Gli effetti della crisi dei rifugiati sui giornalisti

Distribuzione alimentare ai rifugiati lungo il onfine tra Serbia e Ungheria Distribuzione alimentare ai rifugiati lungo il onfine tra Serbia e Ungheria © EPA

Settembre 2017
Secondo il primo studio sulle conseguenze psicologiche sui giornalisti che coprono le crisi, il danno morale è l’ostacolo più grande da superare.

Il rapporto realizzato dall’Istituto per gli studi sul giornalismo di Reuters, e finanziato dall’International News Safety Institute, sostiene che per la prima volta uno studio ha analizzato le conseguenze psicologiche sui giornalisti che si sono occupati della crisi europea dei rifugiati.

Gli autori hanno notato che nelle nove organizzazioni giornalistiche europee e americane prese in esame, il più diffuso disagio mentale tra i giornalisti che si sono occupati della crisi dei rifugiati - una situazione che ha raggiunto il suo picco nel 2015 con più di 3700 rifugiati morti cercando di raggiungere l’Europa – era il danno morale, e non il disturbo post traumatico da stress o la depressione.

Il danno morale si è presentato soprattutto nei casi di quei giornalisti che sono stati coinvolti direttamente nel soccorso dei rifugiati, e il rapporto indaga appunto le implicazioni etiche e professionali di questo fatto per giornalisti e giornalismo.

“Chiaramente non tutti si sono comportati allo stesso modo, ma tra le reazioni più comuni emerse durante una serie di conversazioni con giornalisti e operatori dei media c’erano il senso di colpa per non aver fatto abbastanza per aiutare i rifugiati, e la vergogna per il comportamento notato in altre persone. Stati d’animo del genere sono un effetto secondario imprevisto per i giornalisti costretti a uscire dal loro tradizionale ruolo di osservatori neutri per aiutare i rifugiati in svariati modi, dal recuperarli dall’acqua fino al dare loro cibo, vestiti e denaro”.

Riconoscendo che il malessere fisico e psichico patito dai rifugiati – molti dei quali sono fuggiti dal conflitto in Siria, Iraq e Afghanistan – era spesso maggiore di quello sofferto dai giornalisti che documentavano la situazione, il rapporto sostiene che poche persone coinvolte in questa crisi non ne sono state toccate.

Gli autori hanno scoperto che lavorare da soli, non avere esperienza nella copertura di conflitti ed essere genitori sono fattori che alimentavano il senso di colpa per la situazione di cui si era testimoni, il che portava al desiderio di essere coinvolti attivamente e di lavorare di più sulla situazione.

“I risultati rivelano che i giornalisti mostravano pochi sintomi della sindrome post traumatica da stress e della depressione, e non tendevano a bere troppo. Invece, molti riportavano difficoltà legate al danno morale, che è definito come una ferita inflitta alla coscienza o alla sfera morale di una persona dal commettere, assistere o non riuscire a prevenire atti che violano i propri valori personali morali ed etici o il codice di condotta”.

Si evidenzia perciò la necessità di un maggiore supporto da redazioni, impiegati e giornalisti “veterani” per aiutare i colleghi in queste situazioni. Mentre la difficoltà di coprire i conflitti armati è ben conosciuta all’interno del settore giornalistico, il rapporto evidenzia la necessità di una migliore preparazione anche in vista della copertura di eventi non legati alla guerra.

“Dato che il danno morale per i giornalisti è fortemente associato al lasciarsi coinvolgere attivamente nell’aiuto dei rifugiati, il settore dovrebbe ottenere consenso per definire prospettive appropriate in situazioni del genere”.

 

Per maggiori informazioni, leggi:

http://reutersinstitute.politics.ox.ac.uk/publication/emotional-toll-journalists-covering-refugee-crisis

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