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Conflitti globali: scenari e dinamiche nel 2026

Infrastrutture bombardate a Gaza city Infrastrutture bombardate a Gaza city © Mohammed Ibrahim su Unsplash

L’International Crisis Group segnala un preoccupante aumento dei conflitti e della violenza nel mondo.

Non si profila un futuro roseo per il 2026. Con il moltiplicarsi e l’intensificarsi dei conflitti globali, l’International Crisis Group (ICG) ha individuato dieci principali scenari di crisi e conflitti da monitorare attentamente nel corso dell’anno. Sulla base degli sviluppi nel 2025, questi scenari rivelano come la violenza si stia diffondendo in diverse regioni e come gli sforzi diplomatici facciano fatica a tenere il passo, in particolare in Ucraina, Sudan, Myanmar, Gaza e nel Sahel, insieme a numerosi focolai di tensione che coinvolgono Iran, Venezuela, Etiopia-Eritrea e Afghanistan-Pakistan.

Analizzando questi conflitti, la presidente e CEO dell’ICG Comfort Ero e il vicepresidente esecutivo Richard Atwood avvertono che accordi precari per il cessate il fuoco, nuovi equilibri di potere in cui prevale la legge del più forte e la disapplicazione di norme internazionali stanno rendendo l’ambiente della sicurezza globale sempre più instabile, con i civili che ne pagano il prezzo più alto.

Cosa ci si può aspettare dal 2026?

Osservando i dieci principali teatri di conflitto, emergono alcuni pattern ricorrenti.

Un primo schema evidente è la crescente difficoltà per negoziatori e leader a raggiungere accordi di pace duraturi, come nel caso dell’Ucraina, Sudan e Myanmar, dove combattimenti prolungati, influenze esterne e operazioni militari continuano a vessare le popolazioni civili. Al loro posto, stanno diventando norma intese di cornice e cessate il fuoco temporanei. Pur potendo ridurre la violenza e facilitare l’entrata di aiuti umanitari, questi accordi lasciano irrisolte le cause profonde dei conflitti e non offrono una visione chiara del futuro postbellico, anche perché le parti in guerra spesso rifiutano compromessi sostanziali. L’approccio del presidente Trump si inserisce in questa logica, privilegiando accordi rapidi dagli esiti incerti, come nel caso del piano di cessate il fuoco a Gaza, rimasto in gran parte inattuato mentre i civili palestinesi continuano a subire le violenze dell’azione militare israeliana. Anche in Siria, il coinvolgimento mediato dagli Stati Uniti con il presidente Ahmed al-Sharaa ha portato sì al riconoscimento internazionale e all’allentamento delle sanzioni, senza però risolvere i conflitti interni del Paese né assicurare protezione ai civili.

Un secondo pattern è la normalizzazione della violenza come strumento di politica e il ritorno a una logica di grandi potenze e sfere di influenza. Il riemergere della coercizione nel linguaggio politico e nell’azione militare è in crescendo nell’attuale panorama geopolitico. Nel 2026 la pressione statunitense sul Venezuela è aumentata, tanto da arrivare a un’operazione militare a larga scala per catturare il presidente Nicolás Maduro. Dopo i raid contro le strutture nucleari iraniane, l’amministrazione Trump minaccia ulteriori interventi in Iran, mentre repressioni sanguinose delle proteste di manifestanti alimentano l’instabilità interna. Altrove, questo ritorno alla politica di potenza è visibile nel Corno d’Africa, dove soffiano venti di guerra tra Etiopia ed Eritrea, mentre in Asia meridionale, le tensioni tra Afghanistan e Pakistan continuano a sfociare in violenze transfrontaliere.

Un altro elemento comune nei vari scenari riguarda l’indebolimento del multilateralismo e delle norme giuridiche internazionali. La svolta verso accordi di breve periodo e l’uso della forza si accompagna a una crescente ostilità verso le istituzioni collettive. Sotto la presidenza Trump, la ripetuta delegittimazione dell’ONU, i tagli ai finanziamenti per il peacekeeping e l’assistenza umanitaria e la riduzione della cooperazione con gli alleati hanno indebolito i meccanismi di gestione dei conflitti e minato ulteriormente le regole condivise e di responsabilità internazionale. L’Unione europea, pur dichiarandosi impegnata nel rispetto del diritto internazionale, mostra segni di stanchezza e incoerenza nel difenderlo con voce unitaria, soprattutto contro l’alleato NATO. La minaccia di Trump di “conquistare” la Groenlandia ha alimentato tensioni tra i Paesi europei e rischia di creare un precedente che potrebbe incoraggiare, o peggio giustificare comportamenti altrettanto aggressivi in altri contesti anche da parte di altre grandi potenze, come Russia e Cina.

Nel complesso, il quadro resta particolarmente allarmante. I dieci scenari delineati dall’International Crisis Group indicano un anno in cui instabilità e violenza continueranno a persistere e il costo umano delle guerre continuerà ad aumentare, fintantoché i leader politici non sceglieranno deliberatamente la via della diplomazia, l’impegno per una pace di lungo periodo e il rispetto del diritto internazionale. La crisi umanitaria in Sudan, l’instabilità e gli sfollamenti di massa in Venezuela e Myanmar, le vessazioni subite dai civili intrappolati in conflitti irrisolti a Gaza, nel Sahel e in Ucraina mostrano chiaramente la posta in gioco e l’urgenza di un impegno internazionale serio per proteggere i civili e prevenire ulteriori sofferenze nel 2026.

 

 

di Rebecca Venuto

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