Nuove atrocità contro i civili in Darfur, l’allarme della CPI

Rappresentazione bandiera del Sudan Rappresentazione bandiera del Sudan David Peterson su Pixabay

19 gennaio 2026 - 

La Corte penale internazionale documenta crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Sudan dalle Forze di Supporto Rapido.

Lunedì 19 gennaio, la Vice Procuratrice della Corte penale internazionale (CPI), Nazhat Shameem Khan, ha aggiornato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’evolversi della situazione in Darfur, avvertendo come negli ultimi sei mesi le condizioni siano di gran lunga peggiorate. Presentando il quarantaduesimo rapporto della CPI ai sensi della risoluzione 1593 (2005), Khan ha denunciato che la popolazione civile è sottoposta a una vera e propria “tortura collettiva”, che comprende stupri, detenzioni arbitrarie, esecuzioni e fosse comuni, nel contesto di un conflitto sempre più intenso tra le forze militari rivali del Sudan.

La guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), scoppiata nell’aprile 2023, ha dato origine alla più grave crisi umanitaria e di sfollamento al mondo. Dopo quasi tre anni di conflitto, circa 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e 21 milioni versano in condizioni di grave insicurezza alimentare, mentre migliaia di civili sono stati uccisi o feriti. La regione più colpita è il Darfur, nel sud-ovest del Sudan, da decenni segnato da violenze e sfollamenti legati a profonde tensioni etniche che nei primi anni Duemila diedero luogo a gravi crimini internazionali e ad accuse di genocidio.

L’Ufficio del Procuratore della CPI ha intensificato il lavoro investigativo sulle violazioni in corso del diritto internazionale umanitario nella regione, giungendo alla conclusione che esistono elementi probatori secondo cui le RSF hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità ad El Fasher, in particolare dopo il prolungato assedio della città nell’ottobre 2025. Tali conclusioni sono supportate da prove video, audio e immagini satellitari che documentano uccisioni di massa e tentativi di occultarne le tracce attraverso la creazione di fosse comuni. Khan ha inoltre precisato che “schemi di violenza analoghi, inclusi detenzione, maltrattamenti e uccisioni di persone appartenenti a gruppi non arabi”, sono stati riscontrati anche in altre aree del Darfur, come ad El Geneina, dove nel 2023 combattenti delle RSF e milizie alleate hanno perpetrato massacri contro la comunità Masalit, episodi attualmente oggetto di indagine da parte della Corte.

Dal rapporto emerge con chiarezza anche l’uso sistematico della violenza sessuale e di genere come strumento di guerra, con donne, ragazze e bambini presi deliberatamente di mira. In Sudan i gruppi armati hanno ricorso al terrore, intimidazioni e violenza sessuale per esercitare il controllo sulle popolazioni civili, limitando al contempo l’accesso agli aiuti umanitari e ai servizi di assistenza per le vittime. Queste violenze e privazioni hanno aggravato le sofferenze dei sopravvissuti e alimentato un diffuso clima di insicurezza. La Vice Procuratrice ha ribadito la necessità di porre i crimini di genere al centro delle indagini della CPI, sottolineando l’importanza di approcci sensibili al genere e incentrati sulle vittime, che consentano ai sopravvissuti di testimoniare in condizioni di sicurezza e dignità, affinché le loro esperienze e richieste siano adeguatamente rappresentate nei percorsi di giustizia.

Pur concentrandosi in larga parte sugli abusi commessi dalle RSF, Khan ha chiarito che la CPI sta esaminando anche presunti crimini attribuibili alle Forze Armate Sudanesi, anch’esse vincolate dal diritto internazionale alla protezione dei civili. Con riferimento ai crimini del passato, in particolare agli attacchi diffusi e sistematici contro la popolazione civile avvenuti tra il 2003 e il 2004 nel Darfur occidentale, ha ricordato che la condanna di Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, noto come Ali Kushayb, ex leader delle milizie janjaweed, ha rappresentato un passo importante nella lotta contro l’impunità. Tuttavia, ha avvertito che l’entità dei crimini attualmente in corso rischia di offuscare i progressi verso la giustizia per le vittime del Darfur, a meno che le autorità sudanesi non cooperino pienamente con la Corte; ad esempio assicurando alla giustizia sospetti di alto livello, tra cui l’ex presidente Omar al-Bashir e altri ex ministri, per i crimini commessi a partire dal 2003.

La prossima fase del lavoro dell’Ufficio del Procuratore della CPI si concentrerà sullo stabilire il nesso probatorio e la responsabilità penale individuale dei crimini contestati a El Fasher e in altre zone del Darfur. In tal senso, la Vice Procuratrice ha sollecitato un rinnovato impegno sia da parte degli Stati aderenti sia di quelli non aderenti allo Statuto di Roma, invitando la comunità internazionale a continuare a sostenere le indagini in corso della CPI e l’istituzione nel suo complesso.

 

 

di Rebecca Venuto

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