Siria

1 luglio 2019

Le Forze Democratiche Siriane hanno firmato il piano d’azione delle Nazioni Unite per prevenire il reclutamento dei bambini siriani come soldati.


Lunedì primo luglio, è stato annunciato che sabato 29 giugno le Nazioni Unite (ONU) hanno firmato il Piano d’Azione per la protezione dei bambini assieme alle Forze Democratiche Siriane (FDS)

Per prevenire il reclutamento dei bambini come soldati, il Piano d’Azione è stato firmato da Virginia Gamba, Rappresentante speciale della Segreteria Generale per l’infanzia e i conflitti armati e Mazloum Abdu, comandante delle FDS.

La situazione dei bambini in Siria è una delle più disparate. Tra i vari gruppi che reclutano bambini ci sono l’Unità di Protezione Popolare (YPG), le forze del governo siriano  e l’Unità di Protezione delle donne (YPJ). L’Onu ha registrato 3.777 casi di bambini usati nel conflitto siriano dal 2013 al 2018 e ha anche riferito che ci sono stati oltre 380 casi verificati di utilizzo dei bambini dal YPG e dal YPJ nel 2013-2018. Per poter sanare la situazione, era necessario un piano e il risultato dopo mesi di impegno tra l’ONU e FDS è il Piano d’Azione nel quale FDS si impegna a terminare e a prevenire il reclutamento e l’uso di bambini sotto i 18 anni, a identificare e separare i ragazzi e le ragazze attualmente all’interno delle truppe, a prendere  misure preventive, di protezione e disciplinari per quanto riguarda l’uso dei minori.

Gamba ha sottolineato l’importanza del Piano d’Azione in quanto rappresenta una grande opportunità per le parti coinvolte nel conflitto sia per mettere fine alle violazioni contro i bambini sia per aumentare la protezione per i coinvolti nel conflitto armato. Gamba ha descritto questo risultato come “un giorno importante” per i bimbi siriani e ha sollecitato tutte le parti elencate negli allegati nella relazione annuale del Segretario Generale, in Siria e altrove, ad adottare il Piano. Ha anche chiesto loro di lavorare assieme per trovare una soluzione politica in conformità con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per ristabilire la pace nel paese.

 

Per leggere di più, visitare:

https://childrenandarmedconflict.un.org/syrian-democratic-forces-sign-action-plan-to-end-and-prevent-the-recruitment-and-use-of-children/

 https://news.un.org/en/story/2019/07/1041672

https://thedefensepost.com/2019/07/02/syria-sdf-child-soldiers-un-action-plan/

https://alliancecpha.org/en/child-protection-news/syrian-arab-republic-syrian-democratic-forces-sign-action-plan-end-and-prevent

 

Autrice: Giulia Francescon

8 luglio 2019

A seguire la presentazione del rapporto “Un Ritorno a Casa Incerto: cosa pensano i rifugiati siriani in Giordania del ritorno, della giustizia e della coesistenza”, pubblicato a maggio 2019 dal centro internazionale per la giustizia di transizione.


Il centro internazionale per la giustizia di transizione (ICTJ) ha pubblicato a maggio 2019 il rapporto di ricerca di Cilina Nasser e Zeina Jallad Charpentier intitolato “Un ritorno a casa incerto: cosa pensano i rifugiati siriani in Giordania del ritorno, della giustizia e della coesistenza”. Lo studio ha il fine di affrontare e documentare le ripercussioni del conflitto e del trasferimento forzato nei campi di accoglienza sui rifugiati siriani in Giordania. Si è voluto così migliorare la conoscenza delle esperienze individuali e collettive dei rifugiati siriani. Il rapporto è considerato come la continuazione di un progetto di ricerca pubblicato nel 2017 dal titolo “Non senza la dignità: cosa pensano i rifugiati siriani in Libano del trasferimento forzato, delle condizioni di ritorno e della coesistenza”, incentrato principalmente sulle esperienze dei rifugiati siriani provenienti da Daraa, Homs e Swayda.

