Perché continuare a parlare di disarmo umanitario, oggi

Settimana ONU per il Disarmo - Ottobre 2026 Settimana ONU per il Disarmo - Ottobre 2026 © Niklas Jeromin su Pexels

Con la spesa militare globale in crescita e la protezione dei civili a rischio, è urgente rinnovare l’impegno a favore del disarmo umanitario.

Che cos’è il disarmo umanitario?

Il disarmo umanitario è un approccio che pone la prevenzione e riduzione della sofferenza umana e dei danni ambientali al centro del dibattito sul controllo degli armamenti. Il suo obiettivo è promuovere una migliore regolamentazione, fino alla messa al bando delle armi indiscriminate, ovvero di quelle che, per loro natura o per il modo in cui vengono impiegate, non sono in grado di distinguere tra target civili e militari. Tra queste rientrano le mine antiuomo, le munizioni a grappolo, l’uso di armi esplosive in aree densamente popolate, i droni armati e i cosiddetti «robot killer». Oltre a vietare specifiche categorie di armi, il disarmo umanitario mira anche a controllare il commercio di armi convenzionali, a obbligare gli Stati a eliminare gli arsenali e a garantire l’assistenza alle vittime e la bonifica dei terreni contaminati. Si tratta dunque di un approccio che mette al centro la sofferenza delle persone causata dalle armi, più che gli interessi di sicurezza nazionale.  

Raccogliendo l’eredità di una lunga tradizione di movimenti per la pace, il disarmo umanitario è nato e cresciuto grazie all’azione collettiva di attivisti e della società civile, in sinergia con gli Stati, le agenzie delle Nazioni Unite e il Comitato internazionale della Croce Rossa. Questi sforzi congiunti hanno prodotto risultati storici: la messa al bando delle mine antiuomo e delle munizioni a grappolo, il Trattato sul commercio delle armi e il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, oltre a due premi Nobel per la pace, assegnati alla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo nel 1997 e alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari nel 2017.

Qual è la posta in gioco?

La protezione dei civili è prioritaria nel disarmo umanitario, eppure oggi è messa a dura prova. Livelli elevati di conflitti e violenza sono ormai diventati una nuova normalità: con quasi 60 conflitti armati in corso nel mondo, prospettive sempre più deboli per la costruzione della pace e sistemi umanitari sotto pressione, sono i civili a pagarne il prezzo più alto.

Nel 2025 oltre 37.000 civili sono stati uccisi in 20 conflitti armati. Missili, bombe e altre armi esplosive impiegati nelle città e nelle aree densamente popolate hanno continuato a causare gravi danni alla popolazione civile. Cifre allarmanti di vittime civili a causa dell’utilizzo di armi esplosive si registrano nella Repubblica Democratica del Congo, in Libano, Myanmar, Nigeria, Sudan, Ucraina, Yemen e nei Territori palestinesi occupati. Il danno ai civili non si limita però a morti e feriti. Ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, reti elettriche e reti di telecomunicazione vengono ripetutamente colpiti negli attacchi armati o danneggiati durante le ostilità. Ciò interrompe servizi essenziali, con effetti negativi a cascata e di lungo periodo per la popolazione.

Allo stesso tempo, in questi ultimi anni il rischio di un conflitto nucleare è tornato a crescere, mentre l’utilizzo massiccio di droni e lo sviluppo rapido di armi autonome letali sollevano ulteriori preoccupazioni per la protezione dei civili e per la regolamentazione delle tecnologie belliche emergenti.

Una corsa agli armamenti a scapito dello sviluppo sostenibile e della pace

L’aumento della spesa militare, l’acuirsi delle rivalità geopolitiche e le ripetute violazioni del diritto internazionale mettono a dura prova gli sforzi di disarmo umanitario. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto i 2.800 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato. A giugno dello stesso anno quasi tutti gli Stati membri della NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, il che lascia prevedere un ulteriore aumento della spesa militare nei prossimi anni. Nel frattempo, i Paesi donatori del DAC, il Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’OCSE, hanno drasticamente tagliato i fondi destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo, proprio mentre il sistema umanitario è sotto pressione e l’attuazione dell’Agenda 2030 procede a rilento.

Questo quadro è stato ripreso con forza a ottobre, all’apertura dei lavori della Prima Commissione (Disarmo e Sicurezza Internazionale) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il messaggio di diverse delegazioni dei paesi del Sud Globale è stato inequivocabile: l’aumento della spesa militare avviene a scapito dello sviluppo sostenibile, perché sottrae risorse essenziali a cibo, istruzione, resilienza climatica, stabilità economica, riduzione della povertà e costruzione della pace.

Come evidenziato anche in un rapporto del Segretario generale dell’ONU del 2025, la cronica carenza di investimenti in questi ambiti compromette le condizioni per uno sviluppo sostenibile di lungo periodo e aggrava le vulnerabilità esistenti, contribuendo a crisi umanitarie e conflitti prolungati, in particolare nei paesi a basso reddito e nei contesti più fragili. L’instabilità e le tensioni che ne derivano vengono a loro volta usate dagli stati come giustificazione politica per aumentare la spesa militare, alimentando il circolo vizioso di azione e reazione proprio del riarmo.

Ripartire dal disarmo umanitario

Questi sviluppi confermano la necessità di rimettere il disarmo umanitario al centro dell’architettura globale della pace, soprattutto in tempi di crescente insicurezza e sfiducia tra gli Stati. Negli anni questo approccio ha saputo ottenere risultati importanti grazie alla cooperazione internazionale e allo sviluppo di norme condivise. Ha offerto strumenti e quadri normativi preziosi per la protezione dei civili, promuovendo al tempo stesso una concezione più ampia della sicurezza, che non si misura solo in spesa e capacità militari, ma che guarda ai bisogni delle persone e alle condizioni per una pace duratura. 

Preservare e consolidare questi risultati richiede un impegno continuo da parte degli Stati a difendere le norme esistenti, mantenere l’aspetto umanitario al centro delle discussioni su disarmo, non proliferazione e controllo degli armamenti, investire risorse adeguate, rafforzare la cooperazione multilaterale e, soprattutto, dimostrare la volontà politica di trasformare gli impegni in azioni concrete. 

 

Di Rebecca Venuto

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