Stampa questa pagina

Ciò che rimane nascosto: le armi dietro la violenza esplosiva

Edificio bombardato a Borodyanka, Ucraina Edificio bombardato a Borodyanka, Ucraina Ales Ustsinau su Pexels

In meno del 10% della copertura nei principali conflitti in corso si specifica la provenienza di sistemi d’arma esplosivi.

L’ultima analisi dell’ONG Action on Armed Violence (AOAV) mette in luce una grave lacuna nel giornalismo di guerra: troppo spesso le armi esplosive che colpiscono i civili non vengono identificate. Osservando i conflitti in Ucraina, Gaza, Sudan e Myanmar, si evince che la copertura mediatica raramente identifica i sistemi d'arma impiegati contro i civili. Ciò solleva serie preoccupazioni riguardo alla trasparenza, all'accesso alle notizie e alla responsabilità nel giornalismo di guerra.

Le armi esplosive, quali bombe sganciate dall'alto, munizioni da artiglieria, lanciarazzi e ordigni improvvisati, rappresentano una delle principali cause di danno ai civili nei conflitti armati contemporanei. Il diritto internazionale umanitario ne limita l'uso nelle aree urbane e densamente popolate proprio per i loro effetti indiscriminati. Nel 2022, l'adozione della Dichiarazione Politica sulle armi esplosive in aree popolate ha segnato un passo importante verso una maggiore responsabilità e il rispetto degli standard umanitari internazionali.

Per misurare l'entità di questa lacuna informativa, Timothy Barnes e Iain Overton di AOAV hanno analizzato oltre 10.000 articoli in lingua inglese sui quattro conflitti, pubblicati tra il 1° gennaio 2022 e il 15 novembre 2025. L'obiettivo era capire con quale frequenza i reportage identificassero l'arma specifica utilizzata, ovvero quanto spesso le modalità del danno ai civili venissero rese visibili, e quanto invece rimanessero nell'ombra. I risultati sono sconfortanti: le informazioni dettagliate sulle armi usate compaiono solo in una piccola minoranza degli articoli.

L'Ucraina è il conflitto in cui il quadro risulta più chiaro: circa il 16% dei report cita un'arma specifica. I sistemi più frequentemente menzionati, tra cui i missili S-300, i droni Shahed e i missili balistici Iskander, sono tutti riconducibili a produttori russi o a forniture iraniane.

La situazione è ben più opaca negli altri tre teatri di guerra. A Gaza, Myanmar e Sudan, l'identificazione delle armi scende all'1–3% dei casi, una differenza che non può essere considerata casuale. In molti di questi contesti, le catene di approvvigionamento sono deliberatamente oscurate: nel caso del Sudan, ad esempio, le armi continuano a circolare in palese violazione dell'embargo ONU sul Darfur. L'assenza di attribuzione, dunque, non riflette solo una difficoltà tecnica, ma spesso una precisa volontà di nascondere l'origine dei sistemi impiegati.

Nei quattro conflitti considerati, AOAV ha documentato oltre 114.000 vittime civili, di cui più di 50.000 morti, tutte causate da armi esplosive in aree residenziali. Eppure, nella grande maggioranza dei casi, le armi responsabili non sono mai state identificate pubblicamente, una lacuna che pesa enormemente sulla possibilità di fare chiarezza e giustizia.

Senza sapere quali armi siano state usate, è impossibile risalire ai produttori e ai governi che le hanno fornite. Questo rende molto più difficile raccogliere prove per contestare le vendite di armi, far rispettare gli embarghi o perseguire responsabilità legali per le violazione inflitte ai civili. Le violazioni del diritto internazionale umanitario possono così perpetuarsi in un contesto di totale impunità, mentre gli sforzi per limitare il trasferimento e l'uso di armi esplosive nelle aree popolate perdono efficacia, con conseguenze dirette sulla vita di milioni di civili.

Per colmare questa lacuna, i ricercatori di AOAV raccomandano investimenti concreti nella documentazione e nella verifica sul campo. Giornalisti, osservatori locali e organizzazioni della società civile che operano nelle zone di conflitto hanno bisogno di formazione specializzata: riconoscimento delle armi, indagini open source, metodi di valutazione post-attacco. Allo stesso tempo, media e donatori dovrebbero sostenere partnership investigative durature, capaci di riunire reporter, esperti tecnici e ricercatori umanitari. 

Solo integrando queste competenze sarà possibile identificare i sistemi d'arma, tracciare le catene di approvvigionamento e migliorare la qualità dell'informazione pubblica, contribuendo così a spezzare il ciclo di opacità e impunità che ancora oggi avvolge il trasferimento e l'uso delle armi esplosive nei conflitti armati.

 

Di Rebecca Venuto

Letto 1828 volte