Il ritiro forzato delle SAF da El Fasher – capitale del Darfur del Nord– è avvenuto dopo un assedio durato 18 mesi, innescando ulteriori e sistematiche violenze tra una popolazione civile già gravemente colpita da fame acuta, malattie e sfollamenti. A partire dal tardo 26 ottobre, le paramilitari RSF avrebbero compiuto esecuzioni sommarie – come riferito dall’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite –, stupri e detenzioni su base etnica, causando finora 2,000 morti tra i civili. Gli attacchi hanno colpito anche il Saudi Maternity Hospital della città, provocando l’uccisione di 460 persone tra pazienti e accompagnatori.
La conquista di El Fasher arriva dopo due anni di guerra civile segnata da sfollamenti di massa e dall’uccisione di 40,000 persone, dando origine a quella che IOM, UNHCR, UNICEF e WFP hanno definito la peggiore crisi umanitaria di sempre. L’ONU ha riferito di circa 26,000 persone in fuga da El Fasher negli ultimi giorni, dirette verso Tawila e le aree rurali limitrofe, mentre – secondo l’IOM – circa 177,000 civili restano intrappolati nella città, altamente esposti a minacce tra cui uccisioni, arresti arbitrari – il Darfur Network for Human Rights ha dichiarato che le RSF hanno detenuto oltre 1,000 civili – e attacchi contro gli ospedali.
La commissione di gravi atrocità da parte delle fazioni in conflitto aveva già spinto la Corte Penale Internazionale ad aprire un’indagine su presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Parallelamente, il Segretario Generale delle Nazioni Unite – António Guterres – ha definito “insostenibile” il livello di sofferenza che la popolazione civile sta vivendo in Sudan. Analogamente, l’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha condannato la motivazione etnica dietro le esecuzioni sommarie e gli stupri.




