Il 2 marzo gli scontri tra forze pakistane e afghane sono entrati nel quinto giorno consecutivo, segnando il più intenso scontro diretto tra i due Paesi degli ultimi anni. Bombardamenti aerei, scambi di artiglieria e assalti terrestri lungo i 2.600 chilometri di confine stanno alimentando l’instabilità in una regione già attraversata da tensioni geopolitiche più ampie.
Le ostilità sono iniziate dopo che raid aerei pakistani hanno colpito presunte postazioni militanti in Afghanistan, scatenando attacchi di ritorsione da parte delle autorità talebane. I combattimenti si sono diffusi in numerose province, tra cui Kandahar, Nangarhar e Paktika in Afghanistan, e Balochistan e Khyber Pakhtunkhwa in Pakistan. Funzionari pakistani hanno definito la situazione una “guerra aperta”, sottolineando la gravità della crisi.
Entrambe le parti dichiarano di aver inflitto pesanti perdite all’avversario. Secondo la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), almeno 42 civili sono stati uccisi e 104 feriti dai bombardamenti e degli scambi di fuoco transfrontalieri. Tuttavia, i dati sulle perdite forniti dai due governi divergono significativamente e non possono essere verificati in modo indipendente a causa dell’accesso limitato alle aree di confine.
Nel frattempo, le conseguenze umanitarie diventano sempre più gravi e gli sfollamenti accelerano. Si stima che 16.400 famiglie abbiano abbandonato le proprie case nei distretti più colpiti in Afghanistan, cercando rifugio dai raid aerei e dal fuoco di artiglieria. Le restrizioni alla circolazione lungo il confine hanno ulteriormente ridotto l’accesso degli aiuti umanitari, limitando la capacità delle organizzazioni di fornire cibo, medicinali e ripari. In un Paese già caratterizzato da fragilità strutturali, anche interruzioni temporanee nell’assistenza possono avere conseguenze potenzialmente letali.
Il rinnovo degli scontri aggrava vulnerabilità già presenti. L’Afghanistan sta ancora cercando di riprendersi dai terremoti che, lo scorso agosto e settembre, hanno causato più di 1.400 morti. Infrastrutture danneggiate, sistemi sanitari fragili e povertà diffusa hanno lasciato le comunità con risorse limitate per fronteggiare la crisi. L’escalation rischia di compromettere gli sforzi di ricostruzione, interrompere mercati e rotte commerciali e peggiorare l’insicurezza alimentare nelle regioni di confine.
Al centro della crisi vi sono tensioni di lunga data legate alla militanza. Il Pakistan accusa Kabul di fornire rifugio a militanti del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), ritenuti responsabili di un aumento degli attacchi all’interno del territorio pakistano. Le autorità afghane negano di offrire protezione a gruppi armati e ribadiscono che il loro territorio non sarà mai utilizzato contro Stati vicini. Il fallimento del precedente cessate il fuoco, mediato a ottobre da Qatar e Turchia, ha ridotto lo spazio diplomatico e aumentato il rischio di ulteriori escalation.
Per i civili su entrambe le sponde del confine, l’insicurezza è diventata una realtà immediata e diffusa. Bombardamenti, paura dei raid aerei e militarizzazione dei distretti di frontiera hanno interrotto scuole, servizi sanitari e mezzi di sussistenza locali, aumentando la probabilità che spostamenti temporanei si trasformino in una crisi umanitaria prolungata. Senza una de-escalation urgente e un rinnovato impegno diplomatico, il conflitto rischia di consolidare cicli di violenza in cui la protezione dei civili resta drammaticamente insufficiente.



