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L’escalation in Medio Oriente minaccia la sicurezza alimentare globale

Donna con una manciata di grano Donna con una manciata di grano Ali Mkumbwa su Unsplash

17 Marzo 2026 -

Il World Food Programme avverte che gli shock energetici legati al conflitto in Medio Oriente potrebbero destabilizzare i sistemi alimentari globali e aumentare la fame nel mondo.

L’escalation in Medio Oriente non rappresenta più soltanto una crisi legata alla sicurezza regionale, ma sta rapidamente evolvendo in uno shock economico globale con potenziali conseguenze gravi per la sicurezza alimentare internazionale.

Il World Food Programme (WFP) avverte che il numero di persone nel mondo in condizione di insicurezza alimentare acuta potrebbe raggiungere livelli record nel 2026, qualora l’attuale dinamica di escalation in Medio Oriente continuasse a destabilizzare l’economia globale. Se il conflitto non dovesse terminare entro metà anno e il prezzo del petrolio rimanesse sopra i 100 dollari al barile, il WFP stima che altri 45 milioni di persone potrebbero cadere in condizioni di insicurezza alimentare acuta o peggiore, aggiungendosi ai 318 milioni già colpiti a livello globale.

I livelli globali di insicurezza alimentare potrebbero così tornare a quelli registrati all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quando lo scoppio del conflitto contribuì a una crisi globale del costo della vita che portò la fame a livelli record, coinvolgendo circa 349 milioni di persone. In quella fase, i prezzi alimentari aumentarono rapidamente per poi diminuire solo lentamente, lasciando le famiglie più vulnerabili senza accesso ai beni alimentari di base per lungo tempo.

A differenza della guerra in Ucraina, che ha colpito una delle principali regioni produttrici di cereali, l’attuale crisi si trasmette soprattutto attraverso i mercati energetici, mettendo in luce l’interdipendenza strutturale del sistema globale. Le interruzioni delle rotte marittime nello Stretto di Hormuz e i crescenti rischi nel Mar Rosso stanno già facendo aumentare i costi di energia, carburanti e fertilizzanti, con effetti a catena sui prezzi degli alimenti in tutto il mondo.

Carl Skau, vicedirettore esecutivo e Chief Operating Officer del WFP, avverte che, se il conflitto dovesse proseguire, gli effetti più gravi ricadrebbero sulle persone già incapaci di soddisfare i propri bisogni alimentari essenziali.

Inoltre, il peso dell’instabilità geopolitica ricade in modo sproporzionato sui Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni in Africa subsahariana e Asia. Il Sudan importa circa l’80% del proprio grano, risultando quindi estremamente esposto agli aumenti dei prezzi che rischiano di spingere ulteriori famiglie verso la fame. In Somalia, già colpita da una grave siccità, il costo dei beni essenziali è aumentato di almeno il 20% dall’inizio del conflitto. Entrambi i Paesi, già segnati da alti livelli di insicurezza alimentare e da episodi di carestia negli anni recenti, restano altamente vulnerabili a un ulteriore deterioramento.

Ulteriori aumenti nei livelli di insicurezza alimentare, se non accompagnati da un adeguato rafforzamento delle risorse disponibili, rischiano di tradursi in conseguenze catastrofiche per i Paesi più fragili, già esposti al rischio di carestia.



di Alessandro Contino

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