Nel 2024 le spese militari mondiali hanno raggiunto i 2,7 trilioni di dollari, il livello più alto mai registrato, con un aumento del 9 % rispetto al 2023, il più marcato dalla fine della Guerra Fredda. Secondo i dati del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), se la tendenza continuerà, entro il 2035 la spesa potrebbe toccare i 6,6 trilioni.
Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, The Security We Need: Rebalancing Military Spending for a Sustainable and Peaceful Future, denuncia una deriva che allontana dal principio cardine della Carta ONU: mantenere la pace “con il minimo dispendio di risorse per gli armamenti”. Per il Segretario Generale António Guterres, “le prove sono chiare: un’eccessiva spesa militare non garantisce la pace, spesso la mina, alimentando corse agli armamenti e sfiducia”.
La quota delle spese militari sul PIL mondiale è salita dal 2,2 % del 2022 al 2,5 % nel 2024; anche la quota sui bilanci pubblici ha raggiunto il 7,1 %. Oltre 100 Paesi hanno aumentato i fondi destinati alla difesa. Questo trend sottrae risorse vitali a istruzione, salute e infrastrutture, aggravando il debito pubblico e limitando le prospettive delle nuove generazioni. In particolare, in molti Paesi a medio e basso reddito, un aumento dell’1 % nelle spese militari corrisponde a un taglio quasi equivalente nei servizi sanitari pubblici, con gravi rischi per la preparazione a future pandemie.
Il rapporto evidenzia un paradosso: mentre le spese militari raggiungono record storici, il mondo è in grave ritardo sul conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). Il gap di finanziamento per raggiungerli è già di 4 trilioni di dollari l’anno, e potrebbe salire a 6,4 trilioni. Eppure, anche una frazione delle spese militari basterebbe a colmare parte di questo vuoto: 93 miliardi l’anno (meno del 4 % della spesa militare globale) basterebbero a eliminare la fame entro il 2030; 285 miliardi (circa il 10 %) potrebbero garantire la vaccinazione universale per i bambini; con 5 trilioni si potrebbero finanziare 12 anni di istruzione di qualità per ogni bambino nei Paesi a basso e medio reddito.
Izumi Nakamitsu, Alto Rappresentante ONU per il Disarmo, richiama l’urgenza di una “visione di sicurezza umana e sostenibile, che protegga le persone e non solo i confini”. La riduzione delle spese militari non significa perdita di posti di lavoro: investimenti equivalenti in settori civili ne genererebbero molti di più. Secondo il rapporto, un miliardo speso in educazione crea oltre 26.000 posti di lavoro, più del doppio di quelli creati dalla spesa militare.
La sfida non è solo etica, ma anche pratica, infatti, ogni dollaro speso in armamenti è un dollaro sottratto alla lotta contro fame, povertà, disuguaglianze e crisi climatica. Senza una ricalibratura radicale delle priorità globali, il 2030 rischia di diventare una data simbolica di fallimento collettivo, più che di progresso condiviso.



