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Giornata mondiale del rifugiato 2026: le sfide secondo l’UNHCR

Giornata mondiale del rifugiato 2026 Giornata mondiale del rifugiato 2026 © Khaled Akacha su Pexels

Con 7 rifugiati su 10 in condizione di sfollamento prolungato, l’Alto Commissario dell’UNHCR chiede soluzioni durature oltre l’emergenza.

Alla fine del 2025 si stima che 117,8 milioni di persone nel mondo siano state costrette a spostarsi a causa di conflitti, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. Di questi, 41,6 milioni sono rifugiati e altre persone sotto protezione internazionale, mentre la grande maggioranza è rappresentata da sfollati che rimangono all’interno dei confini nazionali. Dall’ultimo rapporto Global Trends dell' UNHCR, l'agenzia ONU per i rifugiati, pubblicato nel giugno 2026, si evince che nonostante un lieve calo dei numeri globali delle persone sfollate, la situazione rimane strutturalmente grave e rappresenta una sfida di lungo periodo. 

Trend globali

Nel 2025, lo sfollamento forzato è guidato soprattutto da un numero ridotto di crisi prolungate che non offrono alcuna possibilità di tornare a casa a milioni di persone. I dati ci dicono che oltre sette rifugiati su dieci e altre persone che beneficiano della protezione internazionale provenivano solo da sei paesi: Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela, dove conflitti e crisi si protraggono nel tempo.

L’anno scorso più di 5 milioni di persone sono state costrette a fuggire, prevalentemente verso paesi limitrofi, colpiti dalle stesse crisi regionali. Al momento i principali paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati sono Colombia, Germania, Turchia, Uganda, Iran, Ciad e Pakistan, a dimostrazione del fatto che la maggior parte degli sfollati rimane vicino alle regioni di origine, in particolare nei paesi del Sud globale. Un dato preoccupante è che quasi il 40% dei rifugiati è rappresentato da bambini, con gravi conseguenze su istruzione, benessere e opportunità future per i più vulnerabili.

Nel 2025, i conflitti in corso e le condizioni di insicurezza hanno intrappolato popolazioni all’interno dei confini nazionali: in Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Yemen e Afghanistan, mentre il Sudan ha registrato il più alto numeri di sfollati interni al mondo, poco più che 9 milioni di persone. Anche i disastri legati al clima sono stati un importante motore di nuovi sfollamenti globali, principalmente causati da tempeste, un fattore che aggiunge sempre più pressione a contesti già fragili.

Il rapporto specifica anche che il numero di persone apolidi nel 2025 si attesta sui 4,5 milioni: la maggior parte rappresentata dalla popolazione Rohingya.   

I rimpatri delle persone sfollate sono aumentati in modo significativo, con circa 14,7 milioni di rientri totali, inclusi 10,3 milioni di sfollati interni e 4,4 milioni di rifugiati rientrati nei paesi o nelle aree di origine. Questo è il caso soprattutto di rifugiati afghani, siriani, sudanesi e ucraini. Tuttavia, questi rimpatri avvengono spesso in condizioni altamente precarie. Molti rimpatriati affrontano gravi rischi, come violenza di genere, reclutamento forzato, estorsioni e sfruttamento, e spesso tornano in aree ancora interessate da conflitti attivi o si trasferiscono in luoghi con assistenza umanitaria limitata o assente. In molti casi non hanno accesso a servizi di base, infrastrutture e alloggi, mentre le opportunità economiche restano estremamente limitate.

Un contesto geopolitico ostile

Se si guarda al contesto geopolitico attuale, le procedure di protezione internazionale e reintegrazione stanno subendo una battuta d’arresto. La Convenzione di Ginevra del 1951 e il Global Compact sui Rifugiati non sono mai stati così sotto pressione, con paesi, come nell’Unione Europea e Stati Uniti, che hanno introdotto politiche di asilo più restrittive o limitato l’accesso alle procedure di protezione internazionale.

A ciò si aggiungono un crescente sentimento anti-rifugiati, una crisi globale di finanziamenti umanitari che colpisce oltre 122 milioni di persone sfollate e una continua pressione sui paesi del Sud globale, che ospitano circa il 75% dei rifugiati del mondo pur disponendo di risorse più limitate. Sebbene i tassi di rimpatrio siano spesso presentati come un successo, sempre più spesso avvengono in contesti in cui sia le condizioni nei paesi d’origine sia il sistema di protezione internazionale sono sotto forte stress.

Le raccomandazioni dell'UNHCR

Per affrontare queste sfide strutturali, l’Alto Commissario dell’UNHCR, Barham Salih, chiede un cambio di rotta verso soluzioni durature che vadano oltre i rimpatri e riducano nel tempo la dipendenza dall’assistenza umanitaria. Questo si allinea con la visione “50 by 35” dell'agenzia, che mira a ridurre nel prossimo decennio di oltre la metà il numero di rifugiati che si trovano in una condizione di sfollamento prolungato.

Il rimpatrio volontario resta la soluzione preferita quando è sicuro, informato e sostenibile, ma dipende dalle condizioni nei paesi d’origine. Ciò richiede investimenti in alloggi, servizi di base, mezzi di sussistenza e infrastrutture necessari a garantire una reintegrazione sostenibile.

Nei paesi ospitanti, le soluzioni richiedono un rafforzamento dell’autonomia dei rifugiati attraverso accesso al lavoro, istruzione, servizi e sistemi finanziari, insieme all’espansione di programmi di reinsediamento e percorsi complementari come visti umanitari e ricongiungimento familiare. È inoltre necessario superare risposte emergenziali virando verso approcci pluriennali che integrino le popolazioni sfollate nei sistemi nazionali, in particolare nei settori dell’istruzione, sanità, mercato del lavoro e protezione sociale.

Perseguire questi obiettivi richiede finanziamenti più prevedibili e flessibili, una maggiore condivisione delle responsabilità a livello internazionale e sistemi di raccolta dati più efficaci su rifugiati, sfollati interni e rimpatriati, per migliorare pianificazione, coordinamento e interventi nelle crisi prolungate. Da ultimo, servono investimenti internazionali e un impegno politico serio per affrontare e prevenire le cause profonde dei conflitti e dello sfollamento forzato.

 

Scritto da Rebecca Venuto

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