La Realtà Nascosta Dietro le (Un)Safe Zones in Siria

Rifugiati siriani in un campo profughi Rifugiati siriani in un campo profughi Henry Ridgwell su Voice of America News

12 luglio 2024

Con la guerra civile in corso dal 2011, i rifugiati siriani vivono in un limbo senza fine e il dibattito sulle “safe zones” rimane sempre più ostico. 

La questione di possibili “safe zones” o “safe areas”  in Siria per accogliere i rifugiati siriani sembra nuovamente prendere piede tra i leader europei, con l’intento di attenuare l’emergenza migratoria nata dopo lo scoppio della guerra civile contro il governo di Bashar Al-Assad.

Questa volta ad esercitare maggiori pressioni sono il governo legittimo di Nicosia (Cipro) – che nell’ultimo decennio ha visto milioni di rifugiati giungere sull’isola – insieme al governo di Praga (Cechia), anch’esso meta di arrivo di molti siriani negli ultimi anni. I due governi hanno già attivato studi preliminari, con promesse di futuri sopralluoghi, per identificare i luoghi da adibire a nuove “safe zones”  in territorio siriano, favorendo così un «ritorno sicuro, volontario e dignitoso» dei rifugiati siriani sparsi per l’Europa e dare un luogo ove vivere ai milioni di IDPs (Internal Displaced Persons).

Nel corso degli anni, gli USA, Turchia, Libano, Arabia Saudita, Qatar ed UE  hanno già tentato, invano, di delimitare “safe areas” in Siria. 

Sebbene i progetti passati siano falliti, gli stati europei cominciano già a respingere ed espellere lungo i confini dei loro stati i gruppi di rifugiati stremati, oppure rifiutando la documentazione regolare presentata per fare domanda di ammissione come richiedenti asilo. Tuttavia, negando a tali individui le vie d’accesso e il supporto umanitario che necessitano, si rafforzano traffici di esseri umani volti a sfruttare la vulnerabilità dei rifugiati lungo la rotta migratoria via dalla Siria.  

Le tanto auspicate “safe zones” indicano delle aree temporanee designate, in accordo tra le parti in conflitto, per garantire sicurezza e protezione ai civili, assicurando che attacchi militari e la forza non vengano dispiegati. 

Ciononostante, rimane il costante interrogativo circa il successo di tali “safe zones”; d’altronde è imperativo ricordare i massacri cruenti causati dall’insuccesso e gli errori nell’istituire “safe zones” (ad esempio,  la strage di Srebrenica). 

In aggiunta, nella stessa Siria, precedenti tentativi nelle zone di occupazione turca adibite a “safe-zones” hanno condotto a violazione dei diritti umani e negazione di aiuti umanitari. 

 Infine, lo scetticismo verso questo riemergere di intraprendenza europea nel creare “safe zones” in Siria è smorzato dall’Alto Commissario per i Rifugiati. Quest’ultimo, come in passato, continua a sottolineare come soprattutto l’ostilità del regime di Assad, la presenza di cellule terroristiche dell’ISIS, e la mancanza di uniformità da parte dei grandi attori coinvolti nella proxy war siriana non permettano di identificare le condizioni basilari volte a istituire aree che siano de facto “safe zones”.

 

Per saperne di più:

 

di Francesca Sabia

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