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USA-Israele in Iran: report di Amnesty International sul raid a Minab

Bandiera dell’Iran a terra sotto delle macerie Bandiera dell’Iran a terra sotto delle macerie © Javad Esmaeili su Unsplash

L'uso di intelligence obsoleta nel raid USA-Israele contro una scuola in Iran causa 156 vittime. Amnesty chiede l'accertamento delle responsabilità

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato un'operazione militare congiunta sul territorio dell’Iran. Il report investigativo di Amnesty International si concentra in modo specifico sul raid aereo che ha colpito la scuola elementare Shajareh Tayyebeh, situata a Minab nella provincia di Hormozgan; questo attacco ha innescato un'escalation delle ostilità nella regione ed è stato fermamente condannato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite e dall’Alto Commissario per i Diritti Umani. La ricostruzione dei fatti, supportata da filmati e rilievi satellitari, colloca l’attacco nel corso della mattinata, con un bilancio di 156 vittime civili, tra cui insegnanti, genitori e almeno 120 bambini. L’edificio era situato a ridosso di una base del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), e le prove indicano che gli USA abbiano agito sulla base di informazioni d’intelligence obsolete, venendo meno all’obbligo di distinguere gli obiettivi militari da quelli civili e violando di conseguenza il diritto internazionale umanitario (DIU). Erika Guevara-Rosas, Direttrice Senior di Amnesty, dichiara che le possibilità sono due: o le autorità statunitensi hanno mostrato un'ampia negligenza nella raccolta di intelligence, oppure hanno scelto consapevolmente di colpire un obiettivo civile senza adottare le necessarie precauzioni, come ad esempio eseguire il raid di notte a struttura vuota. All’indomani dell’attacco, indagini indipendenti e testate giornalistiche sono riuscite a verificare che la struttura in cui si trovava la scuola era stata separata dal complesso militare almeno dal 2016, sottolineando che le forze USA avrebbero dovuto essere in grado di verificare facilmente questa informazione prima di eseguire il raid. Per questo motivo, Amnesty International ha fermamente richiesto l’esecuzione di un'indagine imparziale e indipendente e il perseguimento penale di tutti i responsabili.

Per indagare su questo incidente, Amnesty International ha combinato l’analisi forense con tecniche di Open Source Intelligence (OSINT). Attraverso l’Evidence Lab, l’organizzazione ha esaminato oltre 30 immagini satellitari, 28 video e 30 fotografie della scuola e del complesso militare nell’arco di un decennio; questo materiale ha permesso di mappare con precisione l’evoluzione dell’area negli anni. Nello specifico, i dati satellitari confermano che, almeno dal 2016, l’edificio in cui si trovava la scuola era separato dalla base dell’IRGC tramite recinzioni e ingressi autonomi e, tra il 2023 e il 2025, i satelliti hanno documentato l’operatività della struttura, riprendendo disegni nel cortile e la presenza di civili all’uscita. Nonostante non sia stata in grado di contattare direttamente i testimoni e i sopravvissuti per via del blackout di internet imposto dal governo iraniano, Amnesty International ha analizzato i comunicati ufficiali delle parti con i report dei media indipendenti e le testimonianze secondarie di individui presenti sul posto. Tra queste ultime spiccano i racconti di Sohrab (nome di fantasia per motivi di sicurezza) e di Shiva Amelirad, rappresentante dell’Associazione Sindacale degli insegnanti iraniani: entrambi hanno riportato che, nel momento in cui la maggior parte delle famiglie ha raggiunto il luogo, la scuola era già stata colpita.

Secondo le indagini di Amnesty International, la struttura si trovava nei sobborghi di Minab, a 74 metri da un insediamento della Brigata Missilistica Sayyid al-Shohada, unità della Marina dell’IRGC preposta alla difesa costiera nel sud del Paese. L’edificio colpito, insieme ad altri 12, era stato riconvertito da anni in un plesso scolastico destinato ai figli del personale dell’IRGC e ad alcune famiglie indigenti della zona. Fonti ufficiali iraniane confermano che l’impatto si è verificato alle 10:45 del mattino e che la scuola è stata colpita direttamente, e non come danno collaterale causato da schegge di missili lanciati contro gli altri edifici del complesso. Nei giorni seguenti all’attacco, video pubblicati dal media di Stato Mehr News Agency, successivamente verificati da Amnesty International, mostrano l’impatto del missile e confermano le conclusioni del medico legale consultato dall’organizzazione, che ha identificato sui resti dei bambini i segni inequivocabili di traumi da esplosione. Il 2 marzo 2026, durante una conferenza stampa al Pentagono, il Capo dello Stato Maggiore americano Dan Caine ha confermato l’impiego di missili Tomahawk nel sud dell’Iran, indicando sulla mappa le località colpite, tra cui Minab. Dal punto di vista giuridico, Amnesty International sottolinea che, anche se le autorità statunitensi credevano che l’edificio facesse ancora parte del complesso militare, questo non attenua le loro responsabilità, in quanto la mancata verifica dello status civile dell’edificio e il ricorso a intelligence obsolete violano l’obbligo fondamentale di adottare tutte le precauzioni possibili. Per questo motivo, come evidenziato anche dall’articolo dell’International Crisis Group, gli USA non possono invocare la legittima difesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU, poiché una generica necessità militare non può mai prevalere legalmente sugli obblighi fondamentali previsti dal diritto internazionale umanitario. Inoltre, queste carenze da parte delle autorità statunitensi sono state analizzate dalla Missione d’Inchiesta Indipendente dell’ONU, la quale ha stabilito che l’attacco costituisce una violazione del DIU dovuta alla mancata verifica di informazioni di intelligence attuali e al mancato aggiornamento dei database per la selezione degli obiettivi.

Alla luce di questi elementi, Amnesty International sollecita un'indagine trasparente che passi al vaglio l’intera catena di comando e le tecniche di raccolta di intelligence, compreso il possibile ruolo che i sistemi di intelligenza artificiale hanno avuto nell’operazione, garantendo alle vittime e ai loro familiari giustizia e adeguati risarcimenti. Conseguentemente al raid, l’ONU ha convocato una seduta d’emergenza, durante la quale la delegazione statunitense e quella israeliana hanno rivendicato l’operazione come un atto di stretta necessità, mentre l’Iran ha denunciato l’aggressione come premeditata e priva di provocazione. Queste due visioni contrastanti si riflettono nelle divisioni del Consiglio sul tema, amplificate dal diritto di veto che la delegazione USA esercita su ogni risoluzione contraria ai propri interessi. Questa tensione all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stata rimarcata anche da Richard Gowan nella sua analisi per l’International Crisis Group, evidenziando come la maggior parte dei membri del Consiglio abbia evitato di criticare direttamente l’operazione contro l’Iran, rendendo evidente la posizione geopolitica dei singoli Stati membri. A questo quadro si aggiunge la denuncia di Amnesty International nei confronti del governo iraniano, che ha strumentalizzato questa strage a fini propagandistici attraverso l’uso di intimidazioni e coercizioni nei confronti dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti. Queste tattiche estreme, denuncia l’organizzazione, potrebbero rappresentare una violazione delle norme del DIU contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. In conclusione, lasciare impuniti questi fallimenti operativi e queste strumentalizzazioni politiche rischia di creare un precedente pericoloso per la tutela del diritto internazionale nei conflitti moderni.

 

Di Federica Santini

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