Il 20 marzo, l’Al Deain Teaching Hospital, situato nella capitale del Darfur Orientale, è stato colpito da un attacco con drone nel contesto del conflitto in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Nei giorni successivi, le operazioni di ricerca e soccorso sono proseguite tra le macerie, portando il bilancio delle vittime ad almeno 70 morti, tra cui 13 bambini, mentre oltre 140 persone risultano ferite.
L’attacco ha reso l’ospedale completamente inagibile, privando oltre due milioni di persone dell’accesso a cure sanitarie essenziali. Struttura di riferimento per l’intera regione, l’ospedale serviva non solo la città di Al Deain, ma anche numerose aree circostanti del Darfur Orientale. La sua distruzione costringe ora i pazienti a percorrere lunghe distanze – spesso superiori ai 160 chilometri – per raggiungere servizi sanitari alternativi, un’opzione che per molti resta impraticabile a causa dell’insicurezza, della mancanza di mezzi di trasporto o della gravità delle condizioni cliniche.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha condannato i frequenti attacchi contro le infrastrutture sanitarie. Dall’inizio del conflitto sono stati documentati oltre 200 attacchi contro strutture mediche, con più di 2.000 vittime. In questo contesto, la distruzione dell’Al Deain Teaching Hospital rappresenta un ulteriore indebolimento della resilienza delle comunità civili e dell’accesso a cure salvavita.
Il crescente impiego di droni ha contribuito in modo significativo all’escalation del conflitto. Nei primi mesi del 2026, centinaia di civili sono stati uccisi in attacchi condotti con droni, in particolare nella regione del Kordofan, dove i combattimenti si sono intensificati. La responsabilità dell’attacco ad Al Deain resta controversa: le RSF accusano l’esercito di esserne responsabile, accusa respinta dalle forze armate. Allo stesso tempo, diverse segnalazioni indicano che l’uso dei droni si sta estendendo oltre i confini sudanesi, con attacchi registrati nelle aree prossime alla frontiera con il Ciad, alimentando timori di una destabilizzazione regionale e di un possibile ampliamento del conflitto.
Le conseguenze umanitarie dell’attacco sono profonde. La perdita di servizi sanitari aumenta il rischio di morti evitabili, causate da ferite, malattie e condizioni che, in circostanze normali, sarebbero trattabili. Inoltre, contribuisce ad accrescere il senso di insicurezza tra la popolazione civile, che tende sempre più a percepire anche gli ospedali come luoghi non sicuri.
La comunità internazionale ha rinnovato gli appelli per una de-escalation immediata e per la ripresa dei negoziati. Tuttavia, i ripetuti tentativi di raggiungere un cessate il fuoco non hanno finora prodotto risultati concreti, mentre il continuo afflusso di armi rischia di prolungare ulteriormente le ostilità.
Per i civili, le conseguenze restano gravi e immediate. La distruzione dell’Al Deain Teaching Hospital si inserisce in una dinamica più ampia, in cui le infrastrutture essenziali sono sempre più colpite dai combattimenti, aggravando i bisogni umanitari e alimentando l’insicurezza. In assenza di progressi significativi verso una soluzione politica e di misure più efficaci per la protezione dei civili, episodi di questo tipo sono destinati a ripetersi, consolidando un ciclo di violenza e vulnerabilità.



