La guerra può essersi conclusa. Il loro trauma no.

Uomo disperato affetto da stress postraumatico da guerra, che piange contro un muro Uomo disperato affetto da stress postraumatico da guerra, che piange contro un muro © Reuters

Rassegna web a cura di Federica Pira

1)    Uno studio empirico

Il numero di conflitti nel mondo si sta innalzando e la loro complessità crescendo. Negli ultimi anni, oltre 70 milioni di persone in tutto il mondo sono state sfollate a causa di violenza e conflitti, il maggior numero di persone mai colpite sin dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. I nostri giornali e quotidiani sono invasi dagli orrori della guerra e dalla distruzione che quest’ultima si lascia alle spalle. Nonostante ciò, la sofferenza mentale di cui sono vittime individui, famiglie ed intere comunità è a malapena discussa. Una grave omissione. La guerra potrebbe essere finita, ma il loro trauma potrebbe non esserlo.

In situazioni di conflitto o post-conflitto, molte persone soffrono di disordini mentali. Secondo uno studio empirico portato avanti dall'Organizzazione mondiale per la sanità pubblicato nel giugno del 2019, l'aumento delle persone colpite dal conflitto corrisponde ad un crescente interesse per la salute mentale. Lo studio esamina 129 casi di "disturbi mentali" nelle popolazioni colpite da conflitti, scoprendo come quasi un quarto di queste popolazioni abbia sperimentato depressione, ansia, stress post-traumatico, disturbi bipolari e schizofrenia.

Data l'elevata prevalenza di disturbi mentali tra le persone colpite da emergenze umanitarie, sono necessari interventi psicologici immediati. L'assistenza mentale è un diritto umano e, come tale, dovrebbe essere disponibile a tutti. Come osservato da Sigrid Kaag per The Guardian, “il supporto psicosociale non costituisce un lusso, ma una necessità. [...] Se vogliamo veramente aiutare un paese con la ricostruzione, non dovremmo semplicemente ricostruire ponti bombardati. Dovremmo anche aiutare le persone a riparare le loro anime rotte”.

 

Per saperne di più, leggere:

https://www.theguardian.com/society/2019/jun/30/wars-trauma-endures-long-after-the-last-shot-is-fired-broken-souls-need-rebuilding

https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(19)30934-1/fulltext

 https://www.nst.com.my/lifestyle/heal/2019/06/495575/mental-illness-affects-fifth-people-living-war-zones

 

2) Afghanistan

 "Ho ancora dei flashback, la notte non riesco a dormire". Queste le parole di Ahmad S., superstite di un attentato suicida a Kabul. Ahmad ha assistito direttamente all'esplosione avvenuta nei pressi della Corte Suprema, ma nessun aiuto psicologico gli è stato offerto dopo tale evento. "Nessuno è venuto a chiedermi del mio stato psichico [...] Hanno trattato solo il mio corpo."

 L'Afghanistan è in guerra sin dall'aprile del 1978. L’elevato livello di violenza ha avuto un impatto devastante sulla salute mentale di decine di milioni di afghani. Più della metà della popolazione, compresi molti sopravvissuti alla violenza da conflitto, lotta con profonde ferite traumatiche, quali depressione, ansia e stress post-traumatico, ma meno del 10% riceve un adeguato sostegno psicologico dallo Stato. Questo perché l'assistenza sanitaria mentale in tali situazioni è, nella migliore delle ipotesi, solo una preoccupazione secondaria.

 Secondo Human Rights Watch (HRW), “il governo afghano non sta fornendo sufficiente supporto psicologico agli afghani che hanno vissuto eventi traumatici. [...] La mancanza di servizi, così come la sfiducia nella sanità pubblica e la corruzione, portano le persone a sostenere circa i tre quarti del proprio costo sanitario, nonostante gli sforzi del governo per fornire assistenza sanitaria gratuita. Sebbene siano importante investire nella salute mentale, i fondi devono però essere spesi in modo equo, nel rispetto delle norme sui diritti umani”.

