Il 28 ottobre 2024 il Sud Sudan ha dichiarato il colera un’emergenza nazionale. L’epidemia, la peggiore dalla sua indipendenza nel 2011, ha spinto il Ministero della Salute ad adottare una serie di misure in stretta collaborazione con i principali partner internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF.
A un anno di distanza, nonostante alcuni risultati positivi e una diminuzione dei casi settimanali segnalati, gli esperti si interrogano sul motivo per cui l’infezione si sia rivelata così difficile da contenere.
Ilse De Boer, vice coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere (MSF) in Sud Sudan, monitora la diffusione della malattia da oltre un anno. In un editoriale pubblicato sul sito dell’organizzazione, sottolinea come le cause dell’epidemia vadano ricercate nelle fragilità strutturali che affliggono il Paese.
Un anno di crisi
Ad oggi, in tutto il Paese sono stati segnalati circa 95.000 casi sospetti e oltre 1.500 decessi.
Nel momento di massima criticità, a dicembre 2024, venivano registrati in media 1.000 nuovi casi a settimana. L’epidemia si è diffusa in 55 contee, coinvolgendo nove Stati.
La rapida risposta messa in atto dal Governo ha contribuito a ridurre drasticamente i numeri: mobilitazione di squadre di risposta rapida, distribuzione di forniture mediche e coordinamento a tutti i livelli per massimizzare l’efficacia degli interventi. In qualità di vice coordinatrice medica di MSF, Ilse De Boer ha guidato la risposta dell’organizzazione all’epidemia, gestendo la creazione di unità e centri di trattamento del colera per garantire cure tempestive ai pazienti. Nel giro di pochi mesi, l’intervento di MSF si è rapidamente esteso nello Stato dell’Alto Nilo, nello Stato di Unity e a Giuba, la capitale del Paese, assistendo oltre 35.000 persone. Il dottor Humphrey Karamagi, rappresentante dell’OMS per il Sud Sudan, ha dichiarato che, entro settembre 2025, i casi erano scesi a meno di 200 a settimana. Sottolineando il suo ottimismo, ha affermato che il tasso di guarigione dei pazienti affetti da colera aveva raggiunto un promettente 98%. Secondo Karamagi, l’attenzione dovrebbe ora concentrarsi sull’attuazione di interventi sanitari di lungo periodo, volti a rafforzare le deboli infrastrutture igienico-sanitarie del Paese e a potenziare le capacità di prevenzione, sorveglianza e risposta.
Il sintomo di fragilità più profonde
Nonostante i risultati incoraggianti, alcuni esperti mettono in guardia contro un eccessivo ottimismo. Secondo De Boer, il vero problema non risiede nel trattamento medico del colera – su cui non esistono divergenze, poiché le procedure sono ormai consolidate – ma nella difficoltà di comprendere perché i tentativi di contenimento continuino a fallire. Sostiene che le cause siano più profonde e che l’epidemia di colera rappresenti solo l’ultimo sintomo di tali vulnerabilità: anni di conflitti e violenze, negligenza sistemica e un sistema sanitario sottofinanziato che indebolisce ulteriormente capacità di risposta già fragili.
In primo luogo, con meno del due per cento del bilancio statale destinato alle infrastrutture sanitarie, il Paese rimane fortemente dipendente dagli aiuti esterni. I recenti tagli ai finanziamenti internazionali, come il ritiro del sostegno da parte dell’USAID, hanno portato alla chiusura di numerose strutture sanitarie, compromettendo i programmi esistenti. A Bentiu, capoluogo dello Stato di Unity, ad esempio, la riduzione dei fondi destinati ai servizi idrici e igienico-sanitari ha lasciato la popolazione senza accesso ai servizi di base.
In secondo luogo, l’arrivo di migliaia di persone in fuga dal vicino Sudan ha aumentato la pressione su un sistema di assistenza già provato. Dallo scoppio della guerra civile tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido nell’aprile 2023, oltre un milione di rifugiati ha attraversato il confine con il Sud Sudan, pari a quasi il 10% della popolazione nazionale. Il massiccio afflusso ha portato al sovraffollamento dei campi di transito, come quelli di Renk, che in alcuni casi hanno ospitato più del triplo della loro capacità. L’accesso limitato ad acqua e servizi igienici, unito all’esclusione dei nuovi arrivati da servizi essenziali come i programmi di vaccinazione, ha aumentato il rischio di contrarre e diffondere la malattia. La situazione precaria ha inoltre causato un aumento di altre malattie trasmesse per via idrica, come l’epatite E, che rappresenta un grave pericolo per la salute, soprattutto per le donne in gravidanza.
In terzo luogo, la violenza persistente, l’insicurezza e i numerosi attacchi contro le strutture sanitarie continuano ad alimentare l’instabilità. Dall’inizio del 2025, le strutture di MSF sono state prese di mira in oltre otto attacchi diretti. Uno degli episodi più gravi si è verificato nel marzo 2025, quando gli scontri vicino a un ospedale a Ulang hanno portato alla chiusura della struttura. Decine di persone, tra cui trenta pazienti in cura per il colera, sono state costrette a fuggire, con il rischio di diffondere la malattia nelle comunità vicine. Un secondo ospedale, a Old Fangak nello Stato di Jonglei, è stato chiuso, mentre numerose altre strutture hanno dovuto sospendere o ridurre le proprie attività.
Raccomandazioni per una risposta multisettoriale
Evidenziando la complessità della situazione, De Boer avverte il governo locale e la comunità internazionale della necessità di una risposta unitaria e multisettoriale alla crisi del Sud Sudan. Le misure adottate finora, pur essendo necessarie per affrontare le conseguenze più urgenti dell’emergenza, restano parziali e insufficienti e difficilmente impediranno un nuovo focolaio.
È necessario destinare finanziamenti adeguati al rafforzamento delle capacità di preparazione e risposta alle emergenze. De Boer invita tutti gli attori coinvolti ad assumersi la responsabilità di garantire la continuità dei servizi, così da portare l’assistenza necessaria alle persone più a rischio. Come già sottolineato, con solo una minima parte dei finanziamenti coperta dal governo sudsudanese e un’elevata dipendenza dai fondi esterni, un rinnovato sostegno umanitario sarà fondamentale per ricostruire la resilienza delle comunità locali. È indispensabile garantire una gestione più efficace delle risorse limitate attualmente a disposizione delle comunità, lavorando al contempo per colmare le lacune lasciate dai più recenti tagli ai finanziamenti.
Questi cambiamenti strutturali sono fondamentali per prevenire il riemergere di nuove epidemie e affrontare le cause profonde della fragilità del Paese

