uniti a dei gruppi jihadisti in seguito agli eventi nel Centro-Nord e a Soum dagli inizi del 2019. L’esercito rimane in generale opposto a questa soluzione, cosa che dissuade molti potenziali intermediari dall'approcciare i jihadisti per paura di essere confusi con loro. Senza un consenso tra gli attori statali, l’opzione del dialogo sembra inconcepibile nel breve termine. 

In questo modo, dunque, quali saranno le soluzioni che il Burkina Faso troverà per risolvere la grave crisi che si trova ad affrontare?   



Per saperne di più: 

https://www.crisisgroup.org/africa/sahel/burkina-faso/287-burkina-faso-sortir-de-la-spirale-des-violences

 

Autore: Pasquale Candela; Editor: Shrabya Ghimire

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