Crescita record dell’industria militare: quali implicazioni?

carro armato in una strada di Bucha, Ucraina carro armato in una strada di Bucha, Ucraina © Sonia Dauer su Unsplash

Secondo il rapporto SIPRI, il business delle armi continua a crescere, toccando la cifra record di quasi 700 miliardi nel 2024.

L’ultimo rapporto SIPRI (Istituto per la ricerca sulla Pace di Stoccolma) di dicembre ci restituisce la fotografia di un’industria delle armi sempre più florida, con un fatturato complessivo di 679 miliardi di dollari nel 2024, l’aumento più alto mai registrato da qui a vent’anni. Un record che non accenna a fermarsi, registrando un aumento del 26% rispetto al decennio scorso 2015-2024.

 

I dati del rapporto provengono dal Database dell’Industria delle Armi del SIPRI e prendono come riferimento l’anno 2024, analizzando i ricavi derivanti da beni e servizi militari di 100 delle maggiori aziende mondiali di armamenti secondo la classifica SIPRI Top 100. Redatto da un team di sei ricercatori dell’istituto, il rapporto utilizza come fonti bilanci aziendali pubblici, relazioni annuali e documenti finanziari, integrando stime nel caso in cui le informazioni risultassero incomplete o non disponibili. Salvo diversa indicazione, i valori di ricavo dell’industria bellica sono espressi in dollari statunitensi costanti e le percentuali in termini reali, per facilitare un confronto più agevole tra gli anni. 

 

I trend a livello regionale

 

Dal rapporto SIPRI emerge come l’aumento delle spese militari nel 2024 rappresenti una tendenza globale e trasversale, in continuità con gli anni precedenti. Tale dinamica riflette un contesto geopolitico sempre più piegato alla logica della forza e del profitto in cui multilateralismo e sforzi diplomatici per la risoluzione di conflitti fanno sempre più fatica a trovare spazio.

 

Gli Stati Uniti mantengono una posizione largamente predominante, con ricavi pari a 334 miliardi di dollari. Tuttavia, nonostante la crescita del 3,8% emergono criticità rilevanti: secondo il rapporto, i principali programmi militari continuano a registrare ritardi e sforamenti di bilancio, che portano ad assorbire risorse pubbliche e complicare la pianificazione strategica di lungo periodo.

 

In Europa l’aumento è ancora più evidente. Il fatturato complessivo si aggira attorno i 151 miliardi di dollari (+13%), spinto in particolare dal forte incremento dell’industria tedesca, che in un solo anno cresce del 36%. Anche l’Italia rafforza la propria presenza nella top 100, con due aziende, la Leonardo e Fincantieri, che superano complessivamente i 16,8 miliardi di dollari di ricavi.

 

La Russia registra una crescita del 23%, raggiungendo 31,2 miliardi di dollari, sostenuta da una forte domanda interna. Tuttavia la sua industria bellica risente del peso delle sanzioni europee e di difficoltà strutturali, compromettendone la tenuta nel medio-lungo termine.

 

Nel continente asiatico il quadro è più diversificato: la Cina arretra del 10% a causa di scandali di corruzione che hanno bloccato o ritardato appalti e programmi militari, mentre il Giappone e Corea del Sud mostrano una forte espansione, favorita dalle esportazioni e da ordini provenienti dall’Europa.

 

Nel Medio Oriente, l’ingresso di nove aziende nella classifica riflette l’intensificarsi dei conflitti regionali. Le imprese israeliane registrano un aumento del 16%, trainato dalle operazioni militari in corso a Gaza e dalla forte domanda internazionale di tecnologie avanzate, in particolare nel campo dei droni.

 

A questi andamenti si aggiunge un fattore critico trasversale: l’inasprimento delle restrizioni sulle materie prime strategiche rischia di creare gravi colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento, proprio mentre cresce la domanda globale di armamenti. Secondo gli analisti SIPRI, gli effetti sono già visibili, con forti aumenti dei prezzi e con il rischio di ulteriori ritardi produttivi e incrementi dei costi.

 

L’impatto per i civili e la sicurezza globale

 

I numeri da record del business di armi segnalano un cambiamento di paradigma della sicurezza globale. Di fronte all’attuale competizione geopolitica, molti governi vedono la militarizzazione dell'economia come la risposta più immediata per tutelare i propri interessi strategici e la propria difesa territoriale.

Tuttavia, più armi non sono una garanzia di maggiore sicurezza, soprattutto se quest’ultima viene intesa come sicurezza umana: ovvero come protezione delle libertà fondamentali e accesso a cibo, salute, ad un’ambiente sicuro e condizioni economiche dignitose. Al contrario, l’espansione degli investimenti in armamenti tende a sottrarre risorse a settori centrali per il benessere delle popolazioni e per lo sviluppo sostenibile, aumentando condizioni di insicurezza e escalation di conflitti.

Come osserva Luca Baccelli, professore di filosofia del diritto all’Università di Camerino, la corsa al riarmo da parte degli stati intensificatasi soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina rappresenta una vera e propria “regressione culturale”. Questo perché riflette una visione delle relazioni internazionali fondata prevalentemente su logiche militari e di contrapposizione armata, che finisce per legittimare e normalizzare la violenza come strumento ordinario - se non esclusivo - di gestione dei conflitti.

Non mancano appelli critici da parte della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) che esorta gli stati e in particolare l’Unione europea a rifuggire dalla logica del conflitto e della guerra e a riprendere la strada del dialogo, del compromesso e della pace, un percorso possibile e già intrapreso nel secondo dopoguerra proprio con la nascita del progetto europeista.

Questa logica di militarizzazione rischia di alimentare l’innescarsi e l’intensificazione di conflitti che a loro volta generano emergenze umanitarie sempre più gravi, con distruzione di infrastrutture, sfollamenti forzati e perdite di vite civili. Nel 2025, il numero di conflitti armati nel mondo ha raggiunto il livello più alto dalla Seconda guerra mondiale, con quasi 60 conflitti attivi e un aumento significativo delle vittime e degli sfollati.

In un contesto globale già segnato da fragilità strutturali, come instabilità economica, crisi climatica, insicurezza energetica e crescenti disuguaglianze sociali, questa corsa al riarmo rischia di essere una miccia esplosiva per l’attuale sistema internazionale. Urgente sarebbe pertanto un’inversione di rotta guidata da una governance globale più solida e da una leadership politica capace di orientare le risorse verso la prevenzione e la risoluzione dei conflitti, il rafforzamento degli indici di sviluppo umano e il disarmo umanitario: un percorso che richiederebbe visione lungimirante e coraggio a livello politico, purtroppo carenti o largamente assenti nello scenario attuale.

 

Per saperne di più:

  • https://www.sipri.org/sites/default/files/2025-11/fs_2512_top_100_2024.pdf

 

di Rebecca Venuto

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