I ricercatori hanno condotto delle interviste a 121 rifugiati siriani, di età compresa tra i 18 e i 75 anni. Dei 121 intervistati, 64 uomini e 57 donne, di tutte le fedi, la maggioranza ra composta da musulmani sunniti. A loro sono state rivolte una serie di domande per sapere cosa pensavano del ritorno a casa, della giustizia e della coesistenza. 

La Giordania, uno dei paesi che ospita la più grande comunità di rifugiati nel mondo secondo l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), accoglie quasi 1.5 milioni di rifugiati siriani secondo una stima del governo. Un dato questo che supera di gran lunga i 670.238 rifugiati siriani ufficialmente registrati dall’UNHCR, probabilmente dovuto all’accoglienza di molti rifugiati non registrati e all’inclusione di rifugiati che arrivarono nel Paese nel 1980 e 1990. La gran parte dei rifugiati siriani sono arrivati in Giordania tra il 2012 e il 2013 a causa degli intensi disordini politici e delle violenze in Siria. Dal febbraio 2018, l’80% dei rifugiati registrati accolti dalle comunità ospitanti giordane vive al di sotto della soglia di povertà. 

Dal rapporto emerge che, in relazione al tema del ritorno in Siria, la gran parte dei rifugiati mostra preoccupazione sulla propria incolumità e sicurezza. In particolare, i rifugiati di Daraa affermano di aver paura di subire misure governative di ritorsione, come l’arresto o la detenzione, e pensano che siano troppo elevati i danni alle abitazioni bombardate da permettere il loro ritorno in Siria. Sul tema della giustizia, i rifugiati hanno rilevato una certa sfiducia nei confronti del governo e delle organizzazioni internazionali in termini di assunzione di responsabilità per il proprio operato. Secondo quanto riportato, l’assunzione di responsabilità, il recupero e la ricostruzione delle proprietà distrutte durante il conflitto sono i veri obiettivi per ottenere giustizia. Infine, in merito alla coesistenza, il rapporto rivela una profonda disparità nelle opinioni espresse, in quanto diverse in base alla provenienza dei rifugiati. Per esempio, alcuni rifugiati sunniti di Bosra al-Sham a Daraa non vogliono più relazioni con i siriani della Shi’a in quanto sono accusati di aver istigato la violenza. Contrariamente, alcuni rifugiati di questa zona sono convinti che la coesistenza sia possibile. Allo stesso modo alcuni rifugiati di Homs hanno dichiarato che non saranno mai più in grado di coesistere con certe comunità e preferiscono stabilirsi in un altro paese. 

I risultati del presente rapporto suggeriscono che la Giordania e i paesi ospitanti non debbano forzare i rifugiati a far ritorno in Siria. La comunità internazionale e i donatori dovrebbero concedere finanziamenti per sostenere le necessità di base dei rifugiati nei paesi ospitanti. Le esigenze e i diritti dei rifugiati dovrebbero essere al centro del quadro programmatico realizzato dalla comunità internazionale e del governo siriano. La comunità internazionale non può consentire soluzioni politiche che concedono l’impunità a coloro che sono responsabili di crimini sistematici. Infine, il rapporto mette in luce la forza e la determinazione dei rifugiati siriani nel far presente le problematiche che alimentano le loro esitazioni, paure e speranze di far ritorno in Siria. Si focalizza l‘attenzione suI ruolo chiave che il governo siriano, i paesi ospitanti e la comunità internazionale hanno nell’individuare soluzioni durature per i rifugiati.  

 

La versione originale del report è disponibile qui: https://www.ictj.org/sites/default/files/ICTJ_Report_SyrianRefugees_Jordan_Final.pdf

 

Autrice: Cecilia D’Arville; Traduttrice: Simona Smacchi