L’inseguimento della massimizzazione del profitto a discapito di popolazioni sfruttate è il punto cardine del Rapporto ‘From Economy of Occupation to Economy of Genocide’ presentato dalla Relatrice Speciale Francesca Albanese alla 59esima Sessione del Consiglio per i Diritti Umani. Secondo Albanese, una vasta rete di aziende internazionali ha sostenuto e sta sostenendo lo stato di occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele per tornaconto economico.
Per questo motivo, queste aziende sarebbero da giudicare come corresponsabili di violazione dei Diritti Umani.
Il quadro giuridico considerato comprende le linee guida OCSE per le imprese multinazionali, i Principi Guida ONU sulle imprese e i diritti umani, ma anche le norme del diritto internazionale, la responsabilità d’impresa e il diritto internazionale umanitario, così come la responsabilità degli Stati e le loro legislazioni.
Secondo Albanese, qualsiasi azienda, ente, impresa, che commette direttamente questi crimini o si marchia di complicità indiretta in queste violazioni, deve necessariamente cessare la condotta illecita e attuare misure di riparazione o risarcimento. Il mancato adempimento a tali obblighi perpetua la loro corresponsabilità nelle gravi violazioni sopracitate.
Seguendo le risoluzioni 31/36 e 53/25 del Consiglio per i diritti umani, nel 2020 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha stabilito una lista di imprese considerate complici nelle operazioni illecite di Israele. L’ultimo aggiornamento risalente al settembre 2025, racchiude un totale di 158 enti di 11 Paesi, quali Canada, Cina, Francia, Germania, Israele, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito e Irlanda del nord e Stati Uniti.
Il quadro normativo che governa la responsabilità d’impresa si è ampliato significativamente dopo i processi di Norimberga e nel periodo post-coloniale. Questo è dovuto alla crescente consapevolezza della relazione tra colonialismo, violenza e potere privato. Il rapporto di Francesca Albanese evidenzia come le aziende si siano arricchite in contesti di schiavitù, espropriazione delle risorse, sfruttamento. L’importanza e il potere che hanno acquisito nel tempo li ha resi anche partecipi e influenti in contesti legislativi e politici, a livello nazionale ed internazionale. Questo ha fatto sì che crescesse il bisogno di regolamentare le loro azioni e creare un quadro normativo e di responsabilità che riconoscesse l’influenza del loro operato e lo disciplinasse legalmente.
Nello specifico, le imprese hanno favorito il processo di occupazione e violazione dei diritti umani in Palestina in svariati modi. Molte hanno fornito ad Israele gli armamenti necessari per condurre le proprie operazioni. La statunitense Lockheed Martin ha fornito ingenti quantità di armi, mentre Elbit System droni e le tecnologie più avanzate del settore. Microsoft e Amazon hanno garantito accesso totale ai loro servizi cloud e alle tecnologie di intelligenza artificiale, tutte essenziali nella sorveglianza, raccolta dati e profilazione palestinese.
Le industrie israeliane hanno istituzionalmente accesso e diritto di sfruttamento di risorse palestinesi dagli accordi di Oslo II. La compagnia nazionale israeliana Mekorot detiene il monopolio sulle risorse idriche nei Territori Occupati, imponendo arbitrariamente ai cittadini palestinesi i propri prezzi per l’erogazione, senza possibilità di reale scelta. Elettricità, gas e carburante sono anch’essi sotto il controllo israeliano. La compagnia statunitense Chevron, tramite accordi con Israele, adempie al 70% del fabbisogno energetico del paese. Questo stesso accordo le consente di sfruttare il gasdotto del Mediterraneo orientale, ricavandone anche immensi profitti.
Le aziende che decidono di coltivare rapporti economici con Israele sarebbero di fatto, complici delle violazioni sistematiche dei diritti umani e delle leggi internazionali da parte di Israele, perché importazioni ed esportazioni prodotti agricoli e alimentari sono strettamente dipendenti dall’uso improprio e allo sfruttamento di matrice coloniale dei Territori Occupati e senza lo stato di occupazione non potrebbero esistere e/o generare profitto.
Gli investimenti finanziari garantiscono un rafforzamento del bilancio statale israeliano non indifferente. Affermati istituti bancari internazionali, quali BNP Paribas, sottoscrivono titoli di stato e investono nel paese ingenti somme di denaro. Compagnie assicurative e fondi pensionistici esteri si aggiungono alla lista, in quanto le risorse investite in Israele vengono poi reinvestite nell’illecita occupazione palestinese.
Il supporto all’occupazione arriverebbe anche dal mondo accademico. Albanese sostiene che le università e i centri di ricerca che hanno stretto rapporti di partenariato con quelle israeliane sono complici nell’ideologia sionista e nella completa eliminazione della Palestina.
In ultima analisi, Francesca Albanese ritiene che sia nell’interesse delle imprese incluse nella banca dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) terminare la condotta illecita. Il mancato adempimento a questi obblighi arreca un duplice danno alle imprese, poiché può comportare procedimenti dinanzi alla Corte penale internazionale (CPI), ma anche risultare dannoso per le loro future relazioni economiche (ad esempio, per il riconoscimento di mancata integrità aziendale).
La Relatrice speciale ha sfruttato la 59esima sessione del Consiglio per richiedere un cambiamento imperativo nella responsabilità aziendale, mettendo in luce gli obblighi e le responsabilità giuridiche delle aziende nella perpetrazione di comportamenti dannosi. Tutti quegli enti aventi relazioni economiche con Israele, e Israele stesso, stanno traendo beneficio dall’oppressione della Palestina e sfruttamento delle loro risorse. Il netto peggioramento della situazione dall’ottobre del 2023 renderebbe qualsiasi coinvolgimento ancora più grave.
Anche quando suddette aziende adottano dichiarazioni neutrali sul conflitto o rigettano qualsiasi partecipazione, la loro complicità viene riportata dalle analisi condotte dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, in quanto, come già accennato, la complicità indiretta (ad esempio, mantenendo rapporti economici con Israele, anche senza investire nelle operazioni in Palestina, l’azienda fornisce di conseguenza risorse utili per quest’ultima) rappresenta comunque condotta illecita. Francesca Albanese sollecita quindi al rispetto del quadro normativo sopracitato terminando qualsiasi rapporto con Israele.
Il rapporto si conclude con la richiesta alle aziende e agli Stati di porre fine a qualsiasi investimento o accordo commerciale e finanziario con Israele, nonché al risarcimento economico per le violazioni commesse.
Per saperne di più:
- https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session59/advance-version/a-hrc-59-23-aev.pdf
- https://www.ohchr.org/en/press-releases/2025/09/un-human-rights-office-updates-database-businesses-involved-israeli




