Negli ultimi trent’anni, i conflitti armati hanno subito profonde trasformazioni strutturali, non solo nelle modalità di combattimento ma anche nelle tipologie di persone coinvolte nello scontro armato. Secondo le stime degli esperti, tra il 70% e il 90% delle vittime dei conflitti armati sono civili, ciò dimostra come i danni alla popolazione non siano più semplici effetti collaterali del conflitto, ma parte di una strategia di guerra in cui i civili vengono presi di mira in modo diretto. Questo cambiamento è evidente nell’uso sistematico di armi esplosive in aree popolate e negli attacchi contro ospedali e scuole, che evidenziano una strategia del terrore impiegata da attori statali e non. In questo contesto si assiste a un costante aumento delle disabilità legate alla guerra, sia fisiche che psicologiche, che richiedono un’attenzione specifica in termini di riabilitazione, tutela giuridica e inclusione post-conflitto.
Secondo lo Special Report on Weapon Contamination and Victim Assistance del 2025 del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), oltre alle disabilità causate dalle mine e dai residui bellici inesplosi, la contaminazione da armi, insieme alle nuove tecnologie creano contesti ad alto rischio che persistono a lungo anche dopo la fine delle ostilità, ostacolando l'azione umanitaria e i processi di ricostruzione. Inoltre, tra le ripercussioni legate ai conflitti armati sono inclusi anche effetti indiretti, quali l’interruzione delle cure per malattie croniche, la malnutrizione e l’aggravarsi di condizioni preesistenti. I conflitti amplificano le vulnerabilità già presenti, facendo sì che anche condizioni lievi possano aggravarsi fino a diventare disabilità permanenti. Nonostante l’esistenza di trattati internazionali come il Trattato di Ottawa e la Convenzione di Oslo, che mettono al bando rispettivamente le mine antiuomo e le munizioni a grappolo, non tutti gli Stati li hanno ratificati e le violazioni restano frequenti, di conseguenza, i progressi verso la messa al bando di queste armi indiscriminate non può dipendere unicamente dalla volontà politica dei governi, ma deve essere promosso con forza dalla società civile e dalle ONG.
Le disabilità legate ai conflitti non rappresentano soltanto una questione psicofisica, ma hanno ripercussioni anche sull'inclusione sociale, sull'occupazione, sull'istruzione e sull'assistenza sanitaria, ampliando le disuguaglianze esistenti per gli individui già vulnerabili. La disabilità porta spesso con sé stigma e isolamento, poiché chi ne è colpito viene percepito come "non produttivo", mentre le limitate opportunità lavorative e la mancanza di autonomia rafforzano l'esclusione sociale dell’individuo affetto da disabilità.
Inoltre, le disabilità legate ai conflitti armati si intersecano con le dinamiche di genere, classe ed etnia. Le donne con disabilità affrontano spesso una doppia discriminazione, dovuta sia alla loro condizione sia agli stereotipi di genere, che limitano l'accesso al mondo del lavoro e alla partecipazione pubblica, esponendole anche a maggiori rischi di violenza sessuale. Le dinamiche di classe e l'appartenenza etnica amplificano ulteriormente queste disuguaglianze, poiché le fasce meno abbienti e le minoranze etniche dispongono di un minore accesso alle risorse e subiscono una maggiore marginalizzazione.
Come emerge dal rapporto del 2025 della Disability Rights and Disarmament Initiative, il XXI secolo ha segnato il passaggio da un modello medico della disabilità, in cui l’individuo è visto semplicemente come un ricevente passivo di cure, a un modello sociale basato sui diritti umani, che mette al centro l’emancipazione e la partecipazione attiva. Tuttavia, alcuni casi concreti in Medio Oriente, Africa e nei Balcani Occidentali mettono in evidenza il divario tra questo modello e la sua applicazione pratica. In Siria e Iraq, l'assenza di politiche nazionali di inclusione ha reso le vittime civili completamente dipendenti dal sostegno esterno delle ONG, mentre l'incapacità dello Stato di garantire continuità ha impedito l'erogazione di cure a lungo termine. In Sud Sudan e Sierra Leone, la partecipazione limitata ai processi di costruzione della pace e di ricostruzione ha privato le persone con disabilità dell'opportunità di reintegrarsi come attori sociali attivi. Allo stesso modo, nel contesto post-bellico della Bosnia ed Erzegovina, i civili con disabilità causate dalla guerra sono stati spesso trascurati rispetto ai veterani o strumentalizzati come simboli nazionalisti, portando a interventi discontinui ed efficaci solo in parte, nonostante un formale allineamento con gli standard dell'Unione Europea.
Lo studio Acknowledge, Amend, Assist del Programma per i diritti umani della Harvard Law School individua cinque approcci per rispondere ai bisogni delle vittime civili: la documentazione delle vittime finalizzata al riconoscimento e alla memoria; il monitoraggio dei danni causati ai civili; il risarcimento volontario, anche in assenza di violazioni giuridiche; i meccanismi di giustizia transizionale; e l'assistenza obbligatoria alle vittime da parte dello Stato. Questi approcci condividono l'obiettivo di restituire dignità e visibilità alle vittime, diventando quindi uno strumento fondamentale per considerare la vittima civile non soltanto come un individuo vulnerabile, ma come un attore sociale la cui condizione deve stare al centro delle risposte istituzionali.
Come evidenziato dal Centro di ricerca sulle vittime civili dei conflitti, le risposte umanitarie alle disabilità legate ai conflitti armati si basano spesso su interventi frammentati da parte di agenzie internazionali e ONG, in assenza di un solido quadro statale di riferimento. Di conseguenza, le risposte internazionali privilegiano gli aiuti di emergenza rispetto alla ricostruzione a lungo termine, mentre lo stigma sociale e il ridotto coinvolgimento nei processi di pace alimentano marginalizzazione ed esclusione.Pertanto, gli attori internazionali devono riconoscere esplicitamente la disabilità nell'ambito della giustizia transizionale, considerando gli individui non soltanto come appartenenti a una categoria vulnerabile, ma come pieni titolari di diritti, favorendone la partecipazione attiva nei processi decisionali.
In conclusione, le persone che hanno riportato disabilità a causa della guerra devono essere integrate nella ricostruzione post-bellica fin dall'inizio, rafforzando i quadri normativi sull'accessibilità e la protezione sociale e garantendo il loro coinvolgimento attivo nella costruzione della pace, eliminando ogni barriera sociopolitica.
Di Federica Santini



