Stampa questa pagina

"Ho dovuto correre"

Sfollati sudanesi in fuga Sfollati sudanesi in fuga © Jerome Delay per Internazionale

Rassegna web 14 - 20 ottobre 2019 a cura di Federica Pira

Il dislocamento di civili costituisce purtroppo una caratteristica comune di tutti i conflitti armati. Più precisamente, esso può essere definito come quel processo in cui le persone sono costrette a fuggire o ad abbandonare la propria casa o luogo di residenza abituale, per scongiurare gli effetti dei conflitti armati, soprattutto della violenza. Lo sfollamento può avere radici diverse, ma non sempre costituire una conseguenza indiretta dei conflitti armati. Piuttosto, esso può rappresentare una strategia deliberata di guerra, che il più delle volte equivale ad una violazione del DIU. Come infatti spiegato dal CICR, risulta estremamente importante distinguere tra l’allontanamento volontario o la ricollocazione di persone, da un lato, e la deportazione o il trasferimento forzato di civili, dall'altro. La prima costituisce una deplorevole, ma inevitabile, occorrenza della guerra, determinata dalla naturale tendenza delle persone a cercare rifugio lontano dal campo di battaglia. Il secondo può essere definito come lo sradicamento coercitivo ed illegale degli abitanti di un territorio che, come tale, risulta generalmente vietato dal diritto bellico. L’esperienza dei civili nel dislocamento differisce a seconda delle circostanze che ne hanno determinato la partenza. Quando le persone fuggono in conseguenza della guerra, per esempio, il dislocamento potrebbe avere durata relativamente breve. Viceversa, le violazioni mirate del DIU portano con sè maggiori probabilità di provocare spostamenti prolungati e/o di rendere il ritorno a casa un'opzione più remota per le persone colpite. Per saperne di più sull’argomento, leggere: http://www.losservatorio.org/it/civili-in-conflitto/rapporti/item/1402-il-dislocamento-di-civili-in-tempo-di-guerra).

 

 

1)    Il caso della Nigeria

Gli attacchi mortali e le violenze estreme nello stato nordoccidentale di Zamfara, in Nigeria, hanno costretto centinaia di migliaia di persone a fuggire dai propri villaggi e cercare rifugio nei cantieri e negli edifici scolastici nella città di Anka. Gli sfollati vivono in strutture di cemento abbandonate, senza un tetto sopra la propria testa. "Hanno perso tutto", afferma Anja Batrice, un medico di Medici Senza Frontiere (MSF).

Da maggio a settembre di quest'anno, il team di emergenza della Nigeria di MSF ha effettuato 12.677 consultazioni ambulatoriali per gli sfollati interni nella città di Anka. La maggior parte dei bambini è in cura per la malaria, malnutrizione e infezioni delle vie respiratorie, mentre altri hanno bisogno di cure intensive. La malaria è in effetti la malattia più comune trattata nel reparto pediatrico di MSF all'interno dell'ospedale generale di Anka. Con la pioggia battente quasi tutti i giorni, si è formata una grande pozza di acqua stagnante che ha generato un terreno fertile ideale per le zanzare. 

MSF continua a fornire assistenza medica e umanitaria alle persone bisognose, ma le risorse sono limitate e i servizi sanitari inadeguati. "Speriamo che tutti possano tornare nei loro villaggi ad un certo punto", afferma Anja Batrice.

 

Per saperne di più, leggere: https://www.msf.org/run-violence-nigeria 

 

 

2) Il caso della Siria

Dopo il lancio delle operazioni militari turche mercoledì 9 ottobre 2019, città e villaggi lungo il confine siriano sono stati oggetto di pesanti bombardamenti. Come conseguenza, migliaia di persone stanno fuggendo dai combattimenti, alla ricerca disperata di rifugio e sicurezza.

"Dopo otto anni di guerra, il popolo siriano è stato nuovamente costretto a lasciare le proprie case e i propri averi per cercare riparo", afferma Robert Onus, responsabile delle emergenze di MSF per la Siria. 

MSF teme che anche le molte migliaia di donne e bambini che vivono in campi come Al Hol e Ain Issa siano ora particolarmente vulnerabili, poiché le organizzazioni umanitarie sono state costrette a sospendere o limitare le operazioni di soccorso. Questo evento potrebbe infatti lasciare migliaia di persone senza accesso a strutture di protezione e assistenza e, soprattutto, senza una soluzione in vista.

 

Per saperne di più, leggere:

https://www.msf.org/turkish-military-operation-results-displacement-and-hospital-closure-northeast-syria

 

 

3) Il caso del Sud Sudan 

"Ho dovuto scappare", afferma il cappellano Logonda, mentre siede su una sedia di plastica blu fuori dalla propria casa, nel campo profughi di Palorinya, nel nord dell'Uganda. "Era una normale domenica mattina del gennaio 2017, quando ho visto soldati governativi dirigersi verso di me nella città di Mondikolok". Qui, i cittadini vengono spesso scambiati per combattenti dell'opposizione. "Ho dovuto correre", continua. Il Cappellano Logonda ha corso dietro casa, lontano dalla strada principale e dal mercato del villaggio, dove sapeva che avrebbe probabilmente trovato altri soldati governativi. Si è diretto verso sentieri stretti e di terra battuta, tra cespugli e campi agricoli, fino alla foresta e ai villaggi vicini. “Mentre correvo, i soldati mi sparavano addosso. Cadevo, e loro sparavano. Cadevo, e loro sparavano". 

Il Sud Sudan, il paese più nuovo del mondo, è in conflitto civile da oltre cinque anni. Dal crollo dell'accordo di pace nel solo 2016, si dice che oltre un milione di persone siano fuggite oltre il confine, sfuggendo allo stupro, all'omicidio, alla distruzione della proprietà e all'occupazione della terra. A tale riguardo, Al Jazeera ha voluto lanciare un sondaggio mediante cellulare, immagini satellitari, foto e dati pubblici, per cercare di confermare questi eventi e far luce sulla portata del conflitto. Delle 405 persone che hanno risposto al sondaggio, oltre il 40% ha dichiarato di essere stato costretto a lasciare la propria terra o uscire di casa dal dicembre 2013. Quasi la metà di queste persone ha incolpato i soldati del governo. 

"Incolpiamo il governo, ovviamente. Incolpiamo il governo perché volevano allontanarci dal paese", dice Joseph Lugala Wani, un uomo d'affari del Sud Sudan. "Non avrebbero bruciato le nostre case altrimenti." L'esercito tuttavia nega la responsabilità. Come infatti dichiarato ad Al Jazeera da Michael Makuei, Ministro delle Informazioni del Sud Sudan, “le case bruciate sono una normale conseguenza della guerra”.

 

Per saperne di più, leggere:

https://interactive.aljazeera.com/aje/2019/south-sudan-forced-out/index.html

 

Letto 629 volte