Civili a rischio nei conflitti digitali

Ragazzo che programma con il pc al buio Ragazzo che programma con il pc al buio © Jefferson Santos su Unsplash

Questo articolo offre una breve presentazione del rapporto “IHL and the Growing Involvement of Civilians in Cyber Operations and Other Digital Activities During Armed Conflict”.

Il rapporto è il risultato di un lavoro congiunto nell’ambito della Joint Initiative on the Digitalization of Armed Conflict, guidata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa e dalla Geneva Academy of International Humanitarian Law and Human Rights. La metodologia utilizzata combina un’analisi giuridica rigorosa, con studi di casi tratti da conflitti contemporanei e contributi di accademici, esperti governativi e professionisti del settore. Al centro dello studio vi è la necessità di comprendere come il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) si applichi alle attività digitali svolte dai civili, che si tratti di individui, gruppi di hacker organizzati o aziende private del settore tecnologico. Gli autori mirano a identificare i rischi emergenti per i civili, chiarire le responsabilità degli Stati e degli attori non statali e definire le condizioni in cui il coinvolgimento civile in operazioni informatiche può comportare la perdita della protezione contro gli attacchi armati. L’iniziativa intende inoltre rafforzare una comprensione condivisa di come le norme esistenti si applicano all’attuale ambiente tecnologico-digitale, individuare eventuali lacune giuridiche e segnalare le aree che necessitano di un ulteriore approfondimento e sviluppo normativo.

Cosa accade quando chiunque, con un semplice smartphone, può influenzare un campo di battaglia? Quando un adolescente con un laptop può interrompere una rete militare? Quando aziende private diventano parte integrante dell’infrastruttura digitale di una guerra? Il rapporto affronta queste domande urgenti, mostrando come la digitalizzazione abbia coinvolto i civili nei conflitti armati in modi inediti e spesso invisibili. Mentre le società diventano sempre più dipendenti da tecnologie interconnesse, azioni digitali quotidiane come l’invio di dati, l’utilizzo di app e la condivisione della posizione possono acquisire una rilevanza militare. I governi hanno mobilitato i civili attraverso app di segnalazione; gruppi hacktivisti hanno lanciato campagne distruttive oltre confine; aziende tecnologiche hanno fornito servizi che sostengono direttamente l’infrastruttura digitale delle parti in conflitto. Il risultato è un preoccupante assottigliamento della linea di distinzione tra civili e combattenti, con rischi crescenti di errori di identificazione, attacchi illegittimi ed effetti collaterali digitali di vasta portata.

Una parte centrale dell’analisi esamina come il DIU risponda a questa realtà in trasformazione. Ogni operazione informatica collegata a un conflitto armato deve rispettare i principi fondamentali di distinzione, proporzionalità e precauzione. Tuttavia, i civili che operano nello spazio digitale possono perdere la protezione dagli attacchi se le loro azioni costituiscono partecipazione diretta alle ostilità. Stabilire quando ciò avvenga è tutt’altro che semplice. Se un civile filma con uno smartphone gli spostamenti di truppe armate, quell’azione supporta concretamente un attacco? E in un contesto in cui lo stesso dispositivo digitale serve sia alla sicurezza personale sia alla segnalazione di informazioni belliche, come può un soldato distinguere tra uso innocuo e uso militare? Il rapporto ribadisce che, in caso di dubbio, il DIU impone di presumere lo status civile: un telefono, un’app o una traccia digitale non sono sufficienti, da soli, a giustificare un attacco.

L’analisi si concentra poi sui gruppi di hacker, la cui presenza è cresciuta rapidamente. Si va da unità strutturate legate agli Stati a collettivi online decentralizzati che si organizzano e si sciolgono senza una gerarchia definita. In determinate circostanze, alcuni potrebbero persino essere considerati gruppi armati organizzati e quindi vincolati dal DIU; tuttavia la maggior parte rimane composta da civili, esposti ai rischi del conflitto e suscettibili di perdere la protezione solo per la durata del loro coinvolgimento diretto. Il rapporto solleva anche interrogativi sulla responsabilità degli Stati: quando le azioni di un gruppo di hacker possono essere attribuite a un governo? Quando l’“incoraggiamento” si trasforma in direzione, controllo o responsabilità giuridica?

Infine, viene analizzato il ruolo sempre più rilevante delle aziende tecnologiche private. Offrendo servizi di cloud, sicurezza informatica, hosting di dati o analisi delle vulnerabilità, esse operano spesso nel punto di incontro tra vita civile ed esigenze militari. I loro dipendenti e le loro infrastrutture godono della protezione del DIU, ma questa può venire meno se le loro attività supportano direttamente operazioni militari o se i loro asset diventano obiettivi militari in base all’uso o allo scopo. L’analisi invita le aziende a riconoscere i rischi insiti nell’operare durante un conflitto, sia per il proprio personale che per i milioni di utenti civili e sottolinea il dovere degli Stati di garantire che tali attori comprendano e rispettino il DIU quando i loro servizi si intrecciano con la condotta delle ostilità.

In conclusione, l’analisi lancia un avvertimento chiaro: con lo spostamento della guerra nel dominio digitale, i civili si trovano esposti a rischi senza precedenti. Anche azioni online apparentemente innocue come usare un’app o condividere informazioni possono avere conseguenze immediate sul campo di battaglia. Per ridurre tali rischi, gli Stati dovrebbero evitare il coinvolgimento dei civili nelle operazioni informatiche e assicurarsi che comprendano pienamente le implicazioni legali e personali quando ciò non può essere evitato. Individui, gruppi di hacker e aziende tecnologiche condividono la responsabilità di rispettare il DIU, riconoscendo che i comportamenti digitali possono produrre danni concreti.

Allo stesso modo, gli Stati devono prevenire e perseguire le violazioni del DIU commesse attraverso mezzi informatici, contribuendo a colmare i vuoti di responsabilità creati dal conflitto digitale. Proteggere i civili nell’era digitale richiede ricerca continua, un dialogo strutturato e l’elaborazione di norme più chiare per mantenere il DIU efficace in un contesto sempre più interconnesso e contestato. La questione rimane centrale nell’agenda internazionale, con il proseguimento dei lavori all’interno dell’ICT Workstream della Global Initiative to Galvanize Political Commitment to IHL fino al 2026.



 

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di Chiara Zucchi

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