L’importanza dell’Intelligence nella Protezione dei Civili

Convoglio di pace delle Nazioni Unite in perlustrazione sul confine tra Sudan e Sud Sudan Convoglio di pace delle Nazioni Unite in perlustrazione sul confine tra Sudan e Sud Sudan © UN Photo/Stuart Price

Il presente articolo costituisce una presentazione del Rapporto “Data Driven Protection”, pubblicato dal Centro per i Civili in Conflitto (CIVIC) nel Novembre del 2018.

Sin dalla fine della Guerra Fredda, le missioni di mantenimento della pace (c.d. di peacekeeping) sono state sempre più chiamate a proteggere i civili e a promuovere la stabilità in complesse situazioni di conflitto, dove la violenza è perpetrata da una varietà di gruppi armati statali e non statali, le cui motivazioni e alleanze non sempre appaiono chiare.

Nel corso degli anni, le missioni di peacekeeping hanno dovuto evolversi per rispondere a minacce sempre più violente ed ambienti sempre più ostili in cui si vedono schierate. Esse sono diventate multi-dimensionali, essendo ormai composte da sezioni civili, militari e di polizia, ciascuna di esse con ruoli altamente specializzati. Anche i mandati di missione sono cresciuti a livello di tempistiche e complessità, e ciò al fine di includere al loro interno tutti gli incarichi necessari per fronteggiare in modo adeguato e tempestivo le suddette situazioni di crisi. Inoltre, le operazioni di peacekeeping sono diventate missioni integrate, il che significa che il relativo personale è tenuto costantemente a coordinarsi e a collaborare con le agenzie umanitarie e di sviluppo dell'ONU dislocate nel paese di riferimento, e ciò al fine di migliorare il lavoro e l'efficacia delle missioni stesse.

Data la loro natura multidimensionale ed integrata, le missioni di peacekeeping necessitano di solide analisi, capacità di coordinamento e strutture di pianificazione adeguate. In effetti, l’intelligence è utile per proteggere i civili solo qualora le missioni di peacekeeping siano a loro volta in grado di tradurle in una pianificazione completa e integrata, in un processo decisionale tempestivo e in una risposta rapida. Quando il ciclo di raccolta, archiviazione, analisi e pianificazione ed il relativo processo decisionale funzionano bene, infatti, le missioni di pace possono individuare tempestivamente la presenza di problemi di protezione, possono riposizionare risorse in aree ad alto rischio e, sulla base di ciò, prevenire o rispondere alla violenza contro i civili.

Tradizionalmente, le operazioni di pace si sono sempre basate sul reperimento di dati tramite open source intelligence (OSINT) e sulla raccolta di informazioni direttamente da individui che si trovassero schierati nel contesto operativo di riferimento (Human Intelligence o HUMINT). Più recentemente, le operazioni di peacekeeping hanno iniziato a utilizzare l'intelligence dei segnali (SIGINT), che comprende altresì l'intercettazione delle comunicazioni radio e l'intelligence geospaziale (GEOINT).

Normalmente, quando le informazioni su minacce, rischi o incidenti di protezione vengono raccolte, devono contemporaneamente sussistere dei processi uniformi e strutturati, che consentano di archiviare e gestire in modo sicuro ed efficace le suddette informazioni. Inoltre - sempre idealmente - una volta che le informazioni vengono raccolte ed analizzate, il personale della missione deve essere in grado di utilizzare tali informazioni per pianificare e prendere decisioni tempestive.

Ciò premesso, ad oggi, le missioni di pace stanno attraversando momenti di crisi in ogni fase del ciclo di intelligence, soprattutto per ciò che concerne la ricerca, la raccolta e l’analisi integrata dei dati.

Le truppe che vengono reclutate per servire nelle missioni di pace non hanno necessariamente le competenze linguistiche appropriate o la formazione analitica necessaria per gli incarichi che vengono loro assegnati. Un ulteriore problema riguarda la difficoltà con cui le informazioni, provenienti da tutte le sezioni incaricate della missione, si riescano ad inserire in un quadro operativo comune, informandone il processo decisionale. In effetti, la mancanza di un orientamento strategico nelle missioni di peacekeeping costituisce una lacuna critica che è in grado di compromettere il successo stesso della missione. Gli agenti sul campo hanno descritto a CIVIC una situazione in cui ciascuna delle sezioni coinvolte, piuttosto che lavorare collettivamente per verificare gli incidenti e valutare le minacce in corso, raccoglie invece informazioni sui medesimi incidenti in modo indipendente e totalmente scoordinato. Ogni sezione invia i propri report, i quali non vengono mai integrati in un singolo report per l'ufficio. Inoltre, il personale che prende decisioni a livello operativo e tattico ha accesso solo ad alcune delle informazioni raccolte dal personale schierato sul campo e, in un simile contesto, non è sempre chiaro se e quali informazioni costituiscano la base del processo decisionale.

Senza una cella di coordinamento dedicata a livello locale e processi efficaci per acquisire, archiviare, analizzare e diffondere informazioni, le missioni di pace non riescono a prendere decisioni informate, non possono prevenire e/o rispondere agli attacchi contro i civili e, nel complesso, non sono in grado di garantire un quadro operativo comune ed in tempo reale.

CIVIC ha cercato di identificare le sfide e le lacune esistenti nell’analisi dei dati in situazioni di conflitto. Complessivamente, le moderne missioni di pace richiedono significative riforme nella loro architettura originale. Il rapporto pubblicato da CIVIC esamina dunque le problematiche che le Missioni delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) e nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO) stanno affrontando in ogni fase del ciclo di intelligence, descrive gli sforzi della missione per superare i suddetti problemi e formula raccomandazioni su come affrontare le lacune in corso.

 

Per maggiori informazioni, leggere:

https://civiliansinconflict.org/wp-content/uploads/2018/11/CIVIC_PeaceKeeping_PRINT_DigitalNov27.pdf

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