Violenza sessuale nei conflitti armati: i dati ONU del 2025

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati © Gojindbefs su Shutterstock

Oltre 9.300 casi verificati, donne e bambine il 95% delle vittime. Congo, Sudan e Haiti i contesti più gravi. L'impunità resta la norma

Nel 2025 i casi di violenza sessuale collegata ai conflitti armati verificati dalle Nazioni Unite sono aumentati rispetto all'anno precedente, segnati da “brutalità estrema” e rivolti in modo “schiacciante” contro donne e bambine, come si legge nel rapporto del Segretario Generale ONU S/2026/321, uscito lo scorso aprile 2026. Oltre 9.300 casi documentati in un anno in cui la sottodenuncia è diventata strutturale a fronte di un dato reale che si stima essere molto più alto. La violenza di genere è di fatto una tattica di guerra. Una distinzione che cambia tutto, sul piano giuridico, politico e umanitario.

Un fenomeno sistematico
Il primo elemento che emerge dal rapporto è la sistematicità. La violenza sessuale non accompagna i conflitti in modo casuale: viene deliberatamente usata da attori statali e non statali per terrorizzare popolazioni, punire comunità avversarie, consolidare il controllo territoriale.

Il documento elenca 77 parti, tra governi, forze armate, gruppi armati “credibilmente sospettate” di essersi macchiati di questi crimini. Oltre il 65% di questi soggetti compare nell'elenco da cinque o più anni consecutivi. È il segno più chiaro dell'impunità come funzionamento ordinario.

I paesi più colpiti

Repubblica Democratica del Congo. Con 1.534 casi verificati, il Congo registra un aumento dell'86% rispetto al 2024. Le vittime hanno un'età compresa tra 1 anno e l'età adulta. Il gruppo armato AFC/M23 è responsabile di 439 casi documentati (152 nel 2024). In cinque province, tra gennaio e settembre, i servizi umanitari hanno registrato 90.199 casi totali.

Sudan. La violenza sessuale è diventata «un elemento caratterizzante del conflitto». Nel 2025 sono documentati casi contro 275 donne, 218 bambine, 5 ragazzi e 3 uomini. Al campo di Zamzam, durante l'offensiva delle Forze di supporto rapido tra aprile e maggio, almeno 77 donne e 28 bambine sono state violentate in fuga. Le comunità Zaghawa e Fur sono state prese di mira su base etnica.

Haiti. Il caso più allarmante per crescita: 1.668 donne e 187 bambine, con un aumento del 163% rispetto al 2024. Lo stupro collettivo rappresenta il 77% dei casi. Le gang usano la violenza sessuale come strumento sistematico di controllo territoriale.

Ucraina. La missione ONU ha verificato 310 casi attribuiti a forze armate e servizi di sicurezza russi. Nel 74,8% si tratta di forme multiple di violenza sessuale simultanea; nel 62,9% di episodi ripetuti. La maggioranza delle vittime sono uomini e ragazzi in detenzione.

Myanmar. Violenza sessuale come tattica sistematica dell'esercito birmano contro minoranze etniche, detenuti politici e civili. Vittime di ogni genere ed età, incluse persone LGBTQI+.

Nigeria, Mali, Somalia. In Nigeria, 324 bambine tra 8 e 17 anni violentate da Boko Haram e ISWAP. In Mali, 22 ragazze tra 14 e 17 anni. In Somalia, 201 vittime tra donne e bambine.

Chi viene colpito

Donne e ragazze rappresentano circa il 95% delle vittime. Il rapporto dedica però attenzione crescente alle vittime maschili: uomini e ragazzi subiscono violenza sessuale prevalentemente in detenzione (stupro, mutilazioni genitali, elettroshock). Persone con disabilità, rifugiati, minoranze etniche e religiose, persone LGBTQI+ sono categorie esposte a rischio elevato in quasi tutti i contesti. In Colombia, le comunità afrolatine e indigene (il 15% della popolazione) rappresentano il 31% delle vittime registrate.

I bambini nati da stupri di guerra affrontano un doppio danno: quello immediato sulla madre e quello strutturale nel tempo, dall'assenza di riconoscimento della cittadinanza all'esclusione da istruzione e servizi sanitari.

I trend che preoccupano

Tre dinamiche emergono con forza dall'analisi.

La prima è l'uso delle tecnologie digitali come prolungamento della violenza: in Haiti, Sud Sudan e Colombia le immagini delle aggressioni vengono filmate e diffuse per ricattare o umiliare le vittime. La violenza non finisce con l'atto fisico; continua online.

La seconda è il collasso dei servizi alle sopravvissute. I tagli ai fondi umanitari nel 2025 hanno chiuso centinaia di spazi sicuri. In Somalia, 120 strutture su 200 hanno chiuso, con una riduzione del 42% dei casi riportati, non perché la violenza sia diminuita, ma perché le sopravvissute non hanno più a chi rivolgersi. In Mali, il 72% delle località del nord non dispone di alcun servizio per le vittime.

La terza è la recidività impunita: oltre il 65% dei perpetuatori elencati dall'ONU è presente nell'elenco da cinque o più anni senza conseguenze.

Cosa chiede l'ONU

Il rapporto rivolge raccomandazioni precise al Consiglio di Sicurezza, agli Stati membri e alla comunità internazionale.

Al Consiglio di Sicurezza chiede di rendere la violenza sessuale un criterio autonomo e sistematico per sanzioni individuali; di garantire accesso umanitario senza ostacoli; di mandatare il dispiegamento delle women's protection advisers, le esperte ONU specializzate, in tutte le missioni di pace.

Agli Stati chiede legislazioni nazionali che rafforzino indagini, persecuzioni e riparazioni; servizi multisettoriali alle sopravvissute (medici, psicosociali, legali); e l'esclusione esplicita dei crimini sessuali da qualsiasi accordo di amnistia.

All'intera comunità internazionale chiede finanziamenti sostenibili per il fondo ONU sulla violenza sessuale nei conflitti, e riparazioni trasformative per le sopravvissute e per i bambini nati da stupri di guerra.

 

Per saperne di più:

 Rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, S/2026/321, 21 aprile 2026.

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