 Nell'aprile 2019, HRW ha intervistato 21 uomini e donne afgani, vittime di danni psicologici dovuti a esposizione diretta alla violenza da conflitto, quali attacchi suicidi, bombardamenti aerei, combattimenti a terra e vittime di munizioni inesplose. Più della metà di questi ha dichiarato di aver ricevuto poco od alcun supporto psicologico dai servizi di sanità pubblica. Quasi la metà ha dichiarato poi di non conoscere le risorse esistenti per la salute mentale.

 A questo proposito, è importante ricordare come tutte le parti in conflitto, compresi gli insorti talebani, siano responsabili, nelle aree da essi controllate, del fornire a tutti un’assistenza sanitaria accessibile, adeguata e di un certo tenore, oltre che di facilitare gli interventi umanitari. In particolare, in base al diritto internazionale, il governo afghano ha uno specifico obbligo di porsi come obiettivo il più alto livello possibile di salute, compresa la salute mentale, sfruttando al massimo le proprie risorse e garantendo sempre un consenso informato.

 

 

Per saperne di più, leggere:

https://www.hrw.org/news/2019/10/07/afghanistan-little-help-conflict-linked-trauma

 

 

3) Ucraina e Burma

 Studi sulla salute mentale mostrano come i rifugiati siano sorprendentemente resilienti. La maggior parte reagisce al dislocamento e alle perdite subite con stress acuto e reazioni di dolore. Una proporzione più piccola - di solito non più di uno su cinque - presenta forme lievi o moderate di problemi mentali, incluso quello che viene chiamamto il Post Traumatic Stress Disorder (o PTSD). Un numero minore soffre di problemi gravi, quali il disturbo bipolare o la psicosi.

 Per le persone che vivono in prima linea nell'Ucraina orientale, un primo aiuto è a portata di mano. Proliska, un'organizzazione che collabora con l'UNHCR, è tra i gruppi di aiuti umanitari che stanno raddoppiando i propri sforzi per fornire assistenza psicosociale a persone le cui vite sono state distrutte dal conflitto. Dall'ottobre 2018, gli 11 psicologi di Proliska hanno contattato le comunità in aree controllate dal governo. Sebbene i bisogni siano enormi, dall'inizio del 2019 hanno fornito consulenza a 1.100 persone, di cui il 72% sono donne.

 "Il lavoro di Proliska in Ucraina è incoraggiante ed il numero di persone assistite è impressionante", commenta Peter Ventevogel, Senior Senior Health Officer presso UNHCR. Ma si può fare molto di più. In Bangladesh, ad esempio, Mahmuda è l'unica psicologa di cui l'UNHCR dispone nei due campi profughi gestiti dal governo a Kutupalong e Nayapara. Mahmuda ha risorse estremamente limitate, non ultimo il tempo. "Tutti i rifugiati hanno vissuto molte esperienze traumatiche", afferma Mahmuda. "Hanno camminato per tre o quattro giorni, o sono giunti via mare. Hanno assistito a massacri, sparatorie, torture, stupri ... hanno visto di tutto".

 "La salute mentale e il sostegno psicologico dovrebbero essere parte integrante della risposta umanitaria in situazioni di crisi e di emergenza in tutto il mondo", afferma Peter Ventevogel. Con questo in mente e con l'obiettivo di promuovere la rapida adozione di questi servizi, il personale e i rifugiati dell'UNHCR hanno preso parte, il 7 e 8 ottobre 2019, ad una conferenza internazionale ospitata dal Ministro olandese per il commercio estero e la cooperazione internazionale.

 

 

Per saperne di più, leggere:

https://www.unhcr.org/news/stories/2019/10/5d91ea9c4/millions-eastern-ukraine-endure-invisible-wounds-war.html

https://www.unhcr.org/news/stories/2017/10/59de22951b/mental-health-first-aid-frontlines-rohingya-crisis.html

https://www.unhcr.org/news/latest/2017/1/586b78de4/qa-far-traumatized-refugees-surprisingly-resilient.html